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Quote by Victoria Schwab

“She cracked a smile. "So what's your poison?" He sighed dramatically, and let the truth tumble off his tongue. "Life." "Ah," she said ruefully. "That'll kill you.”

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Author

Victoria Schwab

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“Estas personas que disfrutan de humillarte encuentran excusas intelectuales para hacerlo. Te culparán de algo. Te acusarán. Disfrazarán su actuar de una especie de lucha por la justicia. Es que necesitan y reclaman para sí el título de "buenas personas", y por ende es muy común que traten de buscar excusas y pretextos para justificar su deseo de humillarte.”

“O que significa exatamente inverter a narrativa causal de Freud e pensar as disposições primárias como efeitos da lei? No primeiro volume de A História da Sexualidade, Foucault critica a hipótese repressiva por ela pressupor um desejo original (não "desejo" nos termos de Lacan, mas gozo) que conserva integridade ontológica e prioridade temporal em relação à lei repressiva. Essa lei, segundo Foucault, silencia ou transmuda subsequentemente esse desejo em uma forma ou expressão secundária e inevitavelmente insatisfatória (deslocamento). Foucault argumenta que o desejo, que tanto é concebido como original quanto como recalcado, é efeito da própria lei coercitiva. Consequentemente, a lei produz a suposição do desejo recalcado para racionalizar suas próprias estratégias auto-ampliadoras; e ao invés de exercer uma função repressiva, a lei jurídica deve ser reconcebida, aqui como em toda parte, como uma prática discursiva produtora ou regenerativa- discursiva porque produz a ficção linguistica do desejo recalcado para manter a sua própria posição como instrumento teleológico. O desejo em questão assume o significado de recalcado na medida em que a lei constitui sua estrutura de contextualização: na verdade, a lei identifica e faz vigorar o desejo recalcado como tal, dissemina o termo e, com efeito, cava o espaço discursivo para a experiência constrangida e linguisticamente elaborada chamada "desejo recalcado".”

“La vita è imperfetta, noi siamo essere imperfetti e fragili, la nostra speranza di controllare e indirizzare le cose, la spinta a ricercare una perfezione in noi e in ciò che ci circonda, è pura e stupida illusione. Dovremmo semplicemente accettare le fragilità, accettare l’idea che dall’imperfezione possa nascere qualcosa di piú evoluto, renderle omaggio, come fa quella tecnica giapponese, il Kintsugi, letteralmente «riparare con l’oro», che usa il prezioso metallo per tenere insieme i cocci rotti. Ogni ceramica riparata sarà originale e inimitabile, perché le crepe non potranno mai essere uguali (a proposito dell’entropia). Gli sbagli, le imperfezioni e le fragilità ci arricchiscono, ci rendono unici, piú interessanti. Di piú, ci proteggono. Se il codice genetico di ognuno si riproducesse senza errori (piccole falle nel sistema), i nostri figli sarebbero fotocopie perfette di noi stessi e, come tali, soggetti alle medesime malattie, con gli stessi punti deboli. Gli errori che commette il Dna (le cosiddette mutazioni) nel riprodursi sono la nostra salvezza, perché ci diversificano l’uno dall’altro, garantiscono la variabilità genetica, in base alla quale alcuni si fortificano e riescono a sopravvivere. Se fossimo tutti uguali, al contrario, basterebbe un niente a cancellarci dalla faccia della Terra. Se fossimo asessuati (come le piante, o anche alcuni insetti e crostacei), se non ci riproducessimo cioè attraverso il sesso, che rimescola il gene, saremmo molto piú vulnerabili perché omologati. Il sesso è una prevenzione naturale. Non ricordo dove l’ho sentita, ma mi piace assai.”

“Sorrisi soddisfatto e passai a raccontare la settimana, riflettendo intanto su come facesse a ricordare le paure di ognuno, ad avere stampate in mente le cartelle cliniche di ciascun paziente. Devi essere molto concentrato sugli altri, attento agli altri; noi (posso parlare anche per voi?) siamo molto meno altruisti, bisogna essere onesti, talmente preoccupati per il nostro inarrivabile benessere da non riuscire a ritagliare troppo spazio per chi ci è attorno, se non per i cari piú stretti. Non è un fatto di egoismo, o menefreghismo, per carità, non sappiamo riconoscere alle persone il giusto tributo perché siamo alla continua e costante lotta contro noi stessi. Io non ho nemici a questo mondo, non odio nessuno e non mi sento di dover insegnare o spiegare niente a nessuno, tutta l’energia che profondo è volta a tentare di camminare dritto un giorno in piú, tutta la forza che ci metto è per vivere con quanta piú dignità possibile il mio dolore invisibile. Ma non voglio annoiare, solo approfittare di questo piccolo momento per scusarmi con tutti quelli ai quali riesco a dare poco. Non è menefreghismo, né cattiveria la nostra, è sopravvivenza.”