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Quote by Abhijit Naskar

“Merhem-e Manavta (Sufi Sonnet) Where there is no muslim, non-muslim - where there is no believer, non-believer - where all distances are conquered by heart, outgrowing myths one emerges Merhem-e Manavta. Compulsion of religion is a thing of the past, conversion of faith, trivial as changing clothes; mark of a holy being is not belief, but behavior - clothes, creed, all wither, not character's glow. Christian on Sunday, Atheist on Monday, Buddhist on Tuesday, Sikh on Wednesday, Hindu on Thursday, Muslim on Friday, Jewish on Saturday, try the rest the next day. Love speaks louder than faith, kindness speaks louder than scripture. Service is sanctity, my Eid al-Adha - tolerance is my azaan, my Eid al-Fitr.”

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Work

The God Sonnets: Naskar Art of Theology

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Author

Abhijit Naskar

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“India Beyond Saffron (Sanyasi Scientist Sonnet) Ananta (Eternity) knows no foreign-sanatan, either Hindutva or Human - saffron was never the color of India, India is the most spectacular rainbow among the ancient of civilizations. There is not one but two India, Animal India and Human India - Animal India carries Gita like Gun, Human India celebrates Diwali, breaks bread on Iftar, and sings Merry Christmas, with Gurbani. An Indian is pluralism personified, take away pluralism, and you're left with a monkey draped in saffron.”

“[Noi lettori] Siamo diversi, appunto. Molto diversi fra noi. Leggiamo per noia, per curiosità, per scappare dalla vita che facciamo, per guardarla in faccia, per sapere, per dimenticare, per addomesticare i mostri fra la testa e il core, per liberarli. Non ci somigliamo per niente anche se teniamo in mano, amiamo, detestiamo, e se per Natale regaliamo a chi ci è più caro lo stesso libro. Non ci somigliamo per niente. Fatalmente, è proprio per questo che, sì: non c'è dubbio. Esistiamo. [...] Com'eravamo noi tutti in quella fila, dietro o davanti alla cassa. Uguali solo a noi stessi, con la speranza di affidare a un'altra storia la nostra. Per perderla, per ritrovarla. Per rimediare, in qualche modo, all'esistenza.”

“E' un meccanismo di sopravvivenza che chi è come me conosce anche troppo bene: quando si comincia a comprendere che la maggior parte dei problemi e degli ostacoli percepiti come insormontabili sono il risultato di una dissonanza tra sé e il resto del mondo, nella maggior parte dei casi si comincia a imitare gli altri, a conformarsi. Nell'autismo questo tentativo frequente di conformità al gruppo di appartenenza viene definito masking, indossare una maschera che copre interamente il volto. Col tempo ne crei una per il lavoro, un'altra per le uscite con gli amici, una per le relazioni affettive. Osservi quello che fanno gli altri, cerchi di imitarne i comportamenti, quel modo di ridere a battute che a te sembrano insignificanti, oppure l'andatura, la prosodia. Ma il discorso vale anche se da adolescente scopri che invece delle ragazze ti piacciono i compagni di scuola, quegli stessi ragazzi che invece manifestano la loro eterosessualità con esuberanza spesso facendo in tua presenza commenti terribili contro chiunque abbia un orientamento differente dal loro. Indossi la maschera se percepisci il tuo genere diverso da quel lo che la società si aspetta tu debba sentire, oppure se non se felice della vita che hai. Quando sei con gli altri, sei gli altri. Poi torni nella solitudine della tua camera e a volte quella maschera si è talmente appiccicata sul tuo volto che non viene via del tutto; col tempo nemmeno ricordi più chi sei, cosa ti faceva emozionare.”

“A volte è meglio non essere quello che siamo davvero. Non ci fa bene. E alla gente non piace. Bisogna cambiare. Bisogna sforzarsi, e fare respiri profondi, e forse un giorno prendere pillole e imparare trucchi per far finta di essere più come le altre persone. Quelle normali. Ma forse Vanessa aveva ragione, e anche quelle persone, tutte quante, erano guaste a modo loro. Forse passiamo tutti quanti troppo tempo a fingere che non lo siamo.”