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Quote by Monica Serra

“Ticchettio d'ingranaggi. Rumore di pistoni. Sbuffi di vapore. Boyle. Rufus Leddy Boyle, lo scienziato pazzo. Henry sentì crescere dentro di sé la paura, come albume d'uovo montato a neve. In che mani era finito? Tentò ancora di muoversi, ma invano. L'ombra dell'uomo che aveva appena parlato gli coprì il viso. «So che potete sentirmi, lord Demison. Sono il colonnello Comask». Pausa. Anche l'uomo chiamato “dottor Boyle” entrò nel campo visivo di Henry. Poi il colonnello proseguì: «Avete servito egregiamente la corona, ma date le circostanze, credo che sia opportuno congedarvi. Non c'è urgenza di recuperare i documenti. E, almeno per il momento, la vostra missione è compiuta». Fece un saluto militare. «Ci rivedremo a Londra». Salutò il dottore e se ne andò. Henry era ancora impossibilitato a muoversi. Vide il dottor Boyle farsi più vicino e togliersi gli occhialini di protezione. Gli lesse negli occhi una strana mescolanza di orgoglio e compassione. «Bentornato tra i civili, lord Demison», disse l'uomo con insolita dolcezza. «E benvenuto nella vostra nuova vita».”

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Evaporismi

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Monica Serra

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“Il cacciatore calò il pugnale, disegnando una falce di luna nell’aria, e colpì il torace, proprio al centro, scavandosi la strada tra le scaglie dai mille colori che impallidivano man mano che il sangue defluiva. Squarciò e lacerò. Ci fu dolore, così tanto dolore da riecheggiare oltre le montagne, fino al cielo, eppure il drago non si mosse. Continuò a fissarlo, mentre la terra sotto di loro tremava. L’uomo dovette spostarsi per mantenere l’equilibrio, quando il mondo intero fu travolto da un’onda potentissima. Il drago sentì quella marea trascinarlo fuori dal suo corpo. Poi la lama si fermò e il drago morì. Eppure non era davvero morto. Era ancora lì, esisteva, ma fuori dalla magnifica carcassa che aveva solcato per secoli i cieli. E vide ogni cosa, attraverso una specie di nebbia. La valle inondata di sole. L’essere odioso e meschino che gettava via il pugnale imbrattato di sangue scuro e denso. Il proprio corpo straziato. La coda squamosa che percuoteva il terreno un’ultima volta, prima di crollare inanimata. E nell’istante in cui il cacciatore estrasse con le mani avide il cuore pulsante, ogni luce si spense e il drago divenne leggenda.”

“D’un tratto gli androidi prodotti dalla Hoffman & Sons parevano più umani degli umani stessi, si mescolavano nel grigio di Londra, tra le carrozze a scoppio e il vapore denso, lasciando in mostra protesi meccaniche come le persone esibivano tratti animali. E non era finita lì, molta gente stava ancora mutando, spariva dalla circolazione per qualche tempo e poi saltava fuori con un aspetto sorprendente. Cominciai a chiedermi quando sarebbe venuto il mio turno, quale aspetto avrei preso e quanto avrebbe condizionato le nostre vite.”

“Quando alzai la testa, ormai fradicia, ero di nuovo davanti alla centrale. Non mi ero nemmeno accorto che la sigaretta si fosse spenta a causa della pioggia; solo quando mi fermai l’odore acre del mozzicone bagnato che avevo tra le labbra raggiunse pungente le narici, disgustandomi. Lo sputai lontano, come a volermi liberare di un qualcosa che mi assillava da anni, ma quell’amaro che sentivo in bocca non se ne andò, anzi, sembrò restare per ricordarmi il sapore della realtà. Lo stomaco mi si rivoltò dallo schifo. Guardai il mio riflesso in una pozzanghera agitata dall’acqua che cadeva, e per la prima volta sentii il peso di ciò che era diventata la mia vita: un qualcosa di cui non mi sarei mai potuto liberare. Mi resi conto che tutto questo avrebbe finito per consumarmi e dopo tanti anni mi sentii di nuovo solo.”

“L'anima si ribella mentre gli occhi si chiudono. Il buio la inghiotte e niente disturba più il suo sonno. Voleva rispondere al bacio, voleva davvero farlo. Ma adesso non importa. Ora si gode la pace trovata. In quel limbo dov'è rinchiusa niente la turba, niente. E le paure scivolano via. Perdono consistenza, spariscono. Una pace artificiale l'ammanta e la stringe piano. La culla e le sussurra dolci parole placando la sua rabbia. Lucy rimane inerme tra le braccia di Nico che ancora la stringe. Oltre le palpebre chiuse un mondo fatto di foschia accarezza la sua mente stanca e provata. Lucy si lascia trasportare in quel vuoto. Grata di annullarsi e poter dimenticare. Lascia andare i suoi timori. Le sue ansie e i suoi tormenti. Tutto si confonde e tutto si trasforma. Adesso nulla è più come prima. Nemmeno i ricordi.”

“Un colpo secco squarciò il velo di silenzio adagiato sulla casa abbandonata e la grande porta bianca precipitò, trascinando con sé tutta la rabbia, il rancore e la frustrazione di quei folli giorni che sarebbero rimasti nella Storia. La quiete di un mondo dorato ormai al crepuscolo si frantumò nelle voci rozze dei quattro giovani bolscevichi ansiosi di vedere il lusso e di portarsi a casa qualche ricordo di una vita che non avrebbero mai vissuto. «Finalmente! Sono dure queste porte, eh?» ghignò uno di loro. «Non sono più dure di noi! Niente è più forte del popolo!» gridò un altro, trascinato dall’entusiasmo. Varcarono la soglia della dimora signorile come se fossero i padroni, con il loro incedere sbruffone e meravigliato al tempo stesso. Scarponi sporchi e di grossolana fattura calpestarono con noncuranza il pavimento di marmo bianco striato di venature nere, battendo la marcia sostenuta e incessante della rivoluzione.”

“Nella mia terra natale, lo Yamato, io consacrai il mio corpo e la mia vita alla nostra imperatrice-dea, l’immortale Amaterasu-ō-mi-kami. I servi del suo ordine, in cambio di un servizio che durava una vita intera, ricevevano un corpo artificiale. Si trattava di un involucro meccanico costruito grazie alle conoscenze protoculturiane, provenienti da quella stessa civiltà che aveva costruito eoni prima la medesima Amaterasu.”

“«Per la Dea Madre. Sergente, che cos’è mai quest’abominio?» chiese un fante. Avevano abbattuto uno dei robot indigeni, una specie di ragno cibernetico. Quel coso stava procedendo diritto come un missile verso la loro base, forse si trattava di un kamizake. Dopo aver svuotato i caricatori, arrestando una volta per tutte la sua corsa, l’avevano aperto come una scatoletta di tonno.”