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Società Quotes

“¿Vemos ahora las consecuencias del modo que hemos decidido concebir al éxito? Cuando lo personalizamos tan profundamente, omitimos ocasiones de elevar a otros a un peldaño superior. Hacemos las reglas que frustran los logros. Amortizamos a la gente antes de tiempo como fracasados. Sentimos demasiado respeto por los que tienen éxito y demasiado poco por los que no. Por encima de todo nos hemos vuelto demasiado pasivos. Pasamos por alto el papel tan grande que desempeñamos — y este "nosotros" significa la "sociedad"— a la hora de determinar quién lo consigue y quién no.”

“Camminare in gruppo era servito a vincere la durezza della montagna, ma la società moderna imponeva di correre in solitaria, non c'era tempo per aiutare i più deboli a spazzare le nevicate di difficoltà che ostruivano i loro sentieri, ognuno per sé. Si era delegato il senso di appartenenza a un nucleo sociale; un'entità astratta come lo Stato avrebbe dovuto sopperire ai rapporti umani che avevano da sempre caratterizzato la vita di paese: il trionfo dell'ipocrisia era il traguardo che si era raggiunto.”

“La guerra oggi è pace, e la pace è guerra. Le belle e le brutte notizie durano poco, assumono quasi subito un significato ambiguo, perdono chiarezza: e anche se non ci sono guerre o altre calamità, l’industria della paura impedisce che se ne parli in modo non allarmistico. Le belle notizie non fanno più notizia. Le brutte notizie sono, per definizione, le notizie.”

“Che male c'è a essere normali? Ad avere un'esistenza a cui il mondo non dà valore? Se i miei giorni fossero felice e spensierati, non chiederei proprio nient'altro. Non voglio né una felicità estrema, né una tragedia degna di un dramma. Di fronte all'armonia quotidiana, che c'è di male a essere uno fra tanti?”

“Così, il mondo imprenditoriale dovrebbe rendersi conto dell’aspetto anacronistico che assume, nei nostri tempi, la riaffermazione di una concezione assolutisticamente «monarchica» della gestione aziendale. Le autorità monetarie avrebbero pienezza di motivi per riflettere sul reale fondamento dell’arroganza intellettuale con la quale si atteggiano, sempre e ovunque, a depositari della saggezza economica; mentre, in realtà, non vi è settore, come quello creditizio-finanziario, in cui il comportamento asociale e antisociale abbia raggiunto vette più elevate di pubblico scandalo. Le unioni sindacali dovrebbero, a loro volta, riflettere su quanto giovi che l’autocritica che esse stesse debbono compiere sia in funzione di strumentali e specifiche esigenze politiche, e non di una convinta presa d’atto della frattura che anch’esse hanno contribuito a determinare nel mondo del lavoro, tra gli occupati protetti e i lavoratori allo sbando nelle zone sommerse della disoccupazione e delle attività precarie. Taccio del mondo accademico, la cui unilateralità nella denuncia delle responsabilità «univoche» delle unioni sindacali è profondamente mortificante. Spetterebbe, infatti, soprattutto agli intellettuali di combattere le tendenze superficiali a soffermare l’esame su un lato solo delle questioni, contraddicendo quella «interdipendenza» dei fenomeni che pure viene riaffermata di continuo con enfasi retorica. In questo campo, le responsabilità particolari degli statistici non sono né lievi, né poco numerose.”

“Sempre e dovunque la lotta per l'emancipazione delle donne è legata alla lotta per il progressismo in generale. E direi, inversamente, che non è possibile l'emancipazione femminile, non potrebbe esserci un vero e proprio cambiamento della condizione femminile senza una trasformazione delle strutture economiche. Non voglio dire che il socialismo sia una condizione sufficiente perché la donna sia veramente pari all'uomo. In nessuno dei paesi che conosco è stata realizzata questa uguaglianza. Nell'Urss, in Polonia, lo status della donna è nettamente inferiore a quello dell'uomo. Non ci sono donne grandi dirigenti politici, grandi amministratori, grandi funzionari statali, si possono a malapena citare due o tre eccezioni. Eppure nell'Urss lavora il 95 per cento delle donne. Non hanno posti di primissimo piano, ma hanno comunque conseguito un genere di dignità, di partecipazione alla vita pubblica, di rapporto con se stesse che non ho incontrato in altri paesi. Anche se il socialismo non è una condizione sufficiente, è certamente una condizione necessaria. Le donne lavoreranno tutte il giorno in cui ci sarà lavoro per tutti, in cui ci sarà bisogno del loro lavoro: non prima di allora. Ma ci sarà bisogno di questo lavoro, ci sarà bisogno del pieno impiego delle forze umane soltanto il giorno in cui si assisterà a una ristrutturazione completa del mondo della produzione.”

