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Quote by Patrick Trentini

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A volte corro piano

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Patrick Trentini

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“Ralph dichiarò che per lui l’aristocrazia non lasciava un vuoto che la signorina Stackpole stessa non riuscisse a colmare, e che in quel momento non si poteva trovare un uomo più contento di lui. In questo diceva la verità, perché quei frusti giorni di settembre, nell’enorme città semivuota, portavano un fascino avvolto in sé, così come in uno straccio polveroso può essere ravvolta una gemma dai mille colori. Quando a sera rientrava nella casa vuota di Winchester Square, dopo una serie di ore trascorse con le sue relativamente ardenti compagne, s’aggirava per la gran sala da pranzo oscura, dove la candela che egli entrando prendeva dal tavolo nell’atrio costituiva tutta l’illuminazione. La piazza era silenziosa, la casa era silenziosa; se apriva una delle finestre della sala da pranzo per far entrare un po’ d’aria, udiva il lento scricchiolio degli stivali di una solitaria guardia di città. Il suo stesso passo, nella casa vuota, sembrava alto e sonoro; alcuni tappeti erano stati avvolti, e dovunque andasse egli risvegliava una eco malinconica. Si sedeva in una delle poltrone; la grande tavola da pranzo scura luccicava qua e là alla debole luce della candela; i quadri sulle pareti, tutti molto scuri, apparivano vaghi e indistinti. C’era un’aria spettrale, come di pranzi da lungo tempo digeriti, di discorsi conviviali che avevano perduto la loro attualità. Questa punta di soprannaturale forse aveva qualcosa a che vedere con il fatto che la sua fantasia prendeva il volo e che egli rimaneva nella sua poltrona molto più in là dell’ora alla quale avrebbe dovuto essere a letto; senza far niente, senza nemmeno leggere il giornale della sera. Dico che non faceva niente, e confermo l’espressione, proprio perché in quei momenti egli pensava a Isabel. Per lui pensare a Isabel non poteva essere che un ozioso passatempo, che non portava a niente e giovava ben poco ad alcuno. La cugina non gli era mai sembrata così affascinante come in questi giorni trascorsi a scandagliare, alla maniera dei turisti, gli abissi e la superficie dell’elemento metropolitano. Isabel era piena di premesse, di conclusioni, di emozioni; se era venuta in cerca di colore locale, lo trovava dappertutto. Faceva troppe domande perché lui potesse darvi risposta, e varava audaci teorie, su cause storiche ed effetti sociali, che egli era incapace nella stessa misura di accettare o di confutare.”

“Dovete dirmi qualcosa di più dell’America; non me ne parlate mai abbastanza. Qui sono rimasta, da quando mi ci portarono, bambina inerme, ed è ridicolo, meglio, è scandaloso come ne sappia poco, di quello splendido, tremendo, buffo paese... certo più grande e più divertente di tutti gli altri. Da queste parti ce ne sono tanti di noi, e devo dire che secondo me siamo uno sciagurato accozzo di gente. Si dovrebbe vivere nella propria terra; qualunque essa sia, voi là avete il vostro posto naturale. Se non siamo buoni americani, siamo senza dubbio europei da poco; questo non è posto naturale per noi. Siamo puri e semplici parassiti, che strisciano in superficie; i nostri piedi non sono radicati nel suolo. Guardiamo di saperlo, almeno, e di non farci illusioni. Una donna, forse, può tirare avanti: una donna, mi sembra, non ha posto naturale in alcun luogo; dovunque si trovi, deve restare in superficie e strisciare, più o meno. Protestate, mia cara? siete inorridita? affermate che non striscerete mai? È verissimo che non vi ci vedo, a strisciare; state molto più eretta di tante altre misere creature.”

“sapeva infatti che Isabel non aveva il dono di saper produrre impressioni studiate. Gli faceva l’effetto di avere una gran voglia di movimenti, di gaiezza, di ore piccole, di lunghe scarrozzate, di stanchezza; una smania di venire intrattenuta, di venire interessata, di venire persino annoiata, di fare conoscenze, di vedere la gente di cui si parlava, di esplorare i dintorni di Roma, di entrare in relazione con alcune delle più ammuffite reliquie di quella vecchia società. In tutto questo c’era molto meno discriminazione che in quella sua brama di riuscire ad attingere lo svolgersi delle cose, sulla quale egli era stato solito di far dello spirito. C’era una specie di violenza in alcuni degli impulsi di lei, di grossolanità in alcune delle sue esperienze, che riusciva a sorprenderlo; gli sembrava addirittura che parlasse più in fretta, si movesse più in fretta, respirasse più in fretta che prima del matrimonio. Era caduta senz’altro nell’esagerazione, lei che prima amava tanto la pura verità; e mentre una volta trovava grande godimento nel lieto discutere, nel giuoco intellettuale (mai appariva affascinante come quando, nel vivace ardore della discussione, riceveva un colpo schiacciante in pieno viso e se lo toglieva via come una piuma), ora sembrava pensare che non ci fosse niente su cui valesse la pena di dissentire o di trovarsi d’accordo. Una volta era stata curiosa, e adesso era indifferente; pure, nonostante la sua indifferenza, si dava da fare ora come non mai. Ancora snella, ma più bella di prima, non aveva acquistato gran maturità d’aspetto; pure c’era una grandiosità ed uno splendore nel suo modo di abbigliarsi che dava un tocco d’insolenza alla sua bellezza. Povera Isabel dal tenero cuore, da quale perversità era stata morsa? Il suo passo lieve si tirava dietro una massa di drappeggi; la sua testa intelligente sosteneva un’acconciatura maestosa. La ragazza libera, viva, si era fatta tutt’altra persona; ciò che egli vedeva era la bella dama che doveva rappresentare qualcosa. «Che cosa rappresentava Isabel?» si chiedeva Ralph; e non poteva rispondere altrimenti che dicendo che rappresentava Gilbert Osmond. «Santo cielo, che funzione!» esclamava allora costernato. E si smarriva nello stupore di fronte al mistero delle cose.”