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Quote by David Sikhosana

“Innovation is the fuel of global competitiveness and South Africa has the talent, spirit, and resilience to rise. With leadership that embraces vision and action, we won't just compete, we'll lead”

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Work

Change and Power

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Author

David Sikhosana

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“— C’era una volta.... — Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori. — No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze. Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.”

“Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch'era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c'era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all'Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l'incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai. Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano oramai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai. Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo - si accorse Giovanni Drogo - il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare. Che cosa senza senso: perché non riusciva a sorridere con la doverosa spensieratezza mentre salutava la madre? Perché non badava neppure alle sue ultime raccomandazioni e arrivava soltanto a percepire il suono di quella voce, così familiare ed umano? Perché girava per la camera con inconcludente nervosismo, senza riuscire a trovare l'orologio, il frustino, il berretto, che pure si trovavano al loro giusto posto? Non partiva certo per la guerra! Decine di tenenti come lui, i suoi vecchi compagni, lasciavano a quella stessa ora la casa paterna fra allegre risate, come se andassero a una festa. Perché non gli uscivano dalla bocca, per la madre, che frasi generiche vuote di senso invece che affettuose e tranquillanti parole? L'amarezza di lasciare per la prima volta la vecchia casa, dove era nato alle speranze, i timori che porta con sé ogni mutamento, la commozione di salutare la mamma, gli riempivano sì l'animo, ma su tutto ciò gravava un insistente pensiero, che non gli riusciva di identificare, come un vago presentimento di cose fatali, quasi egli stesse per cominciare un viaggio senza ritorno.”

“Per molto tempo, non so nemmeno per quanto, io ho vissuto in luoghi astratti. Stavo qui, nella mia casa o sul posto di lavoro, eppure non c'ero, disse, ero altrove. Io mi svegliavo - perché senza dubbio la mattina mi svegliavo - e avevo la sensazione di non esserci, come se il sonno mi avesse rubato o continuasse ad esistere durante la veglia. facevo ogni cosa come se al posto mio ci fosse qualcun altro. Lei deve credermi: era come se non sapessi chi ero.”

“Già suo padre, prima di lui, era stato un guaritore di vasi. E così anche lui guariva vasi, e a dire il vero qualsiasi manufatto di ceramica risalente ai Vecchi Tempi, prima della guerra, quando ancora non tutti gli oggetti erano fatti di plastica. Un vaso di ceramica era una cosa meravigliosa, e ogni vaso che guariva diventava un oggetto che amava, e che non dimenticava mai; la forma, la consistenza della ceramica e lo smalto, restava tutto con lui, per sempre. Quasi nessuno, tuttavia, aveva bisogno del suo lavoro, dei suoi servizi. Ormai rimanevano pochissimi manufatti di ceramica, e chi li possedeva faceva molta attenzione a che non si rompessero. Sono Joe Fernwright, si disse. Sono il miglior guaritore di vasi al mondo. Io, Joe Fernwright, sono diverso da tutti gli altri uomini.”

“Soon after three o'clock on the afternoon of April 22nd 1973, a 35-year-old architect named Robert Maitland was driving down the high-speed exit lane of the Westway interchange in central London. Six hundred yards from the junction with the newly built spur of the M4 motorway, when the Jaguar had already passed the 70 m.p.h. speed limit, a blow-out collapsed the front nearside tyre. The exploding air reflected from the concrete parapet seemed to detonate inside Robert Maitland's skull. During the few seconds before his crash he clutched at the whiplashing spokes of the steering wheel, dazed by the impact of the chromium window pillar against his head. The car veered from side to side across the empty traffic lanes, jerking his hands like a puppet's. The shredding tyre laid a black diagonal stroke across the white marker lines that followed the long curve of the motorway embankment. Out of control, the car burst through the palisade of pinewood trestles that formed a temporary barrier along the edge of the road. Leaving the hard shoulder, the car plunged down the grass slope of the embankment. Thirty yards ahead, it came to a halt against the rusting chassis of an overturned taxi. Barely injured by this violent tangent that had grazed his life, Robert Maitland lay across his steering wheel, his jacket and trousers studded with windshield fragments like a suit of lights.”

“Alla fine maggio 1916, la mia brigata – reggimenti 399° e 400° – stava ancora sul Carso. Sin dall’inizio della guerra, essa aveva combattuto solo su quel fronte. Per noi, era ormai diventato insopportabile. Ogni palmo di terra ci ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto. Non avevamo fatto altro che conquistare trincee, trincee e trincee. Dopo quella dei «gatti rossi», era venuta quella dei «gatti neri», poi quella dei «gatti verdi». Ma la situazione era sempre la stessa. Presa una trincea, bisognava conquistarne un’altra. Trieste era sempre là, di fronte al golfo, alla stessa distanza, stanca. La nostra artiglieria non vi aveva voluto tirare un sol colpo. Il duca d’Aosta, nostro comandante d’armata, la citava ogni volta, negli ordini del giorno e nei discorsi, per animare i combattenti.”