“Concluderò perciò dicendovi che a mio avviso il femminismo è tutt'altro che superato, e che bisogna anzi mantenerlo vivo; opporvisi, negarlo, non significa superare qualcosa, significa regredire. Penso che il femminismo sia una causa comune per l'uomo e per la donna, e che gli uomini riusciranno a vivere in un mondo più equo, meglio organizzato, un mondo più valido, soltanto quando le donne avranno uno status più equo e più valido; la conquista dell'uguaglianza tra i sessi li riguarda entrambi. D'altra parte, le donne non devono limitarsi a rivendicazioni specifiche. Bisogna che ne allarghino la portata, e che lottino anche a fianco degli uomini per un cambiamento generale della società, perché riusciranno a fare trionfare la propria causa solamente aiutando il progresso dell'umanità tutta intera.”

“Chi lascia al mondo o alla parte di mondo in cui vive il compito di scegliere in sua vece il progetto della propria vita non ha bisogno di altre facoltà se non l'imitazione, la facoltà delle scimmie. Chi sceglie da sé il progetto della propria vita impegna invece tutte le proprie facoltà. Deve usare l'osservazione per vedere, il ragionamento e il giudizio per prevedere, l'attività per raccogliere elementi utili alla sua decisione, il discernimento per decidere e, una volta presa una decisione ponderata, fermezza e autocontrollo per attenervisi. [...] Potrà anche capitargli di farsi condurre su una buona strada e di tenersi alla larga dalla strada cattiva pur non facendo nulla di tutto ciò: ma lui, come essere umano, che valore avrà a confronto con gli altri?”

“E così, mentre la grande parte del patrimonio artistico nazionale é abbandonata a se stessa, un marketing implacabile costruisce continuamente "eventi" mediatici intorno a pochi oggetti-simbolo capaci di assicurare consenso ai politici locali e nazionali, ritorno di immagine agli sponsor, pubblicità ai giornali ed "evasione culturale" al grande pubblico. Il più eloquente simbolo di questa situazione è Pompei. Invece di rafforzare le competenze tecniche capaci di assicurarne la tutela, si è preferito affidare gli scavi a commissari che ne rilanciassero l'immagine attraverso "eventi" e campagne mediatiche: il risultato è stato il clamoroso crollo della Schola armatorum avvenuto 6 novembre 2010. Se non capiremo che quel crollo si deve a una catastrofe culturale, saremo condannati a vederne molti altri. Il degrado del tessuto artistico e paesaggistico che abbiamo ereditato è infatti direttamente connesso al degrado del ruolo che la storia dell'arte gioca nel nostro discorso pubblico: non più sapere critico, strumento di riscatto morale, di liberazione culturale e di crescita umana, ma invece fiorente settore dell industria dell'intrattenimento "culturale", e dunque fattore di alienazione, di regressione intellettuale e di programmatico ottundimento del senso critico.”

“Il bello è libero e davvero indipendente, non è una merce, non può essere consumato, non si fa pubblicità, non può essere posseduto, non provoca la noia e l’insoddisfazione che proviamo non appena compriamo qualcosa o ogni volta che scrolliamo la timeline dei social network e non troviamo niente che ci interessi. Ma in una società come la nostra, che ha paura della contemplazione e in cui tutto può avere un prezzo di mercato, come si fa anche solo a credere che esista una bellezza del genere?”

“Negli anni appena trascorsi è stata condotta vittoriosamente una battaglia semantica contro la dittatura del "politicamente corretto", accusato di conservatorismo, ipocrisia e perbenismo. I tabù linguistici sono caduti tutti. Perfino la bestemmia è stata "sdoganata" perché qualunque parola deve essere "contestualizzata". I contesti sono infiniti. Così ogni parola è infinitamente giustificabile. Il degrado è pervasivo, e ha contagiato anche chi non l'ha inaurato e anzi, all'inizio, l'ha deplorato. Così, cisi è assuefatti. Ma il risultato non è stato una liberazione, ma un nuovo conformismo, alla rovescia. Oggi è politicamente corretto il dileggio, l'aggressione verbale, la volgarità,la scurrilità. È politicamente corretta la semplificazione, fino alla banalizzazione, dei problemi comuni. Sono politicamente corretti la rassicurazione a ogni costo, l'occultamento delle difficoltà, le promesse dell'impossibile, la blandizia dei vizi pubblici e privati proposti come virtù. Tutti atteggiamenti che sembrano d'amicizia, essendo invece insulti e offensioni. I cittadini comuni, non esperti di cose politiche, sono trattati non come persone consapevoli ma sudditi, anzi come plebe. Cosicché leposizioni sono ormai rovesciate. Proprio il linguaggio plebeo è diventato quel "politicamente corretto" dal quale dobbiamo liberarci, ritovando l'orgoglio di comunicare tra noi parlando diversamente, non conformisticamente, seriamente, dignitosamente, argomentatamente, razionalmente, adeguatamente ai fatti.”

