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Quote by Amber M. Kestner

“You belong with Addy, don't give up. No one can take her from you unless you keep letting them. Break it off with Deborah so you can be with Addy and Addy will be in your arms don't keep fighting her off. You almost had her then your dumb ass let her go. Don't do it again. Harley Rayne”

Quote by Amber M. Kestner

Work

Happily Ever After

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Author

Amber M. Kestner

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“Seeing Addy in a bikini that showed her figure perfectly it made Celeste so turned on. Hearing her laugh echoed in the distance then appearing beside her was Harley, it made her stomach churned feeling that Harley touching her, jealousy stirred inside her. Watching Addy walk her way made her smile seeing that Harley finally went away and she had her woman. “Babe, come on, let's go play in the water with the kids and Harley.” She called me babe, I am her woman...oh my goodness...Addy is wearing my wedding band on her hand. Addy is mine, all mine, this is so real! Addy sat on her lap brushing Celeste hair out of the way and then kissed her with such sweet cherry taste. Addy ended the kiss with a smile, Celeste just sat there unsure of what to do next. Celeste Rayne”

“Quando avevo poco meno di vent’anni, conducevo un’esistenza apatica, senza scopo. Mi sentivo fuori posto a scuola come a casa, ed ero sempre chiuso nel mio guscio. Ero troppo sensibile, e questo mi portava a pretendere troppo dagli altri e da me stesso, e al contempo, forse proprio per questo, avevo la sensazione di essere totalmente vuoto. Ero fatto così. Pensavo che al mondo non ci fosse un posto adatto a me.”

“Lui inizia a correre in direzione della bestia e poi si ferma e spara ancora, spara e spara e non prende niente, e io penso che se ci fosse stato un lupo arrabbiato lo avrebbe già morso alla faccia, alla gola, all’altezza del mento, allora mi avvicino e lo supero, cerco il cinghiale come se cercassi me stessa. Mi vedo a quattro zampe nel bosco, che tento la fuga dalle responsabilità dei miei quasi delitti, dalle male parole, dai gesti furibondi, dalle dolcezze che non ho saputo dare, dalla tenerezza che non ho potuto ricevere, dal mio futuro, sono io che arranco e mi accuccio e ho il pelo irto e duro, una corazza di animalità coriacea, io grugnisco, io annuso, io non voglio che nessuno mi fermi, mi processi, mi accusi, poi alzo il fucile, che è corpo per me, oggetto vivo, capacità, e prendo la mira, una delle poche cose che so fare e che saprò sempre fare.”

“Di quei dieci comandamenti – volontà di tregua e pace perpetua – io non ne ho rispettato nessuno, ho avuto mesi e anni per mettermi in pari, recuperare gli errori commessi, ma ho procrastinato gli eventi, ogni giorno poteva essere quello dopo, ogni tramonto lo avremmo potuto guardare la sera seguente, ogni perdono poteva restare implicito, nessuno avrebbe prosciugato il lago o avrebbe sradicato il molo, e il coniglio era morto da tempo e tale sarebbe rimasto: morto e sepolto nel giardino sul retro, tra le lattughe e qualche melanzana. [...]non le ho narrato della mia scarsa autostima, la coriacea voglia di offendere e affondare, come se ognuno fosse un pesce e io la mano stretta intorno al suo corpo liscio dentro la grande fontana che è una vita qualunque. Lei ha sempre custodito, nella sua memoria emotiva, la me fantastica e valorosa, la me affabile e sorridente, la me che è vittima e non fa pezzi dei corpi altrui, quella che canta a gola aperta in macchina e legge i libri al fresco dell’ombra, una me fugace, durata il tempo di una stagione, una immagine evanescente, un viso sott’acqua durante una gara di apnee.”