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Quote by Linsey Mills

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Linsey Mills

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“The powerful questions of life produce a dynamic dualism, which interplay creates the operatic structure that we must operate. Can the flesh and spirit coexist? Can inner despair and renewed optimism reside under the same roof? Can we harness humankind’s wretchedness in order to broker its salvation? Should all people seek out perfection or work to accept their fallibility? Should I eschew pain or embrace suffering? Do I cave into the meaningless of my life or actively rebel against the patent absurdity of human existence?”

“Mah! C'è chi comprende e chi non comprende caro signore. Sta molto peggio chi comprende, perchè alla fine si trova senza energie e senza volontà. Chi comprende, infatti, dice: . Benissimo! Ma a un certo punto ci si accorge che la vita è tutta una bestialità, e allora dica un pò cosa significa il non averne commesso nessuna: significa per lo meno non aver vissuto, caro signore.”

“Perché la vita, per tutte le sfacciate assurdità, piccole e grandi, di cui beatamente è piena, ha l'inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella stupidissima verosimiglianza, a cui l'arte crede suo dovere obbedire. Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono vere. All'opposto di quelle dell'arte che, per parer vere, hanno bisogno d'esseri verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità. Un caso della vita può essere assurdo; un'opera d'arte, se è opera d'arte, no. Ne segue che tacciare d'assurdità e d'inverosimiglianza, in nome della vita, un'opera d'arte è balordaggine. In nome dell'arte, sì; in nome della vita, no.”

“Ma volendo parlare così astrattamente come codesti critici fanno, non è forse vero che mai l'uomo tanto appassionatamente ragiona o (sragiona, che è lo stesso), come quando soffre, perchè appunto delle sue sofferenze vuol veder la radice, e chi gli e le ha date, e se e quanto sia stato giusto il dargliele; mentre quando gode, si piglia il godimento e non ragiona, come se il godere fosse suo diritto? Dovere delle bestie è il soffrire senza ragionare. Chi soffre e ragiona (appunto perchè soffre), per quei signori critici non è umano; perchè pare che, chi soffra, debba esser soltanto bestia, e che soltanto qundo sei bestia, sia per essi umano. Ma di recente ho pur trovato un critico, a cui son molto grato. A proposito della mia disumana e, pare, inguaribile, "cerebralità" e paradossale inverosimiglianza delle mie favole e dei miei personaggi, egli ha domandato a quegli altri critici donde attingevano il criterio per giudicare siffattamente il mondo della mia arte. "Dalla cosidetta vita normale" ha domandato. "Ma cos'è questa se non un sistema di rapporti, che noi scegliamo nel caos degli eventi quotidiani e che arbitrariamente qualifichiamo normale?" Per concludere che "non si può giudicare il mondo di un artista con un criterio di giudizio attinto altrove che da questo mondo medesimo".”