“Quasi sempre si era sentita dire che era sbagliato credere che il mondo sarebbe cambiato; la giudicavano per questo ingenua e anche un po’ presuntuosa. Ma d’altra parte, se tutti l’avessero pensata così, allora nessuno avrebbe fatto il primo passo. Eleonora credeva fermamente che fosse possibile migliorare, e non si vergognava di questa speranza; lei continuava a fare il primo passo, sperando che un giorno avrebbe incontrato altri giovani che, insieme a lei, avrebbero fatto camminare il mondo verso un futuro migliore.”

“«Vedi, in ogni Stato si possono incontrare persone che sono ciecamente fanatiche dell’idea dell’ordine sociale. Devote a questa idea, sono pronte a tutto pur di affermarla. Anche al crimine, giacché sono convinte che il fine giustifichi i mezzi e muti il significato dei concetti. Loro non assassinano, loro salvano l’ordine. Loro non torturano, non ricattano: loro proteggono la ragion di Stato e combattono per l’ordine. La vita di un individuo, qualora l’individuo infranga il dogma dell’ordine stabilito, per queste persone non significa nulla, non vale un soldo. Queste persone non si rendono conto che la società che servono è costituita appunto d’individui. Hanno il cosiddetto sguardo ad ampio raggio... e avere uno sguardo del genere è il modo più sicuro per non vedere gli altri.»”

“- È poco gentile da parte vostra. Quando avrete la mia età capirete che ogni essere umano ha il suo guscio e che di questo guscio bisogna tener conto. E con guscio intendo tutto l’involucro delle circostanze. Un uomo o una donna isolati non sono una cosa che esista; ciascuno di noi è formato da un intrico di dipendenze. Che cosa è il nostro io? Dove comincia? Dove finisce? Inonda tutto ciò che ci appartiene... e poi rifluisce via. Io so che gran parte di me sta negli abiti che scelgo d’indossare. Ho un gran rispetto per le cose! Il nostro io, per gli altri, è l’espressione che noi diamo di noi; e la casa, i mobili, le vesti, i libri che leggiamo, la compagnia che frequentiamo... tutte queste cose sono quelle che ci esprimono. Il tutto era metafisico assai; comunque, non più di parecchie osservazioni che Madame Merle aveva fatto altre volte. Isabel era amante della metafisica, ma non riusciva a seguire l’amica in questa ardita analisi della personalità umana. - Non sono d’accordo con voi. Penso proprio l’opposto. Non so se riesco ad esprimere me stessa, ma so che niente altro mi esprime. Niente di ciò che mi appartiene è misura di me; tutto ciò è al contrario un limite, una barriera, e del tutto arbitraria. Senza dubbio gli abiti che, come voi dite, scelgo d’indossare non mi esprimono; e voglia il cielo che non lo facciano! - Voi vestite benissimo! - interloquì Madame Merle con tono frivolo. - Può darsi; ma non mi piace essere giudicata da questo. I miei abiti possono esprimere la sarta, ma non esprimono me. Per cominciare, non è per mia scelta che li indosso, mi sono imposti dalla società. - Preferireste andar senza? - domandò Madame Merle, con un tono che virtualmente pose fine alla discussione.”

