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Sardegna Quotes

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Sardegna Quotes

“Speranza si incupì sotto lo sguardo delle nipotine, le sopracciglia bianche si incontrarono al centro della fronte e la luce aranciata dell’abat-jour marcava le rughe come trincee nere, creava ombre scure nell’incavo degli occhi e sotto il mento. «Sa Filonzana» disse. «La Filatrice» chiarì subito dopo, a beneficio delle bambine. [...] «Lei fila il destino della gente» continuò. «E lo interrompe, se deve. Zac! Taglia il filo» spiegò, mimando un paio di forbici con le dita, quasi volesse giocare a Carta-Forbici-Sasso. «Come le Parche» osservò Elena, dall’alto dei suoi dieci anni di saggezza.”

“[...] e fu allora che Elena notò il tatuaggio sul collo: sotto l’orecchio appariva un cerchio diviso in quattro parti da due linee incrociate. Ogni quarto era riempito da righe che formavano un diverso motivo, a volte più strette, altre più larghe, ondulate o riempite da puntini. Una pintadera, il timbro con cui fin dall’età nuragica si usava marchiare il pane per portarlo al forno comune o colorarsi il corpo, per segnare l’appartenenza a una precisa famiglia. Il simbolo, diverso per ogni casa, era sopravvissuto tra i cacciatori per riconoscersi tra loro come facenti parte di un’unica gilda, pur facendo parte di ceppi differenti.”

“Nel mentre, Aurora cominciò a recitare un brebu, una preghiera – o forse sarebbe stato più corretto chiamarlo incantesimo – in sardo, le cui origini risalivano a ben prima dell’arrivo del cristianesimo, quando i popoli veneravano la terra e il cielo sotto il nome di una sola Dea, la Madre. I brebus potevano avere molti fini, ma questo era cantato affinché lo spirito trovasse pace.”

“Biddanoa cumenzàt cun d’unu suspiru. Fut su suspiru de chini, apustis de nd’èssi calau ’e su trenu in punta ’e mesudì, ndi bessìat de su fossu accantu fut sa stazioni e dda bìat di attesu, sa bidda, in artu in d’unu monti, e bìat s’arziàda mala chi fut abettendiddu po ci arribai. Is domus, bias de cussa distànzia, parìant allìgras, iscaringiàdas a arrìri, cun cuddu biancu a ingìriu de gennas e ventanas che una miràda beffiana ghettàda a is chi fùanta sudendu in s’ùrtimu trettu ’e s’arziadróxu chi acabàda in Cuccuru ’e Callia.”

“Con volontà rozza, animalesca, ma inflessibile le mie dita, callose e storte dalla zappa, per la prima volta ebbero l'opportunità di esprimere, alle querce secolari, la sensibilità di generazioni e generazioni mai educate alla musica. E attraverso le mie dita l'uomo delle caverne, ancora intatto dentro di me, ma sensibile in tutta la sua umanità, incominciava a raddolcirsi con la musica: a scavare dentro di sé e a scoprire che al di là dei suoi campi il mondo non finiva con l'orizzonte e che la miniera delle sue risorse sconfinava da quel cielo che fino allora conosceva.”