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Quote by Francesco Cristofaro

“Cambiare vita. Quante volte hai pronunciato questa frase, tu che stai leggendo. Di notte, accanto a un scino bagnato, di giorno, vicino a occhi che fingono di esserci e invece non ci sono. Non ci sono mai stati. Anche Alessio voleva farlo. Ventun anni e tutta una vita da cambiare. Da pensare e progettare. Tutta una vita da mettere in dubbio con gli occhi di chi non smette mai. Ingegneria meccanica e l'animo rock e la camicia per le occasioni importanti. Gli occhi noce che non puoi mai guardarci dentro come vorresti, il naso lungo abbastanza da respirare libertà, assecondare distanze, mantenerle. E uno spazietto tra i denti, come nel cuore. Che non sai mai cosa lasciar passare, cosa non lasciare uscire.”

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Distanze

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Francesco Cristofaro

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“Alcuni sostengono che i bambini debbano conoscere la morte, che è un fatto naturale e perché nasconderglielo. A me invece sembra che non ci sia proprio niente di naturale nel parlare di morte ai bambini, i quali hanno il sacrosanto diritto di credere il piú a lungo possibile che esista solo la vita e basta. Diritto a vivere senza sapere di dover morire, la cosa piú rivoluzionaria che possa esserci. A che pro spezzare l’incantesimo? Tanto prima o poi i bambini acquisiranno il concetto, ovvio, ma nel frattempo avranno creduto un giorno in piú nell’esistenza dell’omaccione barbuto sulla slitta. Babbo Natale non esiste e siamo esseri mortali. Ok. Ma a che serve saperlo prima? A che serve saperlo e basta, in verità. «Io potrei viver confinato in un guscio di noce, e tuttavia ritenermi signore d’uno spazio sconfinato», diceva l’Amleto di Shakespeare. Se solo non sapessi, aggiungerei.”

“Adoriamo sentirci vittime, e siamo tutti, chi piú chi meno, un tantino paranoici, esseri incapaci di discernere la realtà dalla finzione, di pensare con la nostra testa, seguiamo il pensiero comune o quello alternativo, ci affidiamo a chi dice le cose nel modo giusto, a chi dimostra di crederci fino in fondo, a tutti i costi. Non è quel che si dice, ma come lo si dice. I fanatici sono piú motivanti, hanno maggiore capacità di coinvolgere rispetto a chi accetta senza storie una verità acclarata. [...] Ci piace il segreto, siamo attirati dagli scandali, amiamo il pettegolezzo, i complotti ci affascinano. E crediamo all’impensabile pur di non credere e basta. È la fiducia nel prossimo che ci manca, altro che.”

“In realtà non esiste nulla al mondo a mio avviso capace di liberarti da te stesso, nessuno che possa tenderti una mano e tirarti su dalla palude se non lo vuoi davvero. Non è il solito discorso motivazionale, stupidate del genere «volere è potere», è solo la constatazione che gli altri non riusciranno ad affrancarti da qualcosa di cosí profondo, una specie di gomitolo che hai nel petto e che si è formato in anni di esperienze traumatiche ed esempi sbagliati. C’è un solo modo per districare il tutto: afferrare il filo da un capo e iniziare a disfare lentamente la tela fino ad arrivare al primo nodo dal quale tutto è partito. Gli ansiolitici (come forse anche la terapia breve del caro terapeuta Cavalli), al contrario, mi dànno l’idea di un trucco furbo che alla fine non ti porta da nessuna parte, come quando ti ritrovi davanti al groviglio degli auricolari (ma come fanno quei benedetti fili ad annodarsi cosí? A proposito di entropia…) e, anziché cercare di capire quale sia il movimento giusto per sbrogliare la matassa, inizi a tirare come un invasato confidando nella forza. Quello che ho capito, in quaranta e passa anni su questa Terra, è che la forza serve fino a un certo punto, è molto piú utile la pazienza." (Lorenzo Marone, inventario di un cuore in allarme)”

“Io sono un pignolo, quando sono sotto stress anche a me piace illudermi di poter mettere a posto le cose semplicemente riordinando gli oggetti, ma non riuscirei mai a raggiungere la perfezione: seppure tenti di trovare un senso alle t-shirt nel cassetto, è un senso che ha breve durata, dopo un po’ prevale comunque il caos, la pigrizia, il lasciare che le cose facciano il loro corso. [...]Sono ipocondriaco, non soffro di disturbi di perfezionismo. Tra l’altro l’etimologia della parola «perfezione» ci riporta al latino perfectio, che significa letteralmente «compiuto». E non mi piace granché come termine, mi ricorda la fine, con la quale, si sarà capito, non ho un buon rapporto. San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae ci parla di una duplice perfezione, quando una cosa è perfetta in sé, e quando serve al suo scopo. Dal Rinascimento in poi questo dualismo ha portato al paradosso secondo il quale la piú grande perfezione è ritenuta l’imperfezione, perché solo in questa c’è la possibilità di ricercare, progredire, e migliorare. Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori, e non esistono sentenziava già Aristotele. Mi piace l’ordine, ma mi piace ancor di piú la vita che non si ferma, e si trasforma. Mi piace il giardino aggraziato dove un brillio di incuria permette all’edera di prendere il sopravvento.”

