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Quote by Robert Bernstein

Work

Showcase Presents: Green Arrow, Vol. 1

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Author

Robert Bernstein

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“Sooner or later, we all go through a crucible. I'm guessing your's was that island. Most believe there are two types of people who go into a crucible: the ones who grow stronger from the experience and survive it, and the ones who die. But there's a third type: the ones who learn to love the fire. They chose to stay in their crucible because it's easier to embrace the pain when it's all you know anymore,”

“Non credo che la pratica della scienza possa andar disgiunta dal coraggio. Essa tratta il sapere, che è un pro¬dotto del dubbio; e col procacciare sapere a tutti su ogni cosa, tende a destare il dubbio in tutti. […] I moti dei corpi celesti ci sono divenuti più chiari; ma i moti dei potenti restano pur sempre imperscruta-¬bili ai popoli. […] Finché l'umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni e di venerande sentenze, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le sue proprie energie, non sarà nemmeno capace di svilup¬pare le energie della natura che le vengono svelate. […] Se gli uomini di scienza non reagiscono all'intimidazione dei potenti egoisti e si li¬mitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l'uomo. E quan¬do, coll'andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall'umanità. Tra voi e l'umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universa¬le... […] Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero po¬tuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento d'Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell'umanità. Così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo. […] Per alcuni anni ebbi la forza di una pubblica autorità; e misi la mia sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei loro fini.. Ho tradito la mia professione; e quando un uomo ha fatto ciò che ho fatto io, la sua presenza non può es-sere tollerata nei ranghi della scienza”

“Non occorre davvero dilungarsi molto sull’argomento: la maggior parte degli uomini è oggi pienamente consapevole che la matematica è entrata come un demone in tutti i settori della vita. Forse non tutti credono alla storia del diavolo al quale si può vendere l’anima; ma coloro che dell’anima un po’ devono intendersene, perché in qualità di preti, storici e artisti ne ricavano buoni profitti, attestano che essa è stata mandata in rovina dalla matematica e che dalla matematica è scaturita un’intelligenza malvagia, grazie alla quale l’uomo è sì divenuto signore della terra, ma anche schiavo della macchina. L’aridità d’animo, l’orribile mescolanza di rigore nei dettagli e di indifferenza per l’insieme, la spaventosa solitudine dell’uomo in un deserto di particolari, la sua inquietudine, la malvagità, l’insensibilità, la sua sete di denaro, la freddezza e la violenza che caratterizzano il nostro tempo sarebbero da questo punto di vista solo e soltanto la conseguenza dei danni che un pensiero rigorosamente logico arreca all’anima. E così già allora, quando Ulrich divenne matematico, c’erano persone che pronosticavano il crollo della civiltà europea perché nell’uomo non albergavano più né la fede né l’amore, né l’innocenza né la bontà; e significativamente costoro, da ragazzi, quando andavano a scuola erano stati tutti piuttosto scadenti in matematica.”

“Scienza, come un generale, significa identificare i nemici: erudizione trasmessa e ipotesi non dimostrate; superstizione e ciarlataneria; la paura dei tiranni del cittadino istruito; e, più pericoloso di tutti, la passione dell'uomo a prendersi in giro. Diceva bene Bacone, l'inglese: "La comprensione umana è come un falso specchio, che ricevendo raggi irregolarmente, distorce e scolora la natura delle cose mescolando la sua propria natura con essa”

“Voi dovreste insegnarmi un poco di quanto sapete” disse Dantès, “non fosse altro che per non annoiarvi con me. Mi sembra che dobbiate preferire la solitudine ad un compagno senza educazione e senza cultura come sono io. Se acconsentite, vi prometto di non parlarvi più di fuga.” Faria sorrise. “Ahimè, figlio mio” disse, “la scienza umana è molto limitata, e quando vi avessi insegnato le matematiche, la fisica, la storia e le tre o quattro lingue vive che io parlo, voi sapreste quello che so io. Tutta questa scienza potrei farla passare dal mio spirito nel vostro in due anni.” “Due anni!” disse Dantès. “Credete che io possa imparare tutte queste cose in due anni?” “Nella loro applicazione no; nei loro principi sì. L’imparare non è lo stesso che sapere: vi sono gli eruditi e gli scienziati, la memoria forma i primi, la filosofia i secondi.” “Ma la filosofia non si può imparare?” “La filosofia non s’impara, la filosofia è la riunione delle scienze imparate nel genio che le applica.” “Vediamo” disse Dantès. “Che cosa m’insegnerete per primo? Ho smania di cominciare, ho sete di scienza.” “Tutto!” disse Faria.”