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Quote by Primo Levi

“Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta.”

Quote by Primo Levi

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Primo Levi
Primo Levi

Chemist and Italian Jewish author, known for his dual identity as a survivor of Nazi concentration camps and a chemist. His works profoundly reflect the moral dilemmas and psychological states of humans in extreme environments. more

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“«Più persone aggiungi, più la felicità si fa una cosa parziale. Essere felici diventa più complicato se aggiungi persone, perché non basta più che le cose vadano bene a te soltanto, serve assolutamente vadano bene anche a loro» aveva confidato una volta al dottor Fujita. «Certo, allargando la portata dei nostri affetti, la statistica ci dà sempre meno ragione. Completamente felici non lo si potrà essere più» aveva risposto il medico con un sorriso, mentre gli prendeva il battito. «Sempre che anche prima, da soli, fosse possibile essere completamente felici.»”

“«La felicità arriva come riflesso delle tue azioni. Questo riflesso è quello che chiamiamo karma. Quando sei di fronte a uno specchio e fai un movimento, questo viene ripetuto dallo specchio. Ma se tu non fai nulla, lo specchio sta lì, fermo». Questa sua definizione di felicità mi colpì particolarmente. Azione e reazione. Causa e effetto. La lessi come una conferma della bontà dei miei propositi di voler riuscire a fare qualcosa di utile per il prossimo. Sembrava quasi volermi dire: sei nel posto giusto al momento giusto. Daniele, sei nel posto giusto, qui, in Cambogia, per finalmente aiutare gli altri. E vedrai che il karma sarà poi generoso con te.”

“Felicità o infelicità non sono quasi mai uno stato di fatto, premio o condanna dell'esistenza, immutabile condizione di gioia o disperazione. Il loro senso profondo si nasconde invece nel mutamento: in ciò che, proprio in quanto felici o infelici, siamo o non siamo in grado di fare per noi e per gli altri intorno a noi. "Felice", dal latino "felix" deriva dalla stessa radice verbale fe- di "fecundus", fertile, produttivo. Fecondi non sono solo i campi di grano: fecondi siamo noi, che grazie alla felicità possiamo sorprenderci a compiere gesti o azioni che mai avremmo immaginato. Essere felici non significa quindi non avere problemi, contrattempi, e vivere un imperturbabile stato di quiete - quella si chiama tranquillità, calma, magari "relax" come nei dépliant dei resort in qualche spiaggia esotica. La felicità è invece l'opposto: è l'energia di agire, la gioia di fare, la voglia di cambiare - di essere "fertili", di veder sbocciare i fiori che siamo. E l'infelicità è il suo contrario: l'incapacità di muoversi, di scrollarsi di dosso pensieri pesanti, l'impossibilità di fare anche solo un passo oltre. Essere infelici vuol dire non fare niente, non dire niente, non amare nessuno - rifiutare la fecondità della vita, così imprevedibile di occasioni, e preferire la sterilità, l'assenza di eventi. L'una è azione, l'altra inazione. L'una è slancio verso l'alto, l'altra affondo verso il basso.”

“Asami soffriva si una patologia che aumentava la probabilità di aborti spontanei. Una volta saputo di essere incinta, aveva deciso di tenere il bambino comunque, anche se da madre single. Presa questa decisione, la scoperta della sua patologia era stata uno shock ulteriore. Non poteva fare a meno di pensare che fosse stata colpa sua. Dava per scontato che anche Kurata avrebbe trovato qualcosa da dirle, tanto per consolarla. Invece, la sua prima reazione dopo aver ascoltato la sua storia fu chiedere da quanti giorni sapesse di aspettare un bambino. Quando lei gli disse che erano passate dieci settimane, lui le chiese: "Secondo te, perchè al bambino che avevi in pancia è stata concessa la vita in questo mondo per quei settanta giorni?". D'un tratto, non riusciva a smettere di aggredirlo. Si era già rimproverata per non aver dato alla luce il suo bambino, ma sentirsi dire una cosa simile da uno che non ne aveva alcun diritto la turbava ancora di più. Con aria pacata, Kurata attese pacificamente che Asami smettesse di piangere, poi disse: "Quel bambino ha usato i suoi settanta giorni di vita per renderti felice. Se continui a devastarti in questo modo, il tuo bambino avrà sprecato quei settanta giorni". Il suo messaggio non voleva essere consolatorio: le indicava una strada per cambiare il modo di interpretare il dolore che stava provando. "Invece, se adesso provi a essere felice, il tuo bambino avrà messo a frutto i suoi settanta giorni. E in quel caso, la sua vita avrà avuto senso. Solo tu puoi dare senso alla vita che ha ricevuto in dono. Perciò devi fare il possibile per essere felice. E la persona che lo vorrebbe di più è proprio il tuo bambino". Sentendolo parlare così, ad Asami mancò quasi il fiato. La profonda disperazione che le gravava sul cuore cominciò a dissiparsi, e ogni cosa le parve più chiara. "Cercando di essere felice, posso dare senso alla vita del mio bambino". Ecco la risposta.”

“Dal giorno in cui Kaname non era più tornata dal passato, Kazu non aveva fatto più amicizie, neppure a scuola. La paura di perdere le persone care era troppo grande. Dietro a quell'atteggiamento c'era sempre la stessa convinzione: Io non posso essere felice. Per tutta la vita. Ecco cosa si diceva. "Mamma... voglio... voglio essere felice!" esclamò. Quando glielo sentì dire, Kaname, gli occhi fissi sul suo romanzo, sorrise con calore. Era lo stesso sorriso che Kaname aveva rivolto a Kazu quando era viva. In quel momento il corpo di Kaname volò verso l'alto. Le stagioni scorrono in un ciclo continuo. Anche la vita attraversa inverni difficili. Ma, dopo ogni inverno, torna sempre la primavera. Qui era appena arrivata. La primavera di Kazu aveva avuto inizio.”