“Non posso non ricordare che nella speciale classifica di cui sopra un particolare posto è occupato dai suicidi. I dati in tal senso sono allucinanti: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ogni anno nel mondo si tolgono la vita 880 000 persone, un suicidio ogni quaranta secondi. In Italia sono 4000 all’anno, cifre incredibili. La fascia piú a rischio è rappresentata dagli uomini tra i 24 e i 65 anni, ma il gesto è in aumento, si dice, anche fra gli adolescenti, a causa delle condizioni economiche e della scarsa fiducia nel futuro. Tra i 15 e i 24 anni addirittura il suicidio è la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. I casi sono diversi, diverse sono le situazioni in cui ognuno cresce e si forma, le motivazioni che portano a un simile gesto possono essere molteplici, perciò diventa difficile trovare un nemico comune, dare un significato a queste statistiche, diventa difficile anche commentarle. La sola cosa che ho capito, io che amo indefessamente la vita ma che al contempo fatico terribilmente a vivere, è che siamo gli unici esseri ad ammazzarsi su questo pianeta. Sembrerebbero infatti leggende quelle che parlano di atti simili nel mondo animale, come il famoso caso del suicidio di massa dei lemming a causa della loro esplosione demografica; in realtà i piccoli roditori non fanno altro che buttarsi nell’oceano alla ricerca di nuove terre e cibo. E, comunque, se pure esistessero casi di suicidio animale, non potremmo parlare di atto cosciente: noi siamo gli unici a porre deliberatamente fine alle nostre vite. Per il male di vivere, per il comune sentire, per il nostro sapere. Gli unici a essere consapevoli di esistere. È lí l’inghippo.”

“Di fobia sociale, invece, non ho mai sofferto, nonostante la timidezza. Oggi mi intrattengo sempre piú spesso con chi non conosco, la vita mi ha obbligato a vincere questa debolezza, mi ha spinto con forza, quasi costretto, in tal senso. Costretto a fare piú che a riflettere, a muovermi di pancia e non con la ragione. L’esperienza quindi dovrebbe insegnarmi che se ti forzi ad affrontare ciò che temi, alla fine la vinci, che è un po’ il concetto del dottor Cavalli: guarda in faccia le tue paure finché non ti faranno piú paura. Dovrei perciò prendere un aereo al giorno, andare a vivere in una casa piena di blatte e ragni, semmai iscrivermi alla Napoli-Capri, cosí da nuotare in mare aperto, e forse nel giro di qualche anno potrei ambire a diventare finalmente un uomo perfetto, una persona senza punti deboli. Possibile? Non credo. Non esistono persone senza punti deboli. Forse riuscirei a vincere la paura di volare, potrei anche arrivare a dormire in una stanza piena di ragnatele (in realtà una volta ho dormito da solo in una stanza di un B&b nella quale c’era un grosso ragno, nascosto però dietro a un armadio), potrei tentare di combattere la mia ipocondria ogni giorno e un domani forse non provare piú questo fottuto terrore, ma quale sarebbe il dazio da pagare? Quanto sforzo, quanto dolore, quanta paura comporterebbe sfidare in campo aperto le mie fobie? E questo sforzo, questa paura, non provocherebbero altra paura? Non posso affrontare tutto, semplicemente perché non ci riesco, sono umano, con tutto ciò che questo vuol dire. A proposito di accettazione. Mi piacerebbe essere piú equilibrato, ma so di trovarmi sotto quella coperta sempre troppo corta: se tiro da un lato, resto scoperto dall’altro. Qualcuno parla di ipersensibilità dell’amigdala, la sede del cervello a forma di mandorla che gestisce le emozioni e in particolare la paura. Se hai la sfiga di avere questa zona ipersensibile, sei costretto a fotterti dalla paura costantemente: l’amigdala in questi casi, al pari del neurone inibitore ubriaco(ricordate?), sta sempre sul chi va là, inviandoti di continuo scariche di adrenalina con lo scopo di farti reagire prontamente a una situazione di pericolo. L’unica cosa che ottiene, però, è mandarti fuori di zucca, perché in verità ti trovi sul divano e stai guardando la tv, e il solo pericolo incombente è che ti possa venire un crampo alla pancia per via della cioccolata di cui ti sei abbuffato nel tentativo di vincere l’angoscia persistente che ti fa sentire l’irrefrenabile voglia di scappare a gambe levate, come se ai tuoi piedi stesse strisciando un boa constrictor. E pensare che un tempo avevamo solo questa parte di cervello, eravamo guidati solo da istinto ed emozioni, il sistema limbico (adibito alle funzioni psichiche, all’emotività) dominava il cervello già nei rettili di un tempo. Solo milioni di anni dopo il cervello pensante si è evoluto da questi centri emozionali. Per quel che mi riguarda, cerco di fregare l’amigdala con «l’evitamento», mi costruisco degli appigli per tirare avanti alla buona e sentire meno la paura, tento di distrarmi, ecco, in attesa che, chissà, un domani qualcuno mi aiuti a imboccare la strada giusta, mi apra gli occhi e mi infonda il coraggio per guardare in faccia ciò che non ho avuto il coraggio di guardare fino a oggi. Aspetto che sia la vita ancora una volta a darmi lo scossone e a spingermi verso nuove strade nelle quali la paura non mi farà piú da compagna quotidiana. Nel frattempo, mi impegnerò in ciò che mi fa stare bene e continuerò ad aspettare un refolo di sole per andare sul lungomare con la mia famiglia. La felicità dalle mie parti: un venticello fresco che sa di primavera, una pizza fumante, il mare là dietro, una birra ghiacciata, mia moglie e mio figlio.”