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Luce Quotes

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Luce Quotes

“Passati tre mesi Stransom si sentì così solo che tornò là; forse, pensava, dopo esser stati per anni i suoi migliori amici, i suoi Morti non si sarebbero lasciati abbandonare senza prima adoperarsi per lui ancora una volta. E li ritrovò come li aveva lasciati, in quel loro alto effluvio di luce, il vivido drappello che già, quando era in vena di paragoni tra cose grandi e piccole, lo aveva indotto a vederli come un manipolo di fari sul bordo dell’oceano della vita.”

“He's not-" Daniel started to say. He watched a red-tailed hawk land in an oak tree over their heads. "He's not good enough for you." Luce had heard people say that line a thousand times before. It was what everyone always said. Not good enough. But when the words passed Daniel's lips, they sounded important, even somehow true and relevant, not vague and dismissive the way the phrase had always sounded to her in the past. "Well, then," she said in a quiet voice, "who is?" Daniel put his hands on his hips. He laughed to himself for a long time. "I don't know," he said finally. "That's a terrific question." Not exactly the answer Luce was looking for. "It's not like it's that hard," she said, stuffing her hands into her pockets because she wanted to reach out for him. "To be good enough for me." Daniel's eyes looked like they were falling, all the violet that had been in them a moment before turned a deep, dark gray. "Yes," he said. "Yes, it is.”

“Thank you,” he said. Luce felt her lips quiver and her eyes burn. Before she knew what she was doing, she fell into Cam’s arms, felt his hands wrap around her back. When his chin rested on the top of her head, she began to weep. He let her cry. Held her close. He whispered, “You’re so brave.” Then Cam’s arms shifted and his chest pulled lightly away. For a second, she felt cold and exposed, but then another chest, another pair of arms replaced Cam’s. And she knew without opening her eyes that it was Daniel. No other body in the universe fit hers so well. “Mind if I cut in?” he asked softly. “Daniel—” She clenched her fists and squeezed her arms around him, wanting to squeeze away the pain. “Shhh.” He held her like that for what might have been hours, rocking her slightly, cradling her in his wings until her tears had tapered off and the weight in her heart had eased enough that she could breathe without sniffling.”

“Immagino che siamo tutti come fiammelle di candele accese, scintillanti, tremule nell'oscurità e poi immagino l'ululato del vento, e nel silenzio della stanza sent dei passi che vengono a soffiare su di me e a ridurre la mia vita a un refolo di fumo grigio. Mi dissolverò nell'aria e nella notte. Ci spegneranno tutti, uno a uno, finchè non rimarrà altro che la loro luce, e solo quella vedranno. Dove sarò allora?”

“Verde è il più piccolo. Ed è pieno di storie. Così tante storie che sarebbe difficile sceglierne una da raccontare. Così tante storie che per lui è difficile scegliere quella da vivere. Potrebbe essere un poeta, o uno scrittore e io allora ti racconterei delle sue poesie e delle sue parole. Potrebbe essere un ingegnere , o un in un esperto di statistica e adesso si alzerebbe per snocciolare a moria tutti i dati che ha raccolto sul mondo e le impressioni che ha. Potrebbe essere un viaggiatore, zaino in spalla, che si è da mesi in un paesino in Siberia e non sa più come, quando e se tornare. Potrebbe essere un ragazzo qualsiasi, come tutti in cerca di una strada e di un futuro. Come tutti impaurito da un mondo cosi grande da far perdere il fiato. Verde di fiato non ne ha. Ha sempre ammirato quelli che avevano davanti una strada sola, quelli convinti, quelli che da grande voglio fare il medico e inizio a studiare anatomia dal primo liceo. È tanto più difficile essere tante cose, essere tante storie. Così difficile che a volte si può decidere di non essere. Per non deludere nessuno, per non deludere il futuro, si può decidere di non far succedere esattamente niente. Questo è Verde. Seduto con le gambe a penzoloni sul ciglio della vita, quello che separa le scarpe da ginnastica, dalle scarpe del completo. Con una birra in mano e una ragazza a fianco che sa accarezzare i suoi dubbi, Verde guarda là in fondo i suoi tre amici che si sbattono, che crescono, cambiano, si sostituiscono a loro stessi ogni giorno ed è un processo affascinante, pericoloso e bello da guardare. Come il nuotare solitario di una balena. Splendida. Enorme. Spaventosa. Il suo incedere smuove l'oceano e tutti i pesci in qualche modo si adeguano. È. cosi bello osservarla da lì su, aspettando il momento giusto per tuffarsi, per perdere sé stessi nella corrente, insieme agli altri. I giorni però passano uguali e il momento non è mai quello giusto.”

“Certo che son belle le stazioni, non trovi? Soprattutto quelle di provincia, soprattutto quando il sole sta calando e i lampioni si sono già accesi anche se c'è luce nell'aria. Mi piacciono i binari che si perdono all'orizzonte, le poche persone che passeggiano sul marciapiede, che ondeggiano sulla linea gialla, che parlano poco, pochissimo per niente, perché hanno altro da fare. Aspettare. Aspettare. Aspettare.”

