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Ferrante Quotes

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Ferrante Quotes

“Tu stai bene?" "Io sì". "Ѐ vero che non mi ami più?" "Sì". "Perché? Perché ti ho mentito? Perché ti ho lasciata? Perché ti ho offesa?". "No. Proprio quando mi sono sentita ingannata, abbandonata, umiliata, ti ho amato moltissimo, ti ho desiderato più che in qualsiasi altro momento della nostra vita insieme". "E allora?". "Non ti amo più perché, per giustificarti, hai detto che eri caduto nel vuoto, nel vuoto di senso, e non era vero". "Lo era". "No. Ora so cos'è un vuoto di senso e cosa succede se riesci a tornare in superficie. Tu no, non lo sai. Tu al massimo hai lanciato uno sguardo di sotto, ti sei spaventato e hai turato la falla col corpo di Carla".”

“Posso chiederle una cosa?". "Dica". "Che studi ha fatto?". [...] "Nessuno". "A sentirla parlare - e gridare - non sembra". "Ѐcosì, ho smesso dopo la quinta elementare". "Perché?". "Non avevo le capacità". "Come l'ha capito?". "Ce le aveva Greco, io no". La Galiani scosse la testa in segno di dissenso, disse: "Se lei avesse studiato, sarebbe riuscita bene quanto Greco". "Come fa a dirlo?". "Ѐ il mio mestiere". "Voi professori insistete tanto sullo studio perché con quello vi guadagnate il pane, ma studiare non serve a niente, e nemmeno migliora, anzi rende ancora più malvagi". "Elena è diventata più malvagia?". "No, lei no". "Come mai?". Lila ficcò in testa al figlio il cappellino di lana: "Abbiamo fatto un patto da piccole: quella malvagia sono io".”

“Non ero capace di affidarmi a sentimenti veri. Non sapevo farmi trascinare oltre i limiti. Non possedevo quella potenza emotiva che aveva spinto Lila a fare di tutto per godersi quella giornata e quella nottata. Restavo indietro, in attesa. Lei invece si prendeva le cose, le voleva davvero, se ne appassionava, giocava al tutto o niente e non temeva il dispresso, lo scherno, gli sputi, le mazzate.”

“[…] e adesso mi divertiva farmi bella. Ma a volte, specialmente quando mi ero curata non soltanto per fare buona figura in generale, ma per un uomo, apprecchiarmi — era questo il vocabolo — m’era sembrato che avesse qualcosa di ridicolo. Tutto quell’affanno, tutto quel tempo a cammuffarmi quando avrei potuto fare altro. I colori che mi stanno, quelli che non mi stanno. I modelli che mi snelliscono, quelli che mi ingrossano. Il taglio che mi valorizza, quello che mi svaluta. Una lunga, costosa preparazione; un ridurmi a tavola imbandita per l’appetito sessuale del maschio, a vivanda ben cucinata perché gli venga l’acquolina in bocca. E poi, l’angoscia di non farcela. Di non sembrare bella. Di non essere riuscita a celare con destrezza la volgarità della carne, con i suoi umori e odori e deformità.”