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Quote by Eilan Moon

“Prima di ripartire doveva tentare di dormire almeno qualche ora, oppure sarebbe crollato durante il viaggio e non poteva permettersi un tale e grossolano errore, non con l’esperienza di guerriero che aveva. Questa era la differenza tra chi non aveva un’educazione alla guerra e chi aveva vissuto sempre in battaglia. Non c’era cosa peggiore del moto incontrollabile della disperazione per portare un combattente a perdere. La mente avrebbe dovuto essere lucida e pronta, il corpo riposato e forte per vincere. Per chi non aveva la mentalità del guerriero poteva sembrare assurdo anche solo vagliare l’idea del riposo in una simile situazione, ma con la lucidità dell’autocontrollo tipica di un Venator, l’unico modo per vincere era proprio quello.”

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Work

R.I.P. De Profundis

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Author

Eilan Moon

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“El cristianismo glorifica el sufrimiento. Lo llama virtud para alentar a las gentes a crear más vidas miserables. ¿Enfermedad? Santidad a la vista. ¿Pobreza? Gran favorita del Señor. Se exhorta al cristiano a ayudar al prójimo, pero son demasiados prójimos por ayudar. Se espera que el cristiano atenúe con pequeñas dádivas el desastre colosal causado por la propia religión.”

“Personalmente, per quel tanto che conosco della storia dell'lnquisizione spagnola in Sicilia, nella mostra di Madrid mi imbatto in vecchie conoscenze e particolarmente in quella di Luis Rincon de Paramo (o Paramo del Rincon) che, per la verità, prima che nei fasti dell'lnquisizione di Sicilia, ho conosciuto nel Dizionario Filosofico di Voltaire, appunto alla voce Inquisizione. “Questo Paramo — dice Voltaire — era un uomo semplice, esattissimo nelle date, che non trascurava alcun fatto che avesse un qualche interesse, e calcolava col massimo scrupolo il numero delle vittime umane che il Sant’Uffizio aveva immolato in tutti i paesi”; e prima lo aveva proclamato “uno dei più rispettabili scrittori e dei più vivi splendori del Sant’Uffizio”. Il fatto è che il libro di Paramo lo divertiva, gli permetteva di affilarvi sopra la più micidiale ironia. Si direbbe, anzi, che, una volta imbattutosi nel libro di Paramo, Voltaire non abbia sentito il bisogno di cercare altro, sull’Inquisizione; e ragionevolmente. Paramo risponde così pienamente, così esattamente all’avversione laica nei confronti dell’istituzione, del fanatismo su cui si fonda, delle sue procedure e dei suoi uomini, che basta soltanto riassumerlo o citarlo testualmente per conseguire l’effetto di alimentare e ingigantire quell’avversione. Voltaire lo riassume: oggettivamente, impassibilmente. Che è sempre il modo migliore di fronteggiare il fanatismo, anche se ben sappiamo che non sempre il ridicolo uccide (avendo attraversato il fascismo negli anni suoi più comici, tra la conquista dell’Etiopia e la seconda guerra mondiale, abbiamo coi nostri occhi constatato che al ridicolo non solo si sopravvive ma se ne può trarre nutrimento e forza).”

“Daha birkaç gün önce, kuvvetli kuzey rüzgârında burada durmuş, soğuktan titreyerek yakamı kaldırmış, kayının haşin rüzgârda istifini hiç bozmamasını ve bir yaprakçığını bile vermemesini hayranlıkla izlemiştim; inatla, cesaretle, sertçe direnmiş, sararmış eski yapraklarına sahip çıkmıştı ağaç. Ve şimdi, bugün, ılık, durgun ateşimin başında durup odun kırarken gördüm:Çok hafif, yumuşak bir esinti çıktı, nefes gibiydi ve onca zaman tutunan o yaprakların yüzlercesi, binlercesi dayanmaktan yorularak,inatlaşmaktan, yiğitlenmekten yorularak sessizce, hafifçe, istekle uçup gitti.Beş altı ay sımsıkı tutunup direnen yapraklar sıradan bir esintiye, hafif bir nefese birkaç dakika içinde yenik düştü, çünkü zamanı gelmişti, çünkü o zorlu direnişe artık gerek kalmamıştı. (...) Hayır, her rüyet gibi (bu da), yüce ve ebedî olanın ifşası, örtüşen tezatların gerçeğin potasında eriyip birleşmesiydi sadece, bir anlam taşımıyordu ama her şey anlamına geliyordu, varlığın sırrıydı ve güzeldi, görebilen için mutluluktu, anlamdı, armağandı ve keşifti (...)”

“Dove comincia l’insoddisfazione? Stai abbastanza caldo, ma hai i brividi. Sei ben nutrito, ma ti rode la fame. Ti hanno amato, ma il tuo desiderio vaga in nuovi campi. E a peggiorare tutto questo c’è il tempo, maledettissimo! La fine della vita non era più così terribilmente lontana – la si vede come un traguardo quando s’infila il rettilineo – e allora dici a te stesso: “Ho lavorato abbastanza? Ho mangiato abbastanza? Ho amato abbastanza?” Tutte queste, naturalmente, sono le fondamenta della più grande maledizione dell’uomo, e forse della sua più grande gloria. “Che cos’ha significato la mia vita finora, e che cosa può significare nel tempo che mi resta?” E ora si arriva alla perfida freccia avvelenata: “Che cosa ho fatto di buono da scrivere nel Gran Libro? Che cosa valgo?” E questa non è né vanità né ambizione. Gli uomini sembrano nati con un debito che non riescono mai a pagare, per quanto ci diano sotto. Il debito cresce sempre davanti ai loro occhi. L’uomo deve qualcosa all’uomo. Se egli ignora il suo debito, questo lo avvelena, e se lui cerca di far pagamenti il debito non fa che crescere, e la qualità del dono che l’uomo fa è la sua più vera misura.”