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Quote by lorenzo marone

“Non avevo voglia di aprirmi fino in fondo, gli avrei dovuto spiegare che di rassegnazione nelle mie parole non ce n’era, parlerei piú di accettazione, che significa prendere atto della realtà senza star lí a sprecare energie vitali. La distinzione è sottile, ma importante: la rassegnazione è una resa, l’accettazione è un punto di partenza. La prima ci obbliga a rinunciare a modificare le cose, a trasformare le situazioni, accettare invece ci dà la possibilità di spostare l’attenzione su altro, di restare vivi e ripartire, cercando di modellarci sul presente, di assecondare con i nostri movimenti gli attacchi della vita, come il judoka, che sa che contrastare aggredendo spesso porta solo a un dispendio di forze. Io, caro padre, accetto, non mi rassegno. Accetto di non poter cambiare alcuni aspetti di me e della mia vita, o di poterli cambiare solo grazie a enormi sacrifici. Accetto di non poter contrastare fino in fondo le mie paure, le fobie, le debolezze. Accetto quei muri grigi e la porticina laterale. Accetto di essere ipocondriaco. Non mi rassegno a dover morire, questo no, ma accetto di non poter fare nulla per contrastare questo. In fondo si tratta di accogliere l’idea che dalle cellule alle stelle tutto muore, e che un domani anche la mia fine servirà, grazie alle morti di ciascuno di noi la vita avrà lo spazio per rigenerarsi, ed evolvere. La caduta dell’albero permette alla luce di raggiungere nuovamente il terreno sottostante, cosí da far nascere un nuovo tronco. Gli atomi di cui sono composto, che forse un tempo sono appartenuti a un dinosauro, a un faraone, a Buddha, chissà, questi stessi atomi che provengono da una stella esplosa lontano, in altre galassie, dopo la mia morte rimarranno qui e torneranno in circolo, finiranno in milioni di altri organismi, senza mai fine. Si tratta forse di curvare quella che crediamo essere una linea retta fino ad avere un cerchio: non nascita, vita, morte, ma nascita, vita, morte, nascita, vita, morte, nascita, vita, morte… nascita. «La vita è solo un breve periodo di tempo in cui sei vivo». Lo disse quel genio di Philip Roth. Solo un breve periodo di tempo in cui siamo vivi. È una parentesi, in fondo, la nostra vita, e dico questo non perché voglia fare il pesante, il pessimista e il menagramo, no. Ho scherzato fino a ora e continuerò a farlo, tenterò di tenere a bada l’ansia con l’ironia e quella leggerezza che ad alcuni dà fastidio e altri non riconoscono. Ma non voglio parlare di me, desidero disquisire di vita, e di come la spendiamo. Perciò cito le parole di Roth e parlo di piccola parentesi, perché credo che il primario compito di ognuno sia rendere degna la propria esistenza, combattere con tutte le forze affinché sia tale, per non sentire di avere sprecato l’unica grande occasione che ci è stata data. Abbiamo il dovere di riempire questa parentesi di piú cose possibili, di piú cose meravigliose possibili. Dobbiamo approfittare del tempo, anzi approfittare del fatto che il tempo è poco, per lasciare un segno del nostro passaggio terreno. Lo diceva il giovane Seneca a soli venti anni: «La vita che ci è data è lunga a sufficienza per compiere grandissime imprese, purché sia spesa bene». Lo cantava anche Omero nell’Iliade: «Come stirpi di foglie, cosí le stirpi degli uomini; | le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva | fiorente le nutre al tempo di primavera; | cosí le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra dilegua». E chissà che un giorno non ci ritroveremo a volare liberi nell’aria per poi posarci sulla spalla di un nostro caro, come le farfalle monarca del Messico. «Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla», è una meravigliosa frase taoista. Ecco, questo paragrafo, questo piccolo pensiero, caro padre, è il mio atto di fede, il mio tentativo. Esisto, e un domani sarò esistito, come disse pure Margherita Hack. «Qualcuno si ricorderà di me. E se cosí non fosse, non importa».”

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Inventario di un cuore in allarme

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lorenzo marone

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“La mia infanzia sono quei muri grigi, quella minuscola porta. Sono cresciuto con la convinzione che a me spettasse sempre e comunque un’entrata laterale, un sottopassaggio buio e maleodorante, che mi dovessi infilare di soppiatto in una porticina per scappare dal resto del mondo, che invece rincasava a testa alta dall’ingresso principale. Basta poco per indirizzare una vita. Anche solo una porta sbagliata. Una scelta sbagliata.”

“In realtà, riflettendoci, e tornando alle nostre vite terrene, tutti per fortuna siamo sempre presi da un progetto, in ogni momento della nostra vita abbiamo qualcosa da portare a termine, che sia un’opera per un artista, un cantiere per un ingegnere, una casa da ristrutturare per un operaio, una classe da accompagnare alla maturità per un insegnante, una causa importante da vincere per un avvocato, o un nipote da crescere per un nonno. A tutti la fine arriverà a scombussolare i piani, c’è poco da fare. Anzi, c’è molto da fare. Nel frattempo. «L’importante è che la morte mi colga vivo», diceva Marcello Marchesi. Già.”

“Time. For some it was a great healer, the ultimate fixer of bad break-ups, shake-ups, and heartache… For others, Time was an insidious stealer of all things they want most in life, stripping it away from them by sneakily changing the rules of obtaining it… For all the joyful wishes and hopeful desires held near and dear to our hearts, Time was the one element most likely to keep it from our reach. To me, Time was all of these, and none. Time simply is. It’s the framework in which we play out the games of our lives, but the secret is not to control it. It is not to master it. It is simply to learn to exist fully within the moment, to be aware of every facet of our being, and to wring every ounce of joy from it. Perhaps we were our own thieves, lamenting the absence of even a spare moment to enjoy life, when all it really takes is to stop the complaints, take the moment firmly in hand, and make it our own. Because the secret is that Time passes, and if you let it, it will leave you in its wake, aching with every beat of your heart and in every fiber of your being for what you have missed.”

“Siempre he creído que el destino, amén de su afición a embestir a los inocentes por la espalda y a ser posible a calzón quitado, gustaba de anidar en las estaciones de tren en sus pausas de refresco. Allí empezaban o terminaban tragedias y romances, huidas y retornos, traiciones y ausencias. La vida, se decía, es una estación de tren en la que uno casi siempre se sube, o le suben, al vagón equivocado.”