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Viaggiare Quotes

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Viaggiare Quotes

“L’avevo fatto davvero, ero partita, e stavo finalmente assaporando il primo morso di quell’American Dream che avevo tanto sognato. E mentre dalla finestra della mia stanza al nono piano guardavo il mio primo tramonto californiano sciogliersi sullo skyline di Downtown, per la prima volta ho creduto davvero che tutto fosse possibile.”

“E chissà se ogni tanto anche tu - a casa, nella strada dove sei tornato, nella tua città -, chissà se anche tu senti, vagamente, una specie di tenue ombra sull'anima, chissà se la senti che ti accompagna e fa capolino di tanto in tanto. Come se fra i tuoi effetti personali si fosse introdotta la valigia di un altro passeggero, non del tutto diversa dalla tua, e come se fra te e le cose ci fosse un certo distacco, come se per un po' tu fossi ancora straniero qui, spaesato come eri laggiù. E a tratti guardi le scene, le strade e le persone di qui e le vedi da turista, e tutto quello che è ovvio, chiaro e normale, tutto quello che è familiare, domestico e noto, ti appare con una lucidità e un'intensità misteriose.”

“E adesso, vecchio barbagianni, questa fottuta frontiera ti mancherà," (…). Diavolo, pensai, non c’è nessuna ragione per rimpiangere la frontiera. In breve tempo capii. Mi mancava il sogno, la linea d'ombra da valicare, il senso del proibito. La mia prima spinta al viaggio non era nata proprio dall'esistenza della Frontiera?”

“Ad Algeri vedevo per la prima volta il Mediterraneo da vicino, potevo immergerci la mano, sentirne il contatto. Per trovarlo non occorreva informarsi: bastava continuare a seguire le via in discesa. Lo si intravedeva anche da lontano: era dappertutto, luccicava tra le case, spuntava in fondo alle vie che scendevano a rotta di collo verso il basso. In fondo si stendeva il quartiere del porto con la sua fila di semplici bar in legno, odorosi di pesce, vino e caffè. Ma le folate di vento portavano soprattutto il sentore acre del mare e il suