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Quote by Ernst Jünger

“La lingua non vive di leggi proprie, perché altrimenti i grammatici sarebbero i signori del mondo. Nel profondo delle origini il Verbo non è più né forma né chiave. Diventa identico all’essere. Diventa potere creatore. Lì è la sua forza, immensa e impossibile da monetizzare. Qui possono darsi soltanto approssimazioni. La lingua tesse la sua opera intorno al silenzio, come l’oasi si stende intorno alla sorgente. E la poesia conferma che l’uomo è potuto penetrare nei giardini fuori dal tempo. Di questo, poi, il tempo vivrà.”

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Ernst Jünger

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“Che fra Sette e Ottocento Alfieri e Manzoni guardassero a Firenze e alla Toscana, si spiega. Ma oggi, e da assai tempo in qua, la situazione è diversa. A nessuno è passato o passa per la testa che debbano essere risciacquati in Arno I Malavoglia e La coscienza di Zeno. E in fatto di lingua e letteratura italiana ieri l’altro si poteva da ogni parte d Italia guardare a Firenze perché ci vivevano e c’insegnavano uomini come Parodi e Rajna, senza preoccuparsi che l’uno (benché ligure) scrivesse bene e l’altro (non perché fosse di Sondrio) male, e ieri perché c’insegnava Barbi, e oggi perché c’insegnano uomini come Migliorini, ma chi mai, che in Italia avesse da dire o da scrivere qualcosa negli ultimi cento anni, è corso più a Firenze con la fede del D’Ovidio secondo cui «il fiorentino odierno si dovrà tener sempre come un vivo specchio d’ italianità sincera e fresca»? Senza dubbio, Firenze è stata nel nostro secolo, ed è, letterariamente ben viva, ma non mi sembra che questa sua vitalità sia stata caratterizzata da preoccupazioni linguistiche, di lingua intendo fiorentina o toscana piuttosto che italiana. Direi anzi che, per buoni motivi, se anche sui risultati si possa distinguendo discutere, a Firenze lo sforzo si sia nel nostro secolo esercitato in direzione diametralmente opposta a quella segnata dai linguaioli municipali del secolo scorso. A tal punto che poi venne giorno in cui ci piacque, con Pancrazi, ritrovare la freschezza semplice di quella vena sepolta. Mi pare ad ogni modo chiaro che la penultima, se non l’ultima, stagione della letteratura militante fiorentina si sia tutta sviluppata al segno, lontano, del Gabinetto Vieusseux, non a quello dell’Accademia della Crusca e neppure a quello dell’Istituto di studi superiori. Insomma, «laissons-là, Bembo». D’accordo, e non da oggi. E Manzoni anche, fermo restando che al di là del manzonismo degli stenterelli, e proprio perché questo ci fu, tanto ancora dobbiamo imparare da lui. E anche, su altro piano, Croce, fermo restando che la lezione della sua prosa non è esausta, e che l'unico a tutt'oggi formidabile erede, fra Otto e Novecento, della grande erudizione italiana è stato, ed è, lui. Ma non possiamo permetterci il lusso di mettere da parte Ascoli, o per altro verso Comparetti, gli uomini della nuova Italia, duri come il macigno, senza retorica e senza poesia, alieni da ogni tesi conciliativa, fosse quella del D’Ovidio o la buona intesa del mio maestro V. Cian; non gli uomini che primi sulle macerie trite della questione della lingua e della congiunta «grammatica» fondarono la storia e la scienza della lingua italiana e inaugurarono il linguaggio europeo della filologia italiana.”

“Tutti i gruppi di paleoculture della terra, anche i più sperduti e dimenticati, rivelano in ogni loro manifestazione un'eccezionale ricchezza di sentimento e una particolare vivacità di affetti. La vita di comunità rende assai naturale la manifestazione più profonda di questi e di altri sentimenti. Gli affetti familiari hanno sfumature delicate e si potrebbe dire che essi siano tanto più esemplari quanto più il gruppo appartenga a un tipo di civiltà arcaico. [...] Un tempo i selvaggi erano immaginati nell'atto di esprimersi a gesti con poche parole rudimentali; le lingue delle popolazioni primitive sono invece quando di più complesso e pregnante serva a descrivere le minime sfumature di ambienti, circostanze, sentimenti.”

“In un’epoca in cui altri media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto è diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la vocazione propria del linguaggio scritto.”

“Son, Refrain from engaging with those who cannot stand your success. They will do their utmost to block your progress. When they see you being elevated, they will come up with issues to ensure your name is forgotten. Surround yourself with people who yearn to see you at the table of greatness, they will help you get there.”

“Cinema e fumetto devono [...] produrre segni specifici per ogni loro enunciato, cioè ogni volta che viene prodotto un film o un fumetto. Non possono ricorrere a un codice segnico standard e finito, quale è appunto un alfabeto [...] Per questo diciamo che si tratta di linguaggi e non di lingue, perché non si tratta di sistemi chiusi, bensì aperti, i cuin codici non risiedono solo in una pluralità di sistemi semiotici e di tipologie di segno utilizzate (verbale, iconico, fonico), ma essenzialmente nelle modalità sincretiche con cui questi sistemi e segni vengono impiegati, mescolati, correlati, e infine recepiti. - pag. 150”