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Quote by Massimo Coppola

“Hai visto che bella libertà?” Lui ha capito. Io poi mi sono messo a pensare a questa faccenda delle righe del campo da tennis, che danno claustrofobia. Il giocatore costretto a mettere la pallina sempre dentro la riga, ma non solo dentro la riga, ma più vicino possibile alla riga, ma più vicino vai alla riga più corri il rischio di mettere la pallina fuori dalla riga, cosa che è veramente angosciante e ossessiva e claustrofobica. E le righe sono sempre quelle e io lo so che i giocatori la notte vanno a dormire, chiudono gli occhi e vedono le righe, lo so che vedono righe ovunque e stanno attentissimi quando camminano a non calpestare le righe tra i blocchi di pietra dei marciapiedi, o del parquet, o delle mattonelle, che è difficilissimo. E non possono mai stare fermi a guardarle quelle righe: vanno su, vanno giù, ma non si fermano in mezzo al campo a guardare intorno perché c’è l’arbitro che gli dice “tempo!”, cosa che è ossessiva, claustrofobica e un pochino malvagia, secondo me. Tutto questo a mio figlio grande non l’avevo detto, gli avevo solo detto quella cosa sulla libertà. Il resto avrebbe dovuto capirlo da solo: che differenza c’è tra noi e i tennisti? Poca roba. Noi abbiamo le righe che ci siamo disegnati da soli e fatichiamo a non tirare fuori troppe palline. Se vuoi uscire dalle maledettissime righe – e dio solo sa se ci ho provato – arriva l’arbitro e fischia il fallo e ti porta dritto in galera. Poi ci sono quelli che dicono che quando ci si accorge che le righe sono troppo strette bisogna mettersi d’accordo tutti per spostarle. Oppure ci sono quelli che dicono che è inutile spostarle: è il concetto stesso di riga a essere sbagliato. E allora via, togliamo le righe. Ma io mi chiedo – e non è che io sia stato tanto a rispettarle quelle righe lì – una volta tolte, come si fa a giocare? Insomma io a mio figlio grande gliele direi queste cose, visto che è chiaro che passa giornate intere a discutere di quelle maledette righe coi suoi compagni dell’università: spostarle, cancellarle o che ne so io.”

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Work

Un piccolo buio

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Author

Massimo Coppola

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“Ma anche il cruccio di non sapermi essenzialmente buono si mitigò. Mi pareva di aver sciolto il problema angoscioso. Non si era né buoni né cattivi come non si era tante altre cose ancora. La bontà era la luce che a sprazzi e ad istanti illuminava l’oscuro animo umano. Occorreva la fiaccola bruciante per dare la luce (nell’animo mio c’era stata e prima o poi sarebbe sicuramente anche ritornata) e l’essere pensante a quella luce poteva scegliere la direzione per moversi poi nell’oscurità. Si poteva perciò manifestarsi buoni, tanto buoni, sempre buoni, e questo era l’importante. Quando la luce sarebbe ritornata non avrebbe sorpreso e non avrebbe abbacinato. Ci avrei soffiato su per spegnerla prima, visto ch’io non ne avevo bisogno. Perché io avrei saputo conservare il proposito, cioè la direzione.”

“Il pianto offusca le proprie colpe e permette di accusare, senz’obbiezioni, il destino. Piangevo perchè perdevo il padre per cui ero sempre vissuto. Non importava che gli avessi tenuto poca compagnia. I miei sforzi per diventare migliore non erano stati fatti per dare una soddisfazione a lui? Il successo cui anelavo doveva bensì essere anche il mio vanto verso di lui, che di me aveva sempre dubitato, ma anche la sua consolazione. Ed ora invece egli non poteva più aspettarmi e se ne andava convinto della mia insanabile debolezza. Le mie lacrime erano amarissime.”

“Ma intanto io m’ero calmato in modo da venir ripreso da tutte le mie esitazioni. Ero avviato a tradire Augusta, ma pensavo che come nei giorni precedenti avevo potuto contentarmi di giungere fino al Giardino Pubblico, tanto più facilmente ora avrei potuto fermarmi a quella porta, consegnare quel libro compromettente e andarmene pienamente soddisfatto. Fu un breve istante pieno di buoni propositi. Ricordai persino un consiglio strano che m’era stato dato per liberarmi dall’abitudine del fumo e che poteva valere in quell’occasione: talvolta, per contentarsi, bastava accendere il cerino e gettare poi via e sigaretta e cerino.”

“Io protestavo, ma Bach procedeva sicuro come il destino. Cantava in alto con passione e scendeva a cercare il basso ostinato che sorprendeva per quanto l’orecchio e il cuore l’avessero anticipato: proprio al suo posto! Un attimo più tardi e il canto sarebbe dileguato e non avrebbe potuto essere raggiunto dalla risonanza; un attimo prima e si sarebbe sovrapposto al canto, strozzandolo. Per Guido ciò non avveniva: non gli tremava il braccio neppure affrontando Bach e ciò era una vera inferiorità. Oggi che scrivo ho tutte le prove di ciò. Non gioisco per aver visto allora tanto esattamente. Allora ero pieno di odio e quella musica, ch’io accettavo come la mia anima stessa, non seppe addolcirlo. Poi venne la vita volgare di ogni giorno e l’annullò senza che da parte mia vi fosse alcuna resistenza. Si capisce! La vita volgare sa fare tante di quelle cose. Guai se i geni se ne accorgessero!”