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Quote by Isabelle Attard

“L'écologie sociale, en mettant les assemblées locales au coeur des décisions politiques, renvoie aux oubliettes les tenants d'une dictature verte à laquelle il faudrait se soumettre, en sacrifiant certaines de nos libertés pour sauver nos sociétés. Mais il n'y a nul sacrifice quand les décisions sont prises en commun pour l'intérêt général.”

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Work

Comment je suis devenue anarchiste

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Author

Isabelle Attard

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“I prati, ne sono convinto, sono un sintomo e una metafora del nostro rapporto squilibrato con la terra. Ci insegnano che con l'aiuto della petrolchimica e della tecnologia possiamo piegare la natura alla nostra volontà. I prati alimentano la nostra hybris nei confronti della terra. Qual'è l'alternativa? Trasformarli in orti e giardini. Non sto suggerendo che all'interno di questi ultimi non vi sia spazio per i prati, né che orti e giardini di per sé raddrizzeranno il nostro rapporto con la terra; l'abito mentale che essi alimentano, però, può farci percorrere un poco di strada in quella direzione. Prendersi cura di un orto o di un giardino, rispetto alla manutenzione di un prato, ci guida alla conoscenza dei comportamenti della natura, alimentando un'etica del dai e prendi nel rispetto della terra. Orti e giardini ci insegnano la peculiarità del luogo. Riducono la nostra dipendenza da fonti remote di energia, tecnologia, cibo e, per dirla tutta, interesse. Perché se tosare il prato dà la sensazione di ricopiare in continuazione la stessa frase, in una certa misura il giardinaggio è come scriverne sempre di nuove, in un processo di invenzione e scoperta infinitamente variabile. Orti e giardini ci mostrano anche che fra natura e cultura è possibile un compromesso, che fra prato e foresta - fra chi vorrebbe completare la conquista del pianeta in nome del progresso, e chi crede che per noi sia tempo di abdicare e lasciare la Terra alle cure delle sue specie più innocenti - può esserci una qualche via di mezzo. Il giardino indica che forse esiste un luogo dove noi e la natura possiamo incontrarci a metà strada.”

“If there was one overriding element to Faraday's character, it was humility. His 'conviction of deficiency,' as he called it, stemmed in part from his deep religiosity and affected practically every facet of his life. Thus Faraday approached both his science and his everyday conduct unhampered by ego, envy, or negative emotion. In his work, he assumed the inevitability of error and failure; whenever possible, he harnessed these as guides toward further investigation. Faraday adhered to no particular school of scientific thought. Nor did he flinch when a favored hypothesis fell to the rigors of experiment.”