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Quote by Gogol' Nikolaj

“L'oro diventò la sua passione, il suo ideale, il suo terrore, la sua gioia, il suo scopo. E già si preparava a divenire uno di quegli esseri strani, tanto numerosi nel nostro ingrato mondo, cui guarda con spavento l'uomo di intelletto e di cuore, ai quali essi appaiono sepolcri imbiancati con un cadavere dentro.”

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Gogol' Nikolaj

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“Correre significa avere la determinazione necessaria per provare a superare l'obiettivo che ci si è prefissate, e la forza di accettare l'occasionale insuccesso. Avere l'intuito per capire quali amici staranno sotto il sole a picco o la pioggia ghiacciata solo per riuscire a intravedervi un attimo, risollevandovi il morale per i prossimi chilometri. Correre vi permette di rendere più profondi certi legami familiari che neanche sapevate di avere. È la disciplina che vi induce a fare il necessario per arrivare alla meta. È il coraggio di lasciare la persona che amate nel tepore del letto, sperando che vi ami ancora quando tornate, un'ora dopo, sudate e insoddisfatte. È la convinzione incrollabile degli altri, sicuri che ce la possiate fare anche quando voi siete convinte del contrario, e il dono di manifestare la stessa certezza quando qualcun altro dubita di sé. Correre è stabilire un contatto con una persona mai vista prima che potrebbe averne bisogno, perché soffre accanto a voi durante una gara oppure in un letto d'ospedale all'altro capo del mondo. È sfidare le convenzioni, decidere chi siete e prendere l'iniziativa di diventare quella persona. È l'abbraccio di uno sconosciuto e la comprensione totale da parte di chi vi ama di più. Correre vi fa crescere il cuore.”

“Ralph dichiarò che per lui l’aristocrazia non lasciava un vuoto che la signorina Stackpole stessa non riuscisse a colmare, e che in quel momento non si poteva trovare un uomo più contento di lui. In questo diceva la verità, perché quei frusti giorni di settembre, nell’enorme città semivuota, portavano un fascino avvolto in sé, così come in uno straccio polveroso può essere ravvolta una gemma dai mille colori. Quando a sera rientrava nella casa vuota di Winchester Square, dopo una serie di ore trascorse con le sue relativamente ardenti compagne, s’aggirava per la gran sala da pranzo oscura, dove la candela che egli entrando prendeva dal tavolo nell’atrio costituiva tutta l’illuminazione. La piazza era silenziosa, la casa era silenziosa; se apriva una delle finestre della sala da pranzo per far entrare un po’ d’aria, udiva il lento scricchiolio degli stivali di una solitaria guardia di città. Il suo stesso passo, nella casa vuota, sembrava alto e sonoro; alcuni tappeti erano stati avvolti, e dovunque andasse egli risvegliava una eco malinconica. Si sedeva in una delle poltrone; la grande tavola da pranzo scura luccicava qua e là alla debole luce della candela; i quadri sulle pareti, tutti molto scuri, apparivano vaghi e indistinti. C’era un’aria spettrale, come di pranzi da lungo tempo digeriti, di discorsi conviviali che avevano perduto la loro attualità. Questa punta di soprannaturale forse aveva qualcosa a che vedere con il fatto che la sua fantasia prendeva il volo e che egli rimaneva nella sua poltrona molto più in là dell’ora alla quale avrebbe dovuto essere a letto; senza far niente, senza nemmeno leggere il giornale della sera. Dico che non faceva niente, e confermo l’espressione, proprio perché in quei momenti egli pensava a Isabel. Per lui pensare a Isabel non poteva essere che un ozioso passatempo, che non portava a niente e giovava ben poco ad alcuno. La cugina non gli era mai sembrata così affascinante come in questi giorni trascorsi a scandagliare, alla maniera dei turisti, gli abissi e la superficie dell’elemento metropolitano. Isabel era piena di premesse, di conclusioni, di emozioni; se era venuta in cerca di colore locale, lo trovava dappertutto. Faceva troppe domande perché lui potesse darvi risposta, e varava audaci teorie, su cause storiche ed effetti sociali, che egli era incapace nella stessa misura di accettare o di confutare.”

“Dovete dirmi qualcosa di più dell’America; non me ne parlate mai abbastanza. Qui sono rimasta, da quando mi ci portarono, bambina inerme, ed è ridicolo, meglio, è scandaloso come ne sappia poco, di quello splendido, tremendo, buffo paese... certo più grande e più divertente di tutti gli altri. Da queste parti ce ne sono tanti di noi, e devo dire che secondo me siamo uno sciagurato accozzo di gente. Si dovrebbe vivere nella propria terra; qualunque essa sia, voi là avete il vostro posto naturale. Se non siamo buoni americani, siamo senza dubbio europei da poco; questo non è posto naturale per noi. Siamo puri e semplici parassiti, che strisciano in superficie; i nostri piedi non sono radicati nel suolo. Guardiamo di saperlo, almeno, e di non farci illusioni. Una donna, forse, può tirare avanti: una donna, mi sembra, non ha posto naturale in alcun luogo; dovunque si trovi, deve restare in superficie e strisciare, più o meno. Protestate, mia cara? siete inorridita? affermate che non striscerete mai? È verissimo che non vi ci vedo, a strisciare; state molto più eretta di tante altre misere creature.”