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lorenzo marone Quotes

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Famous lorenzo marone Quotes

“La vita è imperfetta, noi siamo essere imperfetti e fragili, la nostra speranza di controllare e indirizzare le cose, la spinta a ricercare una perfezione in noi e in ciò che ci circonda, è pura e stupida illusione. Dovremmo semplicemente accettare le fragilità, accettare l’idea che dall’imperfezione possa nascere qualcosa di piú evoluto, renderle omaggio, come fa quella tecnica giapponese, il Kintsugi, letteralmente «riparare con l’oro», che usa il prezioso metallo per tenere insieme i cocci rotti. Ogni ceramica riparata sarà originale e inimitabile, perché le crepe non potranno mai essere uguali (a proposito dell’entropia). Gli sbagli, le imperfezioni e le fragilità ci arricchiscono, ci rendono unici, piú interessanti. Di piú, ci proteggono. Se il codice genetico di ognuno si riproducesse senza errori (piccole falle nel sistema), i nostri figli sarebbero fotocopie perfette di noi stessi e, come tali, soggetti alle medesime malattie, con gli stessi punti deboli. Gli errori che commette il Dna (le cosiddette mutazioni) nel riprodursi sono la nostra salvezza, perché ci diversificano l’uno dall’altro, garantiscono la variabilità genetica, in base alla quale alcuni si fortificano e riescono a sopravvivere. Se fossimo tutti uguali, al contrario, basterebbe un niente a cancellarci dalla faccia della Terra. Se fossimo asessuati (come le piante, o anche alcuni insetti e crostacei), se non ci riproducessimo cioè attraverso il sesso, che rimescola il gene, saremmo molto piú vulnerabili perché omologati. Il sesso è una prevenzione naturale. Non ricordo dove l’ho sentita, ma mi piace assai.”

“Ho fatto comunione e cresima in una volta sola, prima di sposarmi, con un unico pacchetto promozionale. Ricordo che per l’occasione mi recai da un simpatico e giovane prete e al suo invito di parlare dei miei peccati me ne uscii con fare borioso affermando che non avevo granché da farmi perdonare, non avevo ammazzato nessuno, né in fin dei conti ferito in modo grave qualcuno. Il che era vero, certo, ma fosse tutto qui, sarebbe semplice. In realtà mi sarei dovuto fermare con lui e sviscerargli la mia inutile vita, confessargli che stavo mettendo in atto il piú grande fra i peccati: mentire a me stesso e ai miei cari. In quegli anni infatti seguivo una strada che sapevo non essere la mia, facevo il furbo credendo di non pagare dazio prima o poi. In realtà mi stavo costruendo da solo la gabbia, camminavo baldanzoso verso l’infelicità e sprecavo gli anni migliori, nei quali si deve seminare seguendo la pancia, l’istinto, le passioni. Di questo avrei dovuto chiedere perdono, altroché, del fatto che disseminavo bugie e mi preparavo a rovinare la mia esistenza e, forse, quella di chi mi era attorno. Perché la verità è che possiamo donare solo ciò che siamo, e se siamo degli infelici, trasmetteremo infelicità. Lui, ovviamente, mi diede l’assoluzione, io oggi al suo posto avrei speso qualche parola in piú per smuovere quella pecorella smarrita, ma tant’è. Molti anni dopo mi ripresentai davanti a un prete, uno anziano stavolta, con una faccia rubiconda e leggermente ostile. Mi sedetti di fronte a lui e iniziai a parlargli della sensazione di calore che mi prendeva a volte nei momenti di difficoltà, quando d’improvviso sentivo un’energia calda invadermi il corpo e annebbiarmi la vista. [...] «Ecco, a tal proposito… come si fa a diventare adulti?» Con ogni probabilità pensò di trovarsi di fronte a un pazzo, però disse lo stesso una cosa semplice e confortante: «Finché sarai alla ricerca di risposte, non diventerai mai del tutto adulto». «Mi sta dicendo che dovrei imparare a non pormi piú domande e a farmi scivolare le cose di dosso?» «Ti sto dicendo che se senti di non avere risposte, sei nel posto giusto».”

