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Quote by Primo Levi

“Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un caso, speranza, e nell'altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura, cosi distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò sostenibile, la consapevolezza. Sono stati proprio i disagi, le percosse, il freddo, la sete, che ci hanno tenuti a galla sul vuoto di una disperazione senza fondo, durante il viaggio e dopo.”

Quote by Primo Levi

Work

Survival In Auschwitz

This book offers a first-hand perspective on the extreme conditions and hardships faced by inmates in the Auschwitz concentration camp, providing a profound and disturbing insight into the human capacity for endurance and resilience amidst unimaginable suffering. more

Author

Primo Levi
Primo Levi

Chemist and Italian Jewish author, known for his dual identity as a survivor of Nazi concentration camps and a chemist. His works profoundly reflect the moral dilemmas and psychological states of humans in extreme environments. more

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“Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che cosi sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; né è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, ché subito ne ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre. Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine «Campo di annientamento », e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.”

“Me ne duole, perché dovrò tradurre il suo italiano incerto e il suo discorso piano di buon soldato nel mio linguaggio di uomo incredulo. Ma questo ne era il senso, non dimenticato allora né poi: che appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza; e che per vivere è importante sforzarci di salvare almeno lo scheletro, l'impalcatura, la forma della civiltà. Che siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l'ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell'acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Dobbiamo dare il nero alle scarpe, non perché cosi prescrive il regolamento, ma per dignità e per proprietà. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire.”

“Un giorno un nazista ricevette l'incarico di piazzarsi fuori dalla porta dello studio di mio padre con un cartello su cui era scritto: "Tedeschi, attenti. Evitate gli ebrei. Chiunque avrà a che fare con un ebreo sarà rovinato." Mio padre, allora, indossò l'uniforme da ufficiale, vi appuntò tutte le sue decorazioni, tra cui la Croce di Ferro di prima classe, e andò a mettersi di fianco al nazista. Questi aveva l'aria sempre più imbarazzata, mentre, pian piano si radunava attorno a loro una piccola folla. All'inizio la gente rimase in silenzio, ma, man mano che il numero dei presenti cresceva, cominciarono a udirsi dei borbottii che si trasformarono ben presto in grida di scherno. L'ostilità era diretta al nazista tanto che questi, poco dopo, pensò bene di andarsene, Non tornò più, né fu sostituito. Trascorsi alcuni giorni, mentre mia madre dormiva, papà aprì il gas.”

“Il Ka-Be è il Lager a meno del disagio fisico. Perciò, chi ancora ha seme di coscienza, vi riprende coscienza; perciò, nelle lunghissime giornate vuote, vi si parla di altro che di fame e di lavoro, e ci accade di considerare che cosa ci hanno fatti diventare, quanto ci è stato tolto, che cosa è questa vita. In questo Ka-Be, parentesi di relativa pace, abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci «Ricordati che devi morire», meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia. Se dall'interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui. Quando si lavora, si soffre e non si ha tempo di pensare: le nostre case sono meno di un ricordo. Ma qui il tempo è per noi: da cuccetta a cuccetta, nonostante il divieto, ci scambiamo visite, e parliamo e parliamo. La baracca di legno, stipata di umanità dolente, è piena di parole, di ricordi e di un altro dolore. «Heimweh» si chiama in tedesco questo dolore; è una bella parola, vuol dire «dolore della casa». Sappiamo donde veniamo: i ricordi del mondo di fuori popolano i nostri sonni e le nostre veglie, ci accorgiamo con stupore che nulla abbiamo dimenticato, ogni memoria evocata ci sorge davanti dolorosamente nitida. Ma dove andiamo non sappiamo. Potremo forse sopravvivere alle malattie e sfuggire alle scelte, forse anche resistere al lavoro e alla fame che ci consumano: e dopo? Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo. Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell'anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all'uomo di fare dell'uomo.”

“La masa del pueblo es incapaz de distinguir dónde acaba la injusticia de los demás y dónde comienza la suya propia. La gran mayoría del pueblo es, por naturaleza y criterio, de índole tan femenina, que su modo de pensar y obrar se subordina más a la sensibilidad anímica que a la reflexión. Esa sensibilidad no es complicada, por el contrario es muy simple y rotunda. Para ella no existen muchas diferenciaciones, sino un extremo positivo y otro negativo: amor u odio, justicia o injusticia, verdad o mentira, pero jamás estados intermedios.”

“Biciclette, invece, non se ne vedevano affatto. Il misero veicolo, sgusciante e leggero, silenzioso e facilmente occultabile, aveva impensierito i tedeschi, messa in crisi la loro efficienza investigativa e repressiva, al punto che il generale Maltzer ne aveva proibito, con una dura ordinanza, la circolazione nell'intento di ridurre la mobilità dei partigiani. Feroci e ingenui i nazisti attribuivano alla bicicletta i loro insuccessi nella caccia agli attentatori e, dunque, credettero che eliminando le biciclette, avrebbero eliminato gli attentati, i movimenti dei porta-ordini, la distribuzione dei giornali clandestini. Forse, se non fosse stata emessa quell'ordinanza, Zavattini e De Sica non avrebbero mai ideato un film come "Ladri di biciclette". Mai come in quei mesi l'assenza di biciclette nelle strade fece emergere la loro utilità, così che anche quando, a liberazione avvenuta, quella proibizione fu seppellita, la bicicletta diventò non solo un bene prezioso, uno strumento di lavoro, un mezzo di comunicazione indispensabile in una città priva di mezzi di trasporto pubblico, ma anche il simbolo di un'epoca. Nella loro ottusa ferocia i tedeschi erano incapaci di adeguarsi all'astuzia dei romani, di capire quella filosofia spicciola e sorniona che permetteva di beffarli rispettando formalmente le imposizioni. Se, insomma, andare in bicicletta era proibito, non lo era andare in triciclo, conclusero i romani, e allora bastava aggiungere una ruota alla bicicletta, trasformarla in triciclo per restare nella legalità e riacquistare la possibilità di movimento. Si vedevano così biciclette arrugginite, estratte dai nascondigli, trasformate in tricicli fortunosamente e, dunque, libere di circolare sotto gli occhi dei tedeschi senza temere il sequestro del mezzo e l'arresto del ciclista.”

