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Quote by Bernard Cornwell

“Quell'estate, secondo il nuovo computo degli anni che ci hanno insegnato i cristiani, era il 497 dopo la nascita di Cristo, ed era un'estate radiosa, splendente di sole. Artù era al vertice, Merlino si scaldava le ossa nel nostro giardino e le nostre tre figlie insistevano perché raccontasse loro sempre nuove storie, Ceinwyn era felice, Ginevra si godeva il suo elegante palazzo nuovo, con i portici e le colonne e il tempio nascosto. Lancillotto se ne stava tranquillo nel suo regno accanto al mare, i sassoni si combattevano tra loro invece di lottare contro di noi, e la Dumnonia era in pace. Eppure, quella del 497 fu anche, come ben ricordo, un'estate di vergogna e di dolore. Fu l'estate di Tristano e Isotta.”

Quote by Bernard Cornwell

Work

La torre in fiamme

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Author

Bernard Cornwell
Bernard Cornwell

Bernard Cornwell, born on February 23, 1944, is a renowned British historical novelist. His works, set in medieval England, are particularly known for their vivid depiction of warfare and knightly life, enjoying great popularity among readers. more

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“For it is a fact that the more unbelievers pour scorn on Him, so much the more does He make His Godhead evident. The things which they, as men, rule out as impossible, He plainly shows to be possible; that which they deride as unfitting, His goodness makes most fit; and things which these wiseacres laugh at as "human" He by His inherent might declares divine. Thus by what seems His utter poverty and weakness on the cross He overturns the pomp and parade of idols, and quietly and hiddenly wins over the mockers and unbelievers to recognize Him as God.”

“Si, ho pensato. Voglio salire. Certo che voglio salire. E già per le scale afferrarti i fianchi. Forte. E darti un piccolo bacio leggero sulla nuca. Proprio dove finisce la spina dorsale. E più tardi, dentro casa, affondare il naso nei tuoi capelli e annusarti, annusarti finché il tuo odore diventa sapore, e poi, sempre stando dietro di te, aprire i bottoni della tua camicetta candida. I primi due lentamente, poi gli altri strappandoli. Perché non se ne può più. Perché non ce la faccio più non ce la faccio più non ce la faccio più... No grazie, ho risposto. Meglio che vada a casa.”

“...Quando Isabelle alzò lo sguardo ebbe l’impressione che il cuore le si fermasse. Stava risalendo insieme a Jeanne la scalinata che dall’Orangerie riportava al castello dopo avere verificato che per loro quella poteva essere la via di fuga perfetta la sera dello spettacolo. Era emozionata e non vedeva l’ora di fare ritorno alla locanda per potere parlare liberamente dei dettagli del piano che aveva in mente con l’amica, quando all’improvviso si era trovata a guardare un uomo il cui sguardo avrebbe riconosciuto in mezzo a mille. Jacques. Lui era lì a pochi passi da lei e quell’incontro non aveva senso. Perché mai Jacques si trovava lì a Corte,a Versailles e per giunta vestito da aristocratico? No, c’era qualcosa di sbagliato. L’uomo che aveva amato e che ancora non riusciva a dimenticare non era un semplice borghese che rientrava da un viaggio all’estero? Forse però quella era semplicemente l’idea che lei si era fatta di lui, dopotutto Jacques non le aveva mai detto chi fosse realmente. «Cosa c’è?» domandò Jeanne vedendo l’amica ancora immobile e visibilmente sconvolta. Poi alzò lo sguardo anche lei e vide quel giovane bellissimo e riccamente vestito che fissava l’amica. Se però a lei quel volto non diceva nulla, diversamente fu quando il suo sguardo si spostò sull’altro uomo che intanto aveva raggiunto Jacques e si era fermato accanto a lui. «Oh mio Dio» mormorò Jeanne. La situazione che si era creata aveva qualcosa di surreale. Isabelle, Jacques, Jeanne e Nicolas che si fissavano l’un l’altro lì, immobili su quella scalinata e con le prime fredde gocce di pioggia che cominciavano a cadere sui loro visi. Il rombo del tuono annunciò che il temporale era ormai arrivato. Sembrava che il tempo fosse congelato. Nessuno osava fare un gesto o pronunciare una parola. Infine fu Isabelle a parlare per prima. «Tu...qui?» riuscì a dire. Gli occhi azzurri di Jacques puntati in quelli verde smeraldo di lei. “Dio quanto è bella” pensò l’uomo avvicinandosi alla giovane che aveva lasciato due mesi prima. Vedere quegli occhi, quei lunghi capelli corvini legati in una treccia come ricordava di averli visti quella prima sera insieme alla locanda… e poi quel semplice vestito bordeaux che metteva in risalto il colore ambrato della sua pelle nonché le sue forme che ancora ricordava così bene. Il ricordo di loro due insieme era ancora troppo forte, troppo vivo in lui e quell’incontro non aveva fatto altro che riaccendere i suoi sentimenti e il suo desiderio. «Isabelle» fu tutto quello che l’uomo riuscì a dire. Aveva sceso gli ultimi gradini della lunga scalinata che ancora lo separavano da lei e se avesse allungato un braccio avrebbe potuto sfiorarle il viso con la mano...”