“I principî che Adriano Olivetti aveva fatto propri, «assumi piú che puoi e non licenziare se non in casi estremi», sono stati insomma ribaltati al presente in «assumi meno che puoi, e se possibile non assumere per nulla. In ogni caso licenzia al primo segno di flessione del ciclo produttivo dell’azienda o del corso delle azioni». Io non credo che questi nuovi principî siano semplicemente e inesorabilmente determinati da un mutamento delle realtà economiche, nazionali e mondiali. È piuttosto cambiata la concezione che le imprese hanno di sé e che i governi occidentali hanno delle imprese. O per dirla con maggiore attenzione alla storia: le imprese contemporanee e i governi occidentali, senza differenze apprezzabili fra centrodestra e centrosinistra, hanno abbracciato tali principî perché sono ritornati alla concezione dell’impresa dominante negli anni Venti, prima della Grande Crisi. Una crisi alla quale tale concezione non poco contribuí. Se si allarga il quadro, vediamo che sono inoltre mutate le visioni dell’economia. Fra politici, imprenditori e studiosi si è affermato un modo di concepire il rapporto fra economia, etica e politica che subordina alla prima le ultime due. La lezione della crisi, messa a profitto nel dopoguerra con i suoi trent’anni di sviluppo sociale non meno che economico, sembra dimenticata.”

“Ricordo anche che nei tuoi scritti hai richiamato l’espressione lebensunwertes Leben – «vita che non merita di essere vissuta» – con cui i nazisti designavano quei gruppi di popolazione cui negavano il diritto di esistere. Ai nostri giorni abbiamo di fronte una versione liquido moderna di questo fenomeno, che vale per regioni e paesi le cui tragedie non hanno diritto di fare notizia, o le cui vittime civili e sofferenze legate al terrorismo o alla violenza non sono legittimate a influire sui rapporti bilaterali e sugli accordi commerciali [...].”

“La fede dell'individuo in questa autorità collettiva non vacillerà minimamente, neanche quando si renderà conto che altre epoche, altri Paesi, sette, chiese, classi e partiti hanno pensato esattamente il contrario, e magari lo pensano ancora. Egli trasferisce al proprio mondo la responsabilità di aver ragione, di fronte al dissenso dei mondi altrui; e non lo turba mai il pensiero che solo un puro caso ha deciso quale di questi numerosi mondi sia oggetto della sua fiducia, e che le stesse cause che han fatto di lui un anglicano a Londra, avrebbero potuto farne un buddista o un confuciano a Pechino.”

“In un mondo sempre più fitto di nessi comunicativi e di processi di globalizzazione non vi sono molte proposte alternative: o si continua a credere pervicacemente nelle proprie forme identitarie (costi quel che costi) o si procede quanto meno ad alleggerirle, così da renderle più disponibili alla comunicazione e agli scambi, alle intese e ai suggerimenti, alle ibridazioni e ai mescolamenti. Non è detto che tale maggiore disponibilità sia la via che ci salva; ma è abbastanza certo che l'atteggiamento opposto (l'ossessione della purezza e dell'identità) è quello che ha prodotto, qui come altrove, le maggiori rovine.”

“Ciò che manca, ovunque si guardi, è un progetto di comunità, un’idea forte di cosa possa essere la Repubblica italiana del futuro, la capacità di render finalmente concreto l’attualissimo disegno contenuto nella Costituzione: quella vera. E questa idea manca perché oggi sembra impossibile avere un’idea dell’uomo che non sia ridotta alla sola dimensione monetaria. Far evadere il patrimonio culturale dalla prostrazione materiale e morale in cui è stato confinato dal totalitarismo neoliberista significa rimettere in circolo uno dei pochi antidoti a questo dogma. In rare occasioni è possibile sentire, quasi vedere ad occhio nudo, la forza morale, e profondamente politica, di ciò che chiamiamo «cultura». Il 27 gennaio 2014, alle sei di sera, l’Orchestra della Scala ha eseguito la Marcia funebre della Terza Sinfonia di Beethoven in onore di Claudio Abbado, scomparso sette giorni prima. Rispettando una tradizione iniziata nel 1957 –in occasione della traslazione del corpo di Arturo Toscanini, al Monumentale –l’orchestra ha celebrato il suo direttore suonando con la sala vuota, e con le porte del teatro spalancate. Ottomila cittadini milanesi riempivano la piazza, silenziosi e commossi. E il profondo impegno civile di Abbado ha conferito un tono particolare a questa struggente liturgia laica, ripetuta per la quinta volta in sessant’anni. La musica creava una comunità e la rendeva visibile: e non nello spazio separato del teatro, non per un pubblico pagante. In una piazza, invece, nel cuore della polis: dove alcuni cittadini suonavano per altri cittadini. Non per non pensare, per rimuovere le difficoltà della vita e l’esistenza della morte, ma per affrontarle tutti insieme, uniti da una musica scritta duecento anni fa, e per salutare un uomo che ha messo la sua arte straordinaria al servizio di un progetto di uguaglianza e giustizia. È da quello spirito che dobbiamo essere capaci di ripartire. Perché le nostre città, i nostri musei, il nostro paesaggio non contengono solo cose belle: contengono valori e prospettive che possono liberarci, innalzarci, renderci di nuovo umani, restituirci un’idea dell’uomo e un’idea di comunità che ci permettano di costruire un futuro diverso.”