“Junto a la atracción de la ideología nazi, de los ideales pangermánicos y los gritos de guerra antisemitas cada vez más estridentes y llenos de odio, había otra tendencia durante aquellos años de la que se hacía eco la prensa húngara. En los periódicos y las revistas escritos y editados por agentes pagados por los nazis y sus simpatizantes húngaros, que tenían muchísimos lectores, empezaron a publicarse alegatos contra la forma de vida burguesa, la ideología burguesa y la cultura burguesa. En paralelo al odio racial y al culto de la ascendencia, la prensa se dedicó a la agitación social. El proceso se comprende mejor si se analiza con una «perspectiva histórica»: lo iniciaron los nazis cuando afirmaron que ni los judíos ni en general ninguna persona de «raza extranjera» tenían cabida en el país, y lo terminaron diez años más tarde los bolcheviques al afirmar que en Hungría nadie tenía derecho a vivir, trabajar, ocupar un cargo público o educativo en el sector cultural ni a ganarse el pan si era «enemigo de clase», es decir, si no descendía de obreros agrarios o industriales... Una progresión sin duda dotada de una lógica impecable y de una coherencia despiadada. Las revistas y periódicos nazis húngaros empezaron a lanzar ataques contra «la burguesía judía», y diez años más tarde las revistas y periódicos bolcheviques húngaros —con muy pocos cambios, casi al pie de la letra— volverían a imprimir esos mismos ataques limitándose a omitir —y en algunos casos ni siquiera eso— el calificativo de «judío» junto al de «burgués». La prensa nazi húngara, con artículos abiertamente antiburgueses redactados con fervor en los semanarios y revistas especializados, empezó a atacar a todos los que —judíos o no— pertenecían a la clase burguesa, vivían un estilo de vida burgués y se habían educado dentro de la cultura burguesa. Al principio se empleó un tono burlón, irónico y despectivo, para pasar luego a una mezcla confusa de argumentos «científicos» e «históricos» recogidos por los «expertos», todo ello con el fin de demostrar que la burguesía, como clase, modo de vida y mentalidad estaba caducada. Como su argumentación histórica y cultural era endeble, el discurso general no tardó en derivar en acusaciones personales. Pretendían demostrar que la clase burguesa ya no resultaba viable, dando el ejemplo del burgués Fulano que vivía de sus rentas, es decir, de «la usura», de la burguesa Mengana que pasaba sus mañanas en salones de belleza o de tiendas comprando cosas caras e inútiles, y continuaban con que la novela del escritor Zutano, o la obra de otro artista o intelectual de origen, cultura y mentalidad burguesa, no podía tener auténtico valor, porque el autor o creador procedía de la clase parasitaria de los burgueses.”

“Estos ejemplos de ostracismo entretenían a las masas que leían la prensa.53 Cuando se da al pueblo el derecho a acusar a cualquiera sin ninguna prueba, con simples alegatos, con un simple ostracón, utilizando generalidades tipo «antidemócrata» o «enemigo de la nación», y cuando en la práctica la acusación supone para la persona, cuyo nombre queda grabado en un trozo de cerámica —o impreso por la rotativa sobre papel de periódico—, la cárcel, la marginación o el destierro social o económico sin dictamen judicial, entonces el pueblo disfruta haciendo uso de ese derecho, porque al individuo anónimo y carente de poder el juego impersonal, y por lo tanto sin responsabilidad, le produce una gran satisfacción, una especie de euforia... Es un juego al que se puede seguir jugando durante mucho tiempo; en mi país lo empezaron diez años antes periódicos, revistas y asociaciones diversas que parecían ser de «derechas» y que, al no atreverse a decir abiertamente que el «burgués» era culpable de poseer algo que se le podía quitar por la fuerza —los nazis «respetaban la propiedad privada», lo que no respetaban era a quien poseía la propiedad—, se dieron por satisfechos con proscribir «la cosmovisión» burguesa y confiaron a sus sucesores, los bolcheviques, la tarea de sacar las consecuencias prácticas de tal acusación. Naturalmente, la «burguesía judía» constituía una excepción: los que escribían esas acusaciones no sólo atacaban sus ideas, sino que exigían de inmediato sus bienes y su cabeza. Este juego tan costoso, que ninguna sociedad soporta durante mucho tiempo, empezó en las páginas de la prensa húngara de derechas el nefasto día en que Hitler entró en Viena y terminó cuando el poder estatal comunista destruyó abiertamente, sin hipocresía ni escrúpulos, a la sociedad burguesa. Es un juego que, por supuesto, no tiene marcha atrás... Con los métodos del ostracismo, un pueblo que se deshace de los indeseados acaba eliminando también a sus mejores hijos. Y entonces, como sucedió en la antigua Grecia y en otras épocas, llega la hora de los tiranos.”