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Quote by Andrea Marcolongo

“Succede che, a un certo punto, quel brivido che ci scuote non lo vogliamo più sentire e lo scambiamo per uno spiffero di freddo che disturba il nostro torpore, le nostre abitudini. Allora ci copriamo, ci infagottiamo di alibi. I nostri passi si fanno prevedibili, pesanti, come nella neve d'inverno, fino a che smettiamo di camminare. "Si tira avanti", preferiamo rispondere, e non ci accorgiamo che è indietro che stiamo andando. Iniziamo a sbuffare dei "lunedì della vita", degli imprevisti, delle continue prime volte, smettiamo di essere curiosi, non vogliamo nulla di nuovo - "basta, grazie, sono a posto così" -, vogliamo che ogni giorno sia "domenica", sprofondati nella tranquillità del nostro piccolo divano e delle nostre piccole certezze. Scappiamo dall'istinto di vivere e reclamiamo la "vacanza" della vita - "vacanza" che però significa "mancanza, assenza". Siamo tutti così impegnati nello sforzo inane di respingere quell'istinto così umano di partire. E alla sera siamo sempre più stanchi, svuotati.”

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Andrea Marcolongo

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“Cambiare le cose è ancora possibile. Possiamo rifornire di acqua fresca e potabile la popolazione. Possiamo fare in modo che non sia il profitto a regolare i raccolti, e possiamo fare in modo che i raccolti non vengano geneticamente modificati a scopo di lucro. Le persone muoiono perché si nutrono di cibo avvelenato. Gli animali muoiono perché li obblighiamo a mangiare rifiuti, perché li costringiamo a vivere nella loro sporcizia, perché li ingabbiamo e li maltrattiamo. Le piante avvizziscono perché innaffiamo la terra con sostanze chimiche nocive anche per noi. Ma possiamo correggere tutto. Ci somministrano menzogne per renderci più deboli, vulnerabili, più controllabili. Il nostro cibo, la nostra salute, il nostro sostentamento dipendono da altri. Ed è questo che ci penalizza. Ci rende codardi. Rende i nostri figli schiavi. È giunta l'ora di reagire.”

“Prima di ripartire doveva tentare di dormire almeno qualche ora, oppure sarebbe crollato durante il viaggio e non poteva permettersi un tale e grossolano errore, non con l’esperienza di guerriero che aveva. Questa era la differenza tra chi non aveva un’educazione alla guerra e chi aveva vissuto sempre in battaglia. Non c’era cosa peggiore del moto incontrollabile della disperazione per portare un combattente a perdere. La mente avrebbe dovuto essere lucida e pronta, il corpo riposato e forte per vincere. Per chi non aveva la mentalità del guerriero poteva sembrare assurdo anche solo vagliare l’idea del riposo in una simile situazione, ma con la lucidità dell’autocontrollo tipica di un Venator, l’unico modo per vincere era proprio quello.”

“El cristianismo glorifica el sufrimiento. Lo llama virtud para alentar a las gentes a crear más vidas miserables. ¿Enfermedad? Santidad a la vista. ¿Pobreza? Gran favorita del Señor. Se exhorta al cristiano a ayudar al prójimo, pero son demasiados prójimos por ayudar. Se espera que el cristiano atenúe con pequeñas dádivas el desastre colosal causado por la propia religión.”

“Personalmente, per quel tanto che conosco della storia dell'lnquisizione spagnola in Sicilia, nella mostra di Madrid mi imbatto in vecchie conoscenze e particolarmente in quella di Luis Rincon de Paramo (o Paramo del Rincon) che, per la verità, prima che nei fasti dell'lnquisizione di Sicilia, ho conosciuto nel Dizionario Filosofico di Voltaire, appunto alla voce Inquisizione. “Questo Paramo — dice Voltaire — era un uomo semplice, esattissimo nelle date, che non trascurava alcun fatto che avesse un qualche interesse, e calcolava col massimo scrupolo il numero delle vittime umane che il Sant’Uffizio aveva immolato in tutti i paesi”; e prima lo aveva proclamato “uno dei più rispettabili scrittori e dei più vivi splendori del Sant’Uffizio”. Il fatto è che il libro di Paramo lo divertiva, gli permetteva di affilarvi sopra la più micidiale ironia. Si direbbe, anzi, che, una volta imbattutosi nel libro di Paramo, Voltaire non abbia sentito il bisogno di cercare altro, sull’Inquisizione; e ragionevolmente. Paramo risponde così pienamente, così esattamente all’avversione laica nei confronti dell’istituzione, del fanatismo su cui si fonda, delle sue procedure e dei suoi uomini, che basta soltanto riassumerlo o citarlo testualmente per conseguire l’effetto di alimentare e ingigantire quell’avversione. Voltaire lo riassume: oggettivamente, impassibilmente. Che è sempre il modo migliore di fronteggiare il fanatismo, anche se ben sappiamo che non sempre il ridicolo uccide (avendo attraversato il fascismo negli anni suoi più comici, tra la conquista dell’Etiopia e la seconda guerra mondiale, abbiamo coi nostri occhi constatato che al ridicolo non solo si sopravvive ma se ne può trarre nutrimento e forza).”