“«Vedete», disse Fonardi senza senza badargli, «il calcio da queste parti è un carnevale di maglie allegre che nasconde la realtà di un Paese dove bianchi e neri godono di opportunità molto diverse. Per questo è importante che squadre come il San Giorgio o noialtri possiamo competere in Serie Africa contro i club di soli bianchi. Il terreno da calcio, qui, è l'unico posto dove si può proporre una società diversa, dove il razzismo sarà solo un brutto ricordo.»”

“Il che esercita il potere non è sempre quello stesso popolo sul quale il potere viene esercitato; e l' di cui si parla non è il governo di ognuno su se stesso, ma quello che su ognuno hanno tutti gli altri. Inoltre, volontà del popolo significa in pratica la volontà della parte più numerosa e più attiva del popolo : la maggioranza, ossia coloro che son riusciti a farsi accettare come maggioranza; ne consegue quindi la possibilità che il popolo desideri effettivamente opprimere una parte dei propri componenti: contro questo abuso di potere, non meno che contro qualsiasi altro abuso, occorre prendere delle precauzioni.”

“Il "popolo" che esercita il potere non è sempre quello stesso popolo sul quale il potere viene esercitato; e l'"autogoverno" di cui si parla non è il governo di ognuno su se stesso, ma quello che su ognuno hanno tutti gli altri. Inoltre, volontà del popolo significa in pratica la volontà della parte più numerosa e più attiva del popolo : la maggioranza, ossia coloro che son riusciti a farsi accettare come maggioranza; ne consegue quindi la possibilità che il popolo desideri effettivamente opprimere una parte dei propri componenti: contro questo abuso di potere, non meno che contro qualsiasi altro abuso, occorre prendere delle precauzioni.”

“Per chi fa parte del bel mondo, la distrazione è l'arte di usare gli altri al solo scopo di soddisfare i propri bisogni e dissimulare la noia. Quando ci sono in ballo gli affetti, però, questa meccanica non può essere confessata né a se stessi né agli altri. Ecco perché i personaggi di Proust si nascondono, fingono e si tradiscono a vicenda. Mentono a se stessi e agli altri, celando le loro reali motivazioni [...]. Lasciati a se stessi, e con ampia disponibilità di denaro e tempo libero, i membri dell'alta società hanno un solo desiderio profondo: essere protetti dalla vacuità dell'esistenza e trarre dalla sterile e inquietante sostanza della vita una maschera che sia rassicurante e compiacente [...]. Non vogliono né comprendere né sapere, solo adornarsi e svagarsi.”

“Coloro le cui opinioni vanno sotto il nome di opinione pubblica non sono sempre gente dello stesso tipo: in America, è tutta la popolazione bianca; in Inghilterra, soprattutto la classe media. Ma sempre di masse si tratta, cioè di una mediocrità collettiva. E una novità ancor maggiore e che la massa non attinge le sue opinioni dai prelati della Chiesa o dai dignitari dello Stato, da qualche capo riconoscibile oppure dai libri: a pensare in loro vece sono degli uomini esattamente come loro, che si rivolgono a loro o parlano a loro nome attraverso i giornali, sull'estro del momento. Non mi sto lamentando di tutto ciò. Non voglio affermare che ci sia qualcosa di meglio da proporre, in una situazione di così basso livello come quella in cui oggi versa la mente umana. Ma ciò non toglie che il governo della mediocrità resti un governo mediocre.”

“La cruda verità è questa: si può anche dire di voler rendere omaggio alla superiorità intellettuale, reale o presunta, e magari lo si fa pure davvero; ma la tendenza generale in tutto il mondo è quello di assegnare il predominio alla mediocrità. Nel mondo antico, nel Medioevo e, in misura via via decrescente, in tutto il periodo di transazione che va dal feudalesimo fino a oggi, l'individuo costituiva un potere a sé: e quando aveva o un gran talento o una posizione sociale elevata, era un potere considerevole. Oggi, gli individui si perdono nella folla.”

“La revoca della possibilità, garantita a livello federale, d'interrompere legalmente una gravidanza "determina una disparità di trattamento a seconda dello Stato di residenza delineando un futuro di discriminazione e ingiustizia oltre a un impatto sociale che peserà soprattutto sulle donne appartenenti alle fasce più deboli della società".”