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Quote by Ginsburg Natalia

“La guerra, noi pensavamo che avrebbe immediatamente rovesciato e capovolto la vita di tutti. Invece per anni molta gente rimase indisturbata nella sua casa, seguitando a fare quello che aveva fatto sempre. Quando ormai ciascuno pensava che in fondo se l'era cavata con poco e non ci sarebbero stati sconvolgimenti di sorta, né case distrutte, né fughe o persecuzioni, di colpo esplosero bombe e mine dovunque e le case crollarono, e le strade furono piene di rovine, di soldati e di profughi. E non c'era più uno che potesse far finta di niente, chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie e cacciare la testa sotto al guanciale, non c'era. In Italia fu così la guerra.”

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Ginsburg Natalia

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“Chi vuole fare il medico solitamente immagina di fare il chirurgo. E all’inizio anch’io mi lasciai sedurre dall’immagine eroica del camice bianco che salva vite dopo ore interminabili in sala operatoria. Poi, tra medicina e chirurgia scelsi la prima: è un territorio d’indagine in continua evoluzione. Mi laureai nel 1991, l’epoca della lotta senza quartiere all’HIV e all’epatite C. Forse per quello mi ritrovai sul sentiero delle malattie infettive. Visto che si tratta spesso di patologie che colpiscono un gran numero di pazienti, mi feci conquistare anche dall’ idea che il mio lavoro potesse aiutare il prossimo, i più deboli e gli emarginati: sono le classi meno agiate la prima linea del fronte.”

“È il 20 marzo. Questa mattina in ospedale si presenta un team di medici cinesi che ha affrontato la prima fase dell’emergenza a Wuhan. [...] Lu Ming, è a capo della delegazione. Vuole sapere: «Come organizzate i vostri turni di lavoro?». Gli rispondo che ogni turno è di sette o otto ore. È sorpreso: «I nostri turni sono di quattordici giorni. Restiamo due settimane in ospedale, lavoriamo e dormiamo lì. Poi per altri quattordici giorni rimaniamo chiusi in casa, in quarantena.”

“Nelle linee guida stilate dal National Institute for Health and Care Excellence per aiutare i medici inglesi a decidere chi dovrebbe ricevere per primo le cure durante la pandemia di Covid-19, sono stati previsti nove livelli, da very fit a terminally ill, e al settimo di questa impietosa classifica si trova anche chi soffre di disturbi cognitivi, includendo pazienti con autismo e altre disabilità intellettuali. Anche alcuni Stati americani, secondo le inchieste di ProPublica, testata online che fa giornalismo investigativo, avrebbero linee guida discriminanti: in Tennessee restano indietro le persone affette da atrofia muscolare; in Minnesota, da cirrosi epatica, malattie polmonari e problemi cardiaci; negli Stati di Washington, New York, Utah, Colorado e Oregon, si valuta «l’abilità fisica e intellettiva generale». In Alabama, il documento Scarce Resource Management recita testualmente che «i disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazione»”

“abbiamo cominciato a discutere della situazione sanitaria in generale e degli errori che secondo il nostro punto di vista sono stati fatti nella guerra contro il Covid-19. Errori di fondo, di impostazione, e quindi di concetto. Qual è la logica adesso? Se tu hai un male, qualsiasi male, vai dal migliore medico di riferimento in ospedale. Ma così si è lasciato sguarnito il territorio. «Ed è stato questo l’errore fondamentale» ho detto io. «Tutte le battaglie si vincono sul territorio: nelle elezioni, in politica, nelle guerre. Ha sempre vinto chi si è radicato sul territorio. Era la forza del Partito comunista negli anni Settanta e Ottanta, e adesso lo è della Lega. [..] Noi cosa abbiamo fatto invece? Sulla falsariga dei grandissimi agglomerati urbani, abbiamo centralizzato tutto, e adesso abbiamo centralizzato anche il virus, creando una bomba biologica.”