Quotessence
Home / Quotes / Quote by Christopher Watkin

Quote by Christopher Watkin

“For Serres, everything exists in at least three distinct broad temporalities (At 126–7) which can be further subdivided and combined in different ways. The fi rst time is the reversible, clockwork time of the classical age, when no fundamental law was thought to dictate the direction of time’s flow. The second time is the globally entropic time of the second law of thermodynamics, of Carnot’s heat engine that carries everything towards death. This thermodynamic principle was formalised in 1865 by Rudolph Clausius who, drawing heavily on Carnot’s work on heat engines, coined the term ‘entropy’ to describe the irrecoverable heat inevitably lost from any mechanical system. Laplace brings this irreversible time into the natural sciences with a cosmogony that supplements Newton’s reversible cosmology with a dimension of becoming (JVSH 36), and Darwin inscribes irreversible time at the heart of the natural sciences (JVSH 39). The eternal universe of Pascal is no more: ‘Immersed in time the universe likewise is born, develops, evolves, wears out and, perhaps, will die’ (JVSH 36).133 Time enters into science. The third time is the locally negentropic time of codes and information, preserving complexity against the general decay of order (H4 287).134 The idea of negentropy was developed in the 1930s, describing a pocket of information preserved in a wider context of entropic decay (see JVSH 136). It is a time encrusted in the living beings who ‘follow an evolution that Bergson called creative, of which we can at least say that it runs in the opposite direction to the thermodynamic arrow’ (H5 79) (Watkin 2020: 132)”

Quote by Christopher Watkin

Work

Michel Serres: Figures of Thought

Browse quotes and source details for this work. more

Author

Christopher Watkin

Browse famous quotes and profile details for Christopher Watkin. more

You May Also Like

“Artù andò alla porta della fucina, la spalancò e fissò il cortile. Niente vi si muoveva, a parte i soliti cani. Si voltò. - Sei un uomo onesto, figlio - ammise a malincuore. - Un uomo onesto. Sono orgoglioso di te. Ma hai un'idea troppo buona del mondo. C'è il male là fuori, il vero male, e tu non ci credi. - Tu ci credevi, quando avevi la mia età? Artù riconobbe con un mezzo sorriso l'acutezza della domanda. - Quando avevo la tua età, credevo di poter rifare il mondo. Credevo che il mondo avesse bisogno solo d'onestà e di gentilezza. Credevo che il trattare bene la gente, il mantenere la pace e il praticare la giustizia sarebbero stati ricompensati con la gratitudine. Credevo che il bene avrebbe annullato il male. Rimase pensieroso per qualche attimo. - Forse pensavo che le persone fossero simili ai cani e che, offrendo loro abbastanza affetto, sarebbero state docili - riprese, amaro. - Ma le persone non sono cani, Gwydre, sono lupi. Un re deve governare migliaia di ambiziosi e ognuno di loro inganna. Sarai adulato e, alle tue spalle, deriso. Ti giureranno fedeltà eterna e intanto trameranno alle tue spalle. Scrollò le spalle. - E se sopravviverai ai complotti, un giorno avrai la barba grigia come me, guarderai la tua vita e ti accorgerai di non aver realizzato niente. Un bel niente. I bambini da te ammirati in braccio alle madri saranno cresciuti e diventati assassini, la giustizia da te imposta sarà in vendita, la gente da te protetta sarà ancora affamata e il nemico da te sconfitto minaccerà ancora i confini. Parlando, era diventato sempre più furioso. Ora con un sorriso addolcì la collera. - É questo che vuoi? Gwydre lo guardò negli occhi. Pensai per un attimo che avrebbe esitato o forse discusso con il padre, invece diede ad Artù una buona risposta. - Quello che voglio, padre, è trattare bene le persone, dare loro la pace e offrire loro giustizia.”

“Non fare tante riforme e tanti decreti; e se li fai procura che siano giusti, e soprattutto che si osservino e si eseguiscano; perché le riforme che si trascurano egli è come se non si promulgassero, e fanno giudicare che il principe, il quale ebbe senno ed lungimiranza nel prescriverle, manchi poi di energia nel farle eseguire. [...] Ricordati, non sempre rigoroso o sempre indulgente, ma eleggi il mezzo fra quegli due estremi: che in ciò consiste la perfezione della saggezza. Visita le carceri, i mercati, e sino le beccherie e i macelli; che la presenza del governatore in siffatti luoghi è di estrema importanza: e così tu conforterai i prigioni che attendono di essere restituiti alla libertà, e porrai in sesto le stadere e i pesi, evitando le frodi, ed incutendo il terrore nei rivenditori delle piazze e nei macellai. Non ti mostrare (se anco lo fossi, benché non credo), amico né di robe, né di donne, né della ghiottoneria; perché come il popolo, o chi ha da trattar teco, conosce la piega a cui inchini, si studierà di far in te entrare la corruzione, e tanto ti assalirà, che ne andrai trascinato ad irreparabile perdizione.”

“Il governo dei popoli cambia natura. Dei vecchi governi, portatori d’indirizzi politici, restano solo le vestigia esteriori. Invece d’essere il centro propulsore d’energia politica, in vista di obiettivi determinati dalle scelte politiche, esso è piuttosto il gestore dello status quo, attraverso la garanzia dei suoi equilibri interni e la difesa dalle perturbazioni esterne. Non a caso – come s’è detto a proposito del nichilismo – è entrata nell’uso la parola molto moderna governance, la «governanza» della quale politologi e costituzionalisti à la page subiscono il fascino. La governance è il coordinamento efficace delle forze in campo, la loro «messa in rete» finalizzata alle diverse «tenute»: tenuta dei conti pubblici, tenuta della coesione sociale, tenuta del «sistema» economico-sociale complessivo, denominato «sistema» o «azienda». Il governo, nella sua visione classica, era chiamato a scelte incidenti sul corpo sociale, secondo visioni politiche. Nella governance, no. La sua funzione è una funzione di garanzia di ciò che esiste nel vasto campo delle forze che operano sul terreno sociale, dunque una funzione conservatrice. Essa mira alla gestione dell’equilibrio tra i fattori, a tenere sotto controllo le situazioni critiche, a ridurre i propri interventi autoritativi, a estendere l’autoregolazione dei diversi attori sociali, a rimettere in moto la macchina che si sia inceppata e a evitare l’implosione determinata dal crescere incontrollato della contraddizione degli interessi. La sostituzione di personale tecnico al personale politico, nelle compagini governative, è la naturale conseguenza. I tecnici sono coloro ai quali ci si rivolge per riparare i meccanismi in panne, per tenere insieme, in regime di compatibilità generali, i pezzi della macchina combinatoria dei soggetti che contano: s’intende, cioè, le forze che rappresentano coloro che avrebbero la forza d’incrinare, se lo volessero, le tanto indispensabili «tenute». Il compito dei tecnici, anche quando mostrano di usare tecniche innovatrici, è intrinsecamente conservatore. Chi sta fuori, non conta o, se la frustrazione e il malessere crescono al punto di creare difficoltà alla tenuta, lo si degna di qualche attenzione caritativa oppure, se non basta, c’è sempre il baculum, il bastone di cui parlava il cardinale Bellarmino, tenuto di riserva. Perciò, si può dire facilmente che la governance è un regime dal doppio regime: conciliatore con chi sta dentro, spietato con chi sta fuori. Così è ogni regime pastorale il cui volto benevolo si associa alla mano correzionale, cioè repressiva”