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Quote by Gemma Calabresi Milite

“Avevo chiesto di parlare con quei tre uomini, detenuti per gravi reati di sangue, perchè mi interessava capire che cosa avesse mosso il loro cambiamento. Tutti e tre, con parole diverse, mi hanno raccontato di aver provato la disperazione nera e feroce e la sensazione di non avere una via d'uscita. Ascoltando le loro parole ho provato una grande vergogna: avevo creduto che Dio fosse venuto da me perchè ero una povera vedova, una vittima. E invece era andato anche da loro, gli assassini, i carnefici. Mi hanno parlato poi del perdono che si stavano preparando a chiedere alle famiglie delle vittime dei loro crimini. Quell'incontro mi ha fatto capire che tra il mio perdono e il loro non c'è nessuna differenza, perchè il perdono è come un ponte, c'è chi lo percorre partendo da una parte e chi dall'altra, ma a metà strada ci si incontra e ci si riconosce.”

Quote by Gemma Calabresi Milite

Work

La crepa e la luce

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Author

Gemma Calabresi Milite

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“In melodies of longing, my heart does play, A saxophonist's soul, in love's ballet. Our meetings planned, yet fate intervenes, A cosmic dance, behind the scenes. His saxophone whispers in the midnight air, Each note a promise, a love affair. Yet life's interruptions, a relentless rhyme, But through the strains, love stands the test of time. In dreams, I see his star ascending high, Prosperity blooms beneath the sky. His saxophone weaves dreams untold, A symphony of success, a story to unfold. I yearn for his pain to gently sway, In the cadence of a brighter day. For within my love, a healing balm, To soothe his soul, bring tranquil calm. As dreams align, and stars align, May his saxophone play a melody divine. In the crescendo of life, may joy take flight, And love's song serenade the darkest night.”

“Shun la stava ascoltando, però oltre la finestra, sul marciapiede, c’era un uomo che passeggiava. Lo guardò meglio e vide che aveva qualcosa al guinzaglio. Guardò ancora meglio e capì che si trattava di una pannocchia. La trascinava lasciandosi dietro un solco misto a impronte nella neve. «Lo vedi anche tu?» chiese. «Che cosa?» «Il tizio con la pannocchia.» Miyamura-san guardò. «Non reggono tutti l’alcol come noi.» Shun non riuscì a distogliere lo sguardo. «Lo so che hai ragione», disse infine, «è solo che… beh, è questo il massimo in cui posso sperare?» Stava guardando anche lei fuori, ma ora accigliata, sinceramente confusa. «Perché, Shun, in che cosa speravi?»”