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Quote by Daniel Akst

“Senso di colpa e vergogna sono considerati gemelli, ma, dei due, il fratello buono è il primo. E lo è perché si concentra sulle nostre azioni, per le quali possiamo provare rimorso e rimpianto. Chi si sente in colpa per qualcosa che ha commesso prova il desiderio di scusarsi o comunque di cancellare o correggere il gesto che gli ha ispirato quei sentimenti. La vergogna, invece, non è provocata dalle nostre azioni, ma da ciò che siamo. Chi si vergogna si sente indegno: non prova orrore per quello ha fatto, ma per se stesso. Il senso di colpa chiede di modificare un comportamento, la vergogna chiede di modificare una parte del nostro Io. La «vergogna che soffoca l’anima», come la definì Coleridge, è una cosa davvero triste: è più dolorosa della colpa e chi ne soffre ha difficoltà a parlarne. Significa sentirsi meschino, inferiore e disapprovato dagli altri. Il senso di colpa vuol fare ammenda, la vergogna vuol nascondersi.”

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Daniel Akst

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“Quando ci sono di mezzo gli uomini e il sesso, David, non mi meraviglio più di niente. Forse per gli uomini odiare le donne rende la cosa più eccitante. Tu sei un uomo, dovresti saperlo. Quando hai un rapporto sessuale con una persona che non conosci, quando la intrappoli, la tieni ferma, ti butti su di lei con tutto il tuo peso... Non è un po' come ucciderla? Come piantare un coltello? Per poi andartene lasciandoti dietro un corpo coperto di sangue... Non è un po' come un omicidio? Non ti dà l'inebriante sensazione di averla passata liscia?”

“Oggettivamente esiste una sola definizione possibile dell'essere umano: un essere umano è un membro della nostra specie. La sua natura è determinata dal patrimonio genetico della specie umana che riceve dai suoi genitori; l'embrione fa dunque parte della specie umana. [...]Non esiste alcuna differenza di natura fra l'embrione, il feto e il bambino dopo la sua nascita: si tratta, in ogni caso, di una sola e stessa persona presa nei diversi stati del suo sviluppo.”

“Parlare con lui m'infondeva una piacevole sensazione di familiarità, come accade con certi personaggi secondari della nostra infanzia: il gestore del negozio di fumetti, il venditore di caramelle... nonostante il tempo trascorso questi individui sono incapaci di considerarci come gli strani adulti che siamo diventati, e continuano invece a guardarci come i bambini che non abbiamo mai smesso di essere.”