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Quote by Giuliano Pavone

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13 sotto il lenzuolo

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Giuliano Pavone

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“Ma è come quando la dottoressa mi ha raccontato la storia di quei due fratelli, il cui padre era alcolizzato. Uno è diventato un bravo carpentiere, e non tocca una goccia d'alcol. L'altro è finito come il suo vecchio. Quando hanno chiesto al primo perché non bevesse, lui ha detto che, dopo aver visto quello che faceva quella roba a suo padre, non è riuscito nemmeno a provarci. Il secondo, invece, ha dichiarato di aver imparato a bere sulle ginocchia del genitore. Quindi, immagino che siano tanti i fattori che ci fanno essere come siamo. Molti, forse, non li conosceremo mai. Ma, anche se non possiamo essere noi a decidere da dove veniamo, possiamo scegliere la nostra meta. Ci sono altre cose che possiamo fare. Cercando di sentirci a posto.”

“Molti vanno in trip con la psicanalisi, finiscono per pensare di essere i messaggi che hanno ricevuto, il contesto che li ha formati, l'educazione familiare, le caratteristiche ereditarie...Tutto questo è profondissima ideologia e inganno del sistema con cui bisogna rompere d'entrata: nessuno di noi ha il diritto di spiegare le proprie scelte o le proprie non scelte, i propri destini in base ai contesti. I contesti possono essere cambiati sempre, socialmente e individualmente, e se noi in primo luogo non affermiamo questo e non lo affermiamo positivamente, costruttivamente, come possiamo anche solo lontanamente pretendere che lo facciano gli altri? Poi possiamo e dobbiamo analizzare opposizioni, contrarietà, contraddizioni, contrapposizioni, e anche conflitti - perché ovviamente i conflitti esistono - , ma a partire da questo, cioè ribaltando la formula di pensiero tradizionale e cercando di ricondurci, di ripartire da questo. Questo approccio non è solo molto più utile e valido, è molto più materialistico e molto più autentico. Per dare un esempio, un'immagine che non è solo metaforica: è difficile negare i vagiti di una bimba o di un bimbo appena nati, i tentativi di chiamare la mamma, di sorridere; è difficile dire che un individuo della specie cominci con una negazione: gli individui della specie cominciano affermandosi, lottando per la vita, cercando la vita. Le spiegazioni biologiche e della scienza medica sono vere, ma non è questo l'aspetto principale. Se si comincia così si finisce per credere che la vita è qualcosa che si consuma, non la realizzazione della nostra esistenza, delle nostre idee; la nostra ragione finisce per essere puramente negativa, come una nobilissima scuola, come quella di Francoforte, ha messo alla base di tutta la sua ricerca. La vita è una cosa che si realizza, non una cosa che si consuma.”

“If I am to be fallen into love, I will. And if as a result I will appear to be stupid, disillusioned, and of poor judgment, I will. And I would be damned if I cared what other people think. For I would rather be thought of as all of these things, than not love. If in loving, I become the naked woman on the horse, I will ride that horse with my head held high. This is my spirit. I am unbreakable.”

“Un modo per gestire una perdita era anche saper perdere. Molte volte non ce ne accorgiamo. Ci giriamo e rigiriamo nel letto. Perché la verità è che l'uomo non accetta di perdere mai. Non accetta di essere distante dalle cose. Non ama i binari. Come se il treno si reggesse da solo. Non ama lo spazio che divide. La distanza che c'è tra lui e le cose che non conosce, tra lui, le cose che conosce ma che non può possedere. L'uomo odia essere distante dal resto del mondo. Altrimenti non avrebbe accettato di fare un'escursione sulla luna. Per il semplice gusto di dire io ci sono arrivato" o "io ci sono andato vicino" Quel giorno sembrò durare una vita. Perché quando guardi in faccia tutto il dolore del mondo il tempo non basta, non passa.”

“Hai visto che bella libertà?” Lui ha capito. Io poi mi sono messo a pensare a questa faccenda delle righe del campo da tennis, che danno claustrofobia. Il giocatore costretto a mettere la pallina sempre dentro la riga, ma non solo dentro la riga, ma più vicino possibile alla riga, ma più vicino vai alla riga più corri il rischio di mettere la pallina fuori dalla riga, cosa che è veramente angosciante e ossessiva e claustrofobica. E le righe sono sempre quelle e io lo so che i giocatori la notte vanno a dormire, chiudono gli occhi e vedono le righe, lo so che vedono righe ovunque e stanno attentissimi quando camminano a non calpestare le righe tra i blocchi di pietra dei marciapiedi, o del parquet, o delle mattonelle, che è difficilissimo. E non possono mai stare fermi a guardarle quelle righe: vanno su, vanno giù, ma non si fermano in mezzo al campo a guardare intorno perché c’è l’arbitro che gli dice “tempo!”, cosa che è ossessiva, claustrofobica e un pochino malvagia, secondo me. Tutto questo a mio figlio grande non l’avevo detto, gli avevo solo detto quella cosa sulla libertà. Il resto avrebbe dovuto capirlo da solo: che differenza c’è tra noi e i tennisti? Poca roba. Noi abbiamo le righe che ci siamo disegnati da soli e fatichiamo a non tirare fuori troppe palline. Se vuoi uscire dalle maledettissime righe – e dio solo sa se ci ho provato – arriva l’arbitro e fischia il fallo e ti porta dritto in galera. Poi ci sono quelli che dicono che quando ci si accorge che le righe sono troppo strette bisogna mettersi d’accordo tutti per spostarle. Oppure ci sono quelli che dicono che è inutile spostarle: è il concetto stesso di riga a essere sbagliato. E allora via, togliamo le righe. Ma io mi chiedo – e non è che io sia stato tanto a rispettarle quelle righe lì – una volta tolte, come si fa a giocare? Insomma io a mio figlio grande gliele direi queste cose, visto che è chiaro che passa giornate intere a discutere di quelle maledette righe coi suoi compagni dell’università: spostarle, cancellarle o che ne so io.”