“«ll mio grande amore era di New York.» «Ho viaggiato per più di venti anni.» «Ci siamo persi perché era la cosa giusta da fare. Dicendo tanto la vita è lunga, il mondo è grande, per l'amore c'è sempre una buona occasione. C'è sempre tempo.» «Ho viaggiato perché non sapevo fare altro.» «Non è vero. Non c'è sempre tempo.» «Cosi facile andare via.» «Si è cosi facile, quando ti abitui a farlo.» «Quando ti abitui a salutare.» «La prima volta è stata dura, sai? La prima volta che ho detto "addio, le nostre strade si separano» «La prima volta è dura, ci si fa l'abitudine.»”

“Non cercare di riconoscere in che stazione siamo, in che città stiamo entrando o cosa ti ricorda quest'atmosfera. Spegni il vello e segui me, altrimenti rischi di perderti da queste parti. Rischi di perderti il meglio, il nuovo. So che non è facile. Non lo è per niente. Sfortunatamente, Pare che gli esseri umani siano programmati per analizzare tutto sulla base dell'esperienza. Ogni cosa che vediamo o che incontriamo o che ci ospita la scomponiamo in concetti più piccoli, più facilmente analizzabili, in modo da poter riconoscere qualcosa di già visto. Qualcosa di noto che ci faccia sentire a nostro agio. Pensa poi alle volte che hai detto ehi, in questo posto ci sono già stato e non me ne ricordavo, che sensazione è quella? Te lo dico io, è sollievo, è dire: ok sono salvo, so dove sono. Il problema, il nostro limite, è che affrontiamo ogni istante in questo fottuto modo, con un occhio costantemente rivolto al passato. Quindi è perfettamente normale che tu stia cercando i tuoi punti cardinali nell'immenso atrio di questa stazione o nelle mie parole. Però è perfettamente sbagliato. È come quando un tizio che conosci ti racconta una vicenda che gli è capitata e ti dice ad esempio, ah sai sabato sono andato a una festa, ho bevuto troppo e a ritorno una volante mi ha fermato: multa per guida in stato d'ebbrezza! Tu lo ascolti, io lo ascolto, ma il pensiero va alle feste che ho vissuto, alle volte che ho guidato ubriaco e alle mie multe e quindi risponderò, ma tu pensa che storia interessante, sai mi è successa la stessa cosa proprio un mese fa... NO! No. No. No. Qui è il problema. Non è vero. Non mi è successa la stessa cosa, perché sono due eventi unici, mentre il nostro cervello ci vuol far credere il contrario. Tutta colpa dell'esperienza. O di chi ci ha programmato per essere macchine che non sanno apprezzare le novità, costrette a interpretare il nuovo solo sulla base del passato. E se passasse un drago sopra le nostre teste proprio adesso, per non impazzire diremmo che è solo una lucertola con le ali. Quando penso che la meraviglia non esiste più, mi viene voglia di tornare bambino e toccare tutto per la prima volta. Il pavimento, il divano, i giocattoli, le mani rugose di mia nonna, la carta del primo libro illustrato, il profumo del caffè, quello dei capelli appena lavati di mia sorella, quello del mare...”

“Adesso è arrabbiata con se stessa: non avrebbe dovuto affezionarsi a quell'appartamento. Non avrebbe dovuto distribuire i colori in ogni stanza. Il nero è più forte di tutti gli altri e li ha risucchiati. O forse il nero è il più debole di tutti e ha bisogno degli altri colori per sopravvivere. La materia oscura è in grado di deviare la luce.”

“Ma anche il cruccio di non sapermi essenzialmente buono si mitigò. Mi pareva di aver sciolto il problema angoscioso. Non si era né buoni né cattivi come non si era tante altre cose ancora. La bontà era la luce che a sprazzi e ad istanti illuminava l’oscuro animo umano. Occorreva la fiaccola bruciante per dare la luce (nell’animo mio c’era stata e prima o poi sarebbe sicuramente anche ritornata) e l’essere pensante a quella luce poteva scegliere la direzione per moversi poi nell’oscurità. Si poteva perciò manifestarsi buoni, tanto buoni, sempre buoni, e questo era l’importante. Quando la luce sarebbe ritornata non avrebbe sorpreso e non avrebbe abbacinato. Ci avrei soffiato su per spegnerla prima, visto ch’io non ne avevo bisogno. Perché io avrei saputo conservare il proposito, cioè la direzione.”

“Non è la luce. A mostrare, a scoprire, a far conoscere. La luce è l'eccezione. La distrazione. È solo il dettaglio. È il raggio che parte dalla torcia e disegna un tondo bianco sul muro. Lo guido con la mano, lo faccio ondeggiare e il mio gatto lo vede, lo vuole, lo insegue. Si meraviglia. Si batte, salta e lotta. Si umilia. Poi spengo la luce e lui è libero di sparire nel buio della stanza. Il mio gatto si salva nel buio.”

“Sono finiti i mesi delle vacanze liceali e degli spruzzi, dei lunghi pomeriggi e delle pigre ore del meriggio, sono ingabbiata in questa nuova villeggiatura, così corta da risultare fulminea, insufficiente. L’estate è diventata breve, al tramonto il lago è una tigre, la luce si spezza in strisce gialle e nere dove il sole sta cadendo mentre dall’altro lato si affaccia la notte. Quando porto i libri con me e sto seduta sulla spiaggia vicino al borgo antico, guardo il cielo dalla riva e vedo la luce sparire dalle case un poco alla volta, anche quando non ci sono nubi una foschia s’addensa e nasconde.”