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Quote by William Shakespeare

Work

The Tempest

Written by William Shakespeare, 'The Tempest' is a poetic and philosophical play set on a remote island. It explores themes of colonialism, the supernatural, and the human condition through the story of Prospero, a former Duke of Milan, who uses magic to control the elements and his enemies. The play is renowned for its lyrical language and its exploration of themes such as redemption, forgiveness, and the struggle for control. more

Author

William Shakespeare
William Shakespeare

William Shakespeare (1564 - April 23, 1616) was one of the greatest poets of the English Renaissance, renowned for his dramatic works. His plays spanned a variety of genres, including tragedy, comedy, and history, and have had a profound impact on literature worldwide. more

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“E solo per un attimo avevo raggiunto quell'apice d'estasi che avevo sempre desiderato raggiungere, che era il completo passaggio attraverso il tempo cronologico nelle ombre senza tempo, e stupore nella desolazione del regno mortale, e la sensazione di morte che mi batteva ai calcagni perché andassi avanti, con un fantasma che stava alle calcagna di se stesso, e io che correvo verso un trampolino dal quale si tuffavano tutti gli angeli per volare nel vuoto sacro della vacuità non creata, le potenti e inconcepibili radiazioni che splendono nella luminosa Essenza Mentale, innumerevoli regioni del loto che sbocciavano in un magico sciamare di falene nel cielo. Potevo sentire un indescrivibile rombo ribollente che non era nelle mie orecchie ma dovunque e non aveva niente a che fare col suono. Capii che ero morto ed ero tornato alla luce innumerevoli volte ma solo non me lo ricordavo, soprattutto perché i passaggi dalla vita alla morte e di nuovo alla vita sono così fantomaticamente facili, una magica azione per nulla, come cadere addormentati e svegliarsi di nuovo un milione di volte, la pura casualità e la profonda ignoranza di ciò. Capii che era solo a causa della stabilità della Mente intrinseca che aveva luogo questo lieve ondeggiare del nascere e del morire, come l'azione del vento su una distesa di acqua pura, serena, simile a uno specchio. Provavo un senso di benedizione dolce, travolgente, come un grosso getto di eroina nella vena principale; come un sorso di vino nel tardo pomeriggio che ti fa rabbrividire; i piedi mi formicolavano. Mi pareva che sarei morto da un momento all'altro. Ma non morii...”

“Avevamo quarantadue anni quando rapimmo la luna. Ed era notte, certo, perché son bravi tutti a rapire la luna di giorno quando dorme o è distratta; o quando è mattina. Guardi il cielo, non la vedi, e puoi raccontare a chiunque la bugia di essertela messa in tasca. No, non è così che si rapisce la luna. Si fa di notte, si fa al buio, si fa per un motivo. E poi si fa davvero. Altrimenti non funziona. Avevamo quarantadue anni quando rapimmo la luna, ma a essere precisi, quarantadue anni, li avevamo in tre: quattordici io, quattordici Ismaele e quattordici Sofia. Eravamo adulti un terzo a testa: ecco perché ci siamo riusciti, perché non era ancora troppo tardi.”

“Presa coscienza, la prima cosa che feci fu decidere di volare. E volai, perché potevo "È un sogno, cazzo! Vola!”

“Vivo l'era del 'non smettere di sognare', anche se lo trovo ripugnante come messaggio quando non contestualizzato. Si vende e si propina il consumismo del sogno, si danno degli esempi di plastica di singoli che ce l'hanno fatta a schiere di ragazzini che credono di poter arrivare allo stesso risultato semplicemente credendo in un sogno irrealizzabile. Il sogno è il peggior incubo che si possa avere, fino a quando non lo si realizza del tutto.”