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Quote by Priya Ardis

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Ever My Merlin

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Author

Priya Ardis

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“No te distraigas. Debemos continuar sin más demora. Seguro que sientes deseos de volver a tener noticias de Rebeca. Apuesto una de mis extremidades a que, de haber podido, también tú habrías arrojado una moneda al pozo de los deseos con la secreta intención de verla regresar. ¿Me equivoco? En ese caso, querido elctor, estás a punto de ver cumplidos tus deseos. No me des las gracias. Todavía no sabes los efectos que sobre tu cabeza de chorlito pueda tener todo esto. Espera un poco. Espera y lee, lector. No dejes de leer...”

“Por cierto, avispado lector, permíteme darte un consejo: nunca dejes un libro abierto sin vigilancia. Ni siquiera una centésima de segundo. Los de mi especie y yo solemos celebrar este tipo de descuidos frotándonos las manos. Un libro abierto y sin vigilancia siempre es una puerta hacia otro mundo. Nos gusta entrar en él y esperar, agazapados entre sus páginas, a que el descuidado lector regrese. Nos gusta observarle en silencio, medir el compás de su respiración, aprender de las expresiones de su rostro, del modo en que pasa las páginas, del cuidado con el que trata el ejemplar. En realidad, mientras ellos leer completamente ajenos al mundo, nosotros nos dedicamos en silencio a recolectar información. Todos los datos son pocos cuando se trata de una posible víctima. En cuanto vemos la ocasión -y ésta, no te engañes, llega tarde o temprano- saltamos con entusiasmoa su cuello y no dejamos ni los huesos. Cuídate de que no te ocurra a ti.”

“Ya estás muy cerca, lector, de desentrañar casi todos los misterios de esta historia. ¿Te has formulado una pregunta sencilla, pero de compleja respuesta?: ¿tienes alguna sospecha de lo que voy a hacer contigo una vez agote cuanto tenía que contar y ya no necesite tu atención? ¿No te da miedo imaginarlo? No lo niegues: has experimentado un pálpito de inquietud. Lo he sentido a la perfección. Pero lee, lee tranquilo. Todavía me resultas útil. No ha llegado el momento de decidir acerca de tu destino, afanoso receptor de estas líneas. Silencio, pues, que el cuento continúa...”

“A sei anni i miei genitori mi raccontarono che dentro il mio cranio c’era una gemma piccola e scura, che imparava a essere me. Microscopici ragni avevano tessuto una ragnatela dorata nel mio cervello, perché l’istruttore contenuto nella gemma potesse udire il sussurro dei miei pensieri. La gemma origliava i miei sensi e interpretava i messaggi chimici trasportati dalla circolazione sanguigna: la gemma vedeva, udiva, odorava, gustava e toccava il mondo esattamente come me, mentre l’istruttore monitorava i suoi pensieri e li confrontava con i miei. Ogni qualvolta questi pensieri erano sbagliati, l’istruttore, più veloce del pensiero, dava una risistemata alla gemma, facendo una piccola modifica qua e là, apportando i cambiamenti necessari per correggere i suoi pensieri. Perché? Perché quando non avessi più potuto essere me, la gemma avrebbe potuto esserlo al posto mio. Io pensai: “Se ciò che sento mi fa sentire strano e mi dà le vertigini, cosa deve provare la gemma?”. Esattamente la stessa cosa, riflettei; non sa di essere la gemma e anch’essa si domanda cosa può provare la gemma, rispondendosi poi: “Esattamente la stessa cosa, non sa di essere la gemma, e anch’essa si domanda cosa può provare la gemma”. E anch’essa si chiede... (Ne ero certo, visto che io me lo domandavo.) ... anch’essa si interroga se è l’Io reale o se semplicemente è la gemma che sta imparando a essere me. Divenuto un dodicenne pieno di superbia e di scherno, mi presi gioco di quelle preoccupazioni infantili. Tutti avevano la gemma, salvo i membri di oscure sette religiose, e sprecare tempo su una banalità simile mi appariva una perdita di tempo. La gemma era la gemma, un fatto universale della vita, una cosa comune come una cacca. Io e i miei amici vi costruivamo battute stupide, come facevamo con le cose del sesso, per provare a noi stessi quanto eravamo saputi in quel campo. In realtà, però, non eravamo saputi e imperturbabili come pretendevamo di essere. Un giorno, mentre giocavamo nel parco chiacchierando del più e del meno, uno della banda, il suo nome l’ho dimenticato, ma lo ricordo come una persona troppo intelligente per il suo stesso bene, si mise a domandare a ciascuno di noi: — Chi sei tu? La gemma o l’essere umano? Noi tutti rispondemmo indignati, senza esitare: — L’essere umano! Quando tutti ebbero risposto, lui rise e affermò: — Bene, io no. Io sono la gemma. Siete degli stronzi perdenti e mangerete merda, perché voi tutti finirete spazzati via nel cesso cosmico, ma io, io vivrò per sempre. Lo picchiammo fino a fargli colare il sangue dal naso. Dal racconto Imparare a essere me.”