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Quote by Alessandro Barbaglia

Work

La locanda dell'ultima solitudine

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Author

Alessandro Barbaglia

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“Ma non abbia paura di rompere le cose, sa? Nella vita, anche le cose migliori, quelle che sembrano andare sempre per il verso giusto, sono giuste perché qualcuno le aggiusta, continuamente. E non si potrebbe aggiustare nulla, nella vita, se prima non si fosse rotto. Lo sa? Io gli aquiloni li faccio cosi: con le cose rotte. E poi li faccio volare.”

“Cambiare vita. Quante volte hai pronunciato questa frase, tu che stai leggendo. Di notte, accanto a un scino bagnato, di giorno, vicino a occhi che fingono di esserci e invece non ci sono. Non ci sono mai stati. Anche Alessio voleva farlo. Ventun anni e tutta una vita da cambiare. Da pensare e progettare. Tutta una vita da mettere in dubbio con gli occhi di chi non smette mai. Ingegneria meccanica e l'animo rock e la camicia per le occasioni importanti. Gli occhi noce che non puoi mai guardarci dentro come vorresti, il naso lungo abbastanza da respirare libertà, assecondare distanze, mantenerle. E uno spazietto tra i denti, come nel cuore. Che non sai mai cosa lasciar passare, cosa non lasciare uscire.”

“Alcuni sostengono che i bambini debbano conoscere la morte, che è un fatto naturale e perché nasconderglielo. A me invece sembra che non ci sia proprio niente di naturale nel parlare di morte ai bambini, i quali hanno il sacrosanto diritto di credere il piú a lungo possibile che esista solo la vita e basta. Diritto a vivere senza sapere di dover morire, la cosa piú rivoluzionaria che possa esserci. A che pro spezzare l’incantesimo? Tanto prima o poi i bambini acquisiranno il concetto, ovvio, ma nel frattempo avranno creduto un giorno in piú nell’esistenza dell’omaccione barbuto sulla slitta. Babbo Natale non esiste e siamo esseri mortali. Ok. Ma a che serve saperlo prima? A che serve saperlo e basta, in verità. «Io potrei viver confinato in un guscio di noce, e tuttavia ritenermi signore d’uno spazio sconfinato», diceva l’Amleto di Shakespeare. Se solo non sapessi, aggiungerei.”

“Adoriamo sentirci vittime, e siamo tutti, chi piú chi meno, un tantino paranoici, esseri incapaci di discernere la realtà dalla finzione, di pensare con la nostra testa, seguiamo il pensiero comune o quello alternativo, ci affidiamo a chi dice le cose nel modo giusto, a chi dimostra di crederci fino in fondo, a tutti i costi. Non è quel che si dice, ma come lo si dice. I fanatici sono piú motivanti, hanno maggiore capacità di coinvolgere rispetto a chi accetta senza storie una verità acclarata. [...] Ci piace il segreto, siamo attirati dagli scandali, amiamo il pettegolezzo, i complotti ci affascinano. E crediamo all’impensabile pur di non credere e basta. È la fiducia nel prossimo che ci manca, altro che.”

“In realtà non esiste nulla al mondo a mio avviso capace di liberarti da te stesso, nessuno che possa tenderti una mano e tirarti su dalla palude se non lo vuoi davvero. Non è il solito discorso motivazionale, stupidate del genere «volere è potere», è solo la constatazione che gli altri non riusciranno ad affrancarti da qualcosa di cosí profondo, una specie di gomitolo che hai nel petto e che si è formato in anni di esperienze traumatiche ed esempi sbagliati. C’è un solo modo per districare il tutto: afferrare il filo da un capo e iniziare a disfare lentamente la tela fino ad arrivare al primo nodo dal quale tutto è partito. Gli ansiolitici (come forse anche la terapia breve del caro terapeuta Cavalli), al contrario, mi dànno l’idea di un trucco furbo che alla fine non ti porta da nessuna parte, come quando ti ritrovi davanti al groviglio degli auricolari (ma come fanno quei benedetti fili ad annodarsi cosí? A proposito di entropia…) e, anziché cercare di capire quale sia il movimento giusto per sbrogliare la matassa, inizi a tirare come un invasato confidando nella forza. Quello che ho capito, in quaranta e passa anni su questa Terra, è che la forza serve fino a un certo punto, è molto piú utile la pazienza." (Lorenzo Marone, inventario di un cuore in allarme)”

“Io sono un pignolo, quando sono sotto stress anche a me piace illudermi di poter mettere a posto le cose semplicemente riordinando gli oggetti, ma non riuscirei mai a raggiungere la perfezione: seppure tenti di trovare un senso alle t-shirt nel cassetto, è un senso che ha breve durata, dopo un po’ prevale comunque il caos, la pigrizia, il lasciare che le cose facciano il loro corso. [...]Sono ipocondriaco, non soffro di disturbi di perfezionismo. Tra l’altro l’etimologia della parola «perfezione» ci riporta al latino perfectio, che significa letteralmente «compiuto». E non mi piace granché come termine, mi ricorda la fine, con la quale, si sarà capito, non ho un buon rapporto. San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae ci parla di una duplice perfezione, quando una cosa è perfetta in sé, e quando serve al suo scopo. Dal Rinascimento in poi questo dualismo ha portato al paradosso secondo il quale la piú grande perfezione è ritenuta l’imperfezione, perché solo in questa c’è la possibilità di ricercare, progredire, e migliorare. Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori, e non esistono sentenziava già Aristotele. Mi piace l’ordine, ma mi piace ancor di piú la vita che non si ferma, e si trasforma. Mi piace il giardino aggraziato dove un brillio di incuria permette all’edera di prendere il sopravvento.”