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Quote image editor Miljenko Jergović

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“Non ha senso proibire al fuoco di ingoiare ciò che l’umana indifferenza ha già ingoiato. Lo splendore di Parigi o di Londra non è che un alibi per i criminali grazie ai quali Varsavia, Dresda, Vukovar e Sarajevo non esistono più. O se esistono, ci vive della gente che nella più grande epoca di pace si predispone all’evacuazione, già pronta a dire addio ai propri libri. A questo mondo, per come esso è fatto, c’è una regola di base — la stessa che enunciò Zuko Džumhbur pensando alla Bosnia —, e si riduce a una valigia sempre pronta. Lì dentro devono starci tutte le tue cose e i tuoi ricordi. Quel che resta fuori è già perduto. Inutile andare in cerca delle ragioni, del senso, di una giustificazione. Appesantisce, come i ricordi. Non resta che restituire diligentemente i libri presi a prestito, quelli avuti in dono li eviti o li perdi, quelli scritti li invii agli amici che vivono lontani gli uni dagli altri, così che il fuoco possa divorarli il giorno in cui la terra sarà tornata nel punto esatto in cui era qualche milione di anni fa. Impossibile schedare o ricordare le biblioteche private di Sarajevo distrutte dal fuoco. E neanche ci sarebbe qualcuno per cui farlo. Ma come la fiamma di tutte le fiamme e il fuoco di tutti i fuochi, la mitica cenere e la polvere finale sono memori della sorte del glorioso Municipio, la biblioteca universitaria di Sarajevo, del rogo di quei volumi lungo un giorno più una notte. Tutto questo accadeva dopo un sibilo e un boato, esattamente un anno fa. Forse proprio nello stesso giorno in cui tu leggi queste righe. Accarezza dolcemente i tuoi libri, straniero. E ricorda che sono polvere.” — Miljenko Jergović

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Non ha senso proibire al fuoco di ingoiare ciò che l’umana indifferenza ha già ingoiato. Lo splendore di Parigi o di Londra non è che un alibi per i criminali grazie ai quali Varsavia, Dresda, Vukovar e Sarajevo non esistono più. O se esistono, ci vive della gente che nella più grande epoca di pace si predispone all’evacuazione, già pronta a dire addio ai propri libri. A questo mondo, per come esso è fatto, c’è una regola di base — la stessa che enunciò Zuko Džumhbur pensando alla Bosnia —, e si riduce a una valigia sempre pronta. Lì dentro devono starci tutte le tue cose e i tuoi ricordi. Quel che resta fuori è già perduto. Inutile andare in cerca delle ragioni, del senso, di una giustificazione. Appesantisce, come i ricordi. Non resta che restituire diligentemente i libri presi a prestito, quelli avuti in dono li eviti o li perdi, quelli scritti li invii agli amici che vivono lontani gli uni dagli altri, così che il fuoco possa divorarli il giorno in cui la terra sarà tornata nel punto esatto in cui era qualche milione di anni fa. Impossibile schedare o ricordare le biblioteche private di Sarajevo distrutte dal fuoco. E neanche ci sarebbe qualcuno per cui farlo. Ma come la fiamma di tutte le fiamme e il fuoco di tutti i fuochi, la mitica cenere e la polvere finale sono memori della sorte del glorioso Municipio, la biblioteca universitaria di Sarajevo, del rogo di quei volumi lungo un giorno più una notte. Tutto questo accadeva dopo un sibilo e un boato, esattamente un anno fa. Forse proprio nello stesso giorno in cui tu leggi queste righe. Accarezza dolcemente i tuoi libri, straniero. E ricorda che sono polvere.
— Miljenko Jergović