“Non avevo voglia di aprirmi fino in fondo, gli avrei dovuto spiegare che di rassegnazione nelle mie parole non ce n’era, parlerei piú di accettazione, che significa prendere atto della realtà senza star lí a sprecare energie vitali. La distinzione è sottile, ma importante: la rassegnazione è una resa, l’accettazione è un punto di partenza. La prima ci obbliga a rinunciare a modificare le cose, a trasformare le situazioni, accettare invece ci dà la possibilità di spostare l’attenzione su altro, di restare vivi e ripartire, cercando di modellarci sul presente, di assecondare con i nostri movimenti gli attacchi della vita, come il judoka, che sa che contrastare aggredendo spesso porta solo a un dispendio di forze. Io, caro padre, accetto, non mi rassegno. Accetto di non poter cambiare alcuni aspetti di me e della mia vita, o di poterli cambiare solo grazie a enormi sacrifici. Accetto di non poter contrastare fino in fondo le mie paure, le fobie, le debolezze. Accetto quei muri grigi e la porticina laterale. Accetto di essere ipocondriaco. Non mi rassegno a dover morire, questo no, ma accetto di non poter fare nulla per contrastare questo. In fondo si tratta di accogliere l’idea che dalle cellule alle stelle tutto muore, e che un domani anche la mia fine servirà, grazie alle morti di ciascuno di noi la vita avrà lo spazio per rigenerarsi, ed evolvere. La caduta dell’albero permette alla luce di raggiungere nuovamente il terreno sottostante, cosí da far nascere un nuovo tronco. Gli atomi di cui sono composto, che forse un tempo sono appartenuti a un dinosauro, a un faraone, a Buddha, chissà, questi stessi atomi che provengono da una stella esplosa lontano, in altre galassie, dopo la mia morte rimarranno qui e torneranno in circolo, finiranno in milioni di altri organismi, senza mai fine. Si tratta forse di curvare quella che crediamo essere una linea retta fino ad avere un cerchio: non nascita, vita, morte, ma nascita, vita, morte, nascita, vita, morte, nascita, vita, morte… nascita. «La vita è solo un breve periodo di tempo in cui sei vivo». Lo disse quel genio di Philip Roth. Solo un breve periodo di tempo in cui siamo vivi. È una parentesi, in fondo, la nostra vita, e dico questo non perché voglia fare il pesante, il pessimista e il menagramo, no. Ho scherzato fino a ora e continuerò a farlo, tenterò di tenere a bada l’ansia con l’ironia e quella leggerezza che ad alcuni dà fastidio e altri non riconoscono. Ma non voglio parlare di me, desidero disquisire di vita, e di come la spendiamo. Perciò cito le parole di Roth e parlo di piccola parentesi, perché credo che il primario compito di ognuno sia rendere degna la propria esistenza, combattere con tutte le forze affinché sia tale, per non sentire di avere sprecato l’unica grande occasione che ci è stata data. Abbiamo il dovere di riempire questa parentesi di piú cose possibili, di piú cose meravigliose possibili. Dobbiamo approfittare del tempo, anzi approfittare del fatto che il tempo è poco, per lasciare un segno del nostro passaggio terreno. Lo diceva il giovane Seneca a soli venti anni: «La vita che ci è data è lunga a sufficienza per compiere grandissime imprese, purché sia spesa bene». Lo cantava anche Omero nell’Iliade: «Come stirpi di foglie, cosí le stirpi degli uomini; | le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva | fiorente le nutre al tempo di primavera; | cosí le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra dilegua». E chissà che un giorno non ci ritroveremo a volare liberi nell’aria per poi posarci sulla spalla di un nostro caro, come le farfalle monarca del Messico. «Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla», è una meravigliosa frase taoista. Ecco, questo paragrafo, questo piccolo pensiero, caro padre, è il mio atto di fede, il mio tentativo. Esisto, e un domani sarò esistito, come disse pure Margherita Hack. «Qualcuno si ricorderà di me. E se cosí non fosse, non importa».”

“La mia infanzia sono quei muri grigi, quella minuscola porta. Sono cresciuto con la convinzione che a me spettasse sempre e comunque un’entrata laterale, un sottopassaggio buio e maleodorante, che mi dovessi infilare di soppiatto in una porticina per scappare dal resto del mondo, che invece rincasava a testa alta dall’ingresso principale. Basta poco per indirizzare una vita. Anche solo una porta sbagliata. Una scelta sbagliata.”

“In realtà, riflettendoci, e tornando alle nostre vite terrene, tutti per fortuna siamo sempre presi da un progetto, in ogni momento della nostra vita abbiamo qualcosa da portare a termine, che sia un’opera per un artista, un cantiere per un ingegnere, una casa da ristrutturare per un operaio, una classe da accompagnare alla maturità per un insegnante, una causa importante da vincere per un avvocato, o un nipote da crescere per un nonno. A tutti la fine arriverà a scombussolare i piani, c’è poco da fare. Anzi, c’è molto da fare. Nel frattempo. «L’importante è che la morte mi colga vivo», diceva Marcello Marchesi. Già.”