“Danijar riprese il canto. L’inizio era sempre così timido, malsicuro, ma a poco a poco la voce prese forza, riempì la valle, andò a risvegliare l’eco nelle rocce lontane. Ciò che mi sorprendeva di più era la passione, l’ardore che permeava la melodia stessa. Non sapevo come chiamare tutto questo, e non lo so tuttora, o più esattamente non posso dire se quella fosse soltanto la voce o qualche cosa di ben più importante che usciva dal cuore stesso dell’uomo, qualche cosa capace di suscitare negli altri una simile emozione, capace di animare i più segreti pensieri. Se mi fosse possibile, in qualche modo, riprodurre la canzone di Danijar! In essa non c’erano quasi parole, essa apriva senza parole l’anima profonda dell’uomo. Né prima, né dopo, mai ho udito una canzone simile: non somigliava né alle canzoni kazake, né alle canzoni kirghise, ma c’era in essa qualcosa delle due e delle altre. La musica di Danijar portava in sé tutte le più belle melodie dei due popoli fratelli e le fondeva in una sola canzone impossibile a ripetersi. Era una canzone dei monti e delle steppe, che ora s’alzava sonora come i monti kirghisi e ora si stendeva senza barriere come la steppa kazaka.”
Quote by Chingiz Aitmatov
Book:Jamilia
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