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Quote by Halldóra K. Thoroddsen

“Gli adolescenti in famiglia vanno a trovarla di tanto in tanto, con problemi di cui non possono parlare ai genitori. La generazione di mezzo si è costruita la propria visione e l'ha inchiodata per bene. [...] Solo con una visione del mondo univoca e fissa si ha la libertà di lavorare in pace. Gli anni da dedicare al lavoro sono appena qualche decina. Per questo gli adulti non vedono le conquiste del loro stesso lavoro, l'ombra che proiettano; a farlo sono sempre i nuovi giovani. Ciascuno è bloccato nel suo tempo. La vecchiaia non è altrettanto vincolata al tornaconto economico. I giovani e i vecchi potrebbero dialogare, ma il giorno d'oggi non offre molte possibilità di contatto fra generazioni diverse.”

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Halldóra K. Thoroddsen

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“Oltre ad avvertirci che ogni nuova epoca forgiata da qualche tecnologia rivoluzionaria produce una generazione che “mai passerà un giorno immune da fatica e dolore, struggendosi anche di notte”, Esiodo ci ha anche lasciato un’allegoria cruciale: quella di un’aristocrazia di dèi che dimorano al di sopra delle nuvole che circondano il monte Olimpo, aggrappandosi gelosamente al loro esorbitante potere su noi mortali.”

“Perché lavorate? Non potreste limitarvi a vivere ed essere contenti? E se vi affaticate solo per potervi affaticare di più, quando troverete la felicità? Voi dite di lavorare per vivere, ma la vita non è fatta di bellezza e canzoni? E se non sopportate fra di voi un cantore, dove vanno i frutti di tanto lavoro? Lavorare senza divertirsi è come fare un viaggio interminabile senza meta. Non sarebbe meglio morire?”

“Così, il mondo imprenditoriale dovrebbe rendersi conto dell’aspetto anacronistico che assume, nei nostri tempi, la riaffermazione di una concezione assolutisticamente «monarchica» della gestione aziendale. Le autorità monetarie avrebbero pienezza di motivi per riflettere sul reale fondamento dell’arroganza intellettuale con la quale si atteggiano, sempre e ovunque, a depositari della saggezza economica; mentre, in realtà, non vi è settore, come quello creditizio-finanziario, in cui il comportamento asociale e antisociale abbia raggiunto vette più elevate di pubblico scandalo. Le unioni sindacali dovrebbero, a loro volta, riflettere su quanto giovi che l’autocritica che esse stesse debbono compiere sia in funzione di strumentali e specifiche esigenze politiche, e non di una convinta presa d’atto della frattura che anch’esse hanno contribuito a determinare nel mondo del lavoro, tra gli occupati protetti e i lavoratori allo sbando nelle zone sommerse della disoccupazione e delle attività precarie. Taccio del mondo accademico, la cui unilateralità nella denuncia delle responsabilità «univoche» delle unioni sindacali è profondamente mortificante. Spetterebbe, infatti, soprattutto agli intellettuali di combattere le tendenze superficiali a soffermare l’esame su un lato solo delle questioni, contraddicendo quella «interdipendenza» dei fenomeni che pure viene riaffermata di continuo con enfasi retorica. In questo campo, le responsabilità particolari degli statistici non sono né lievi, né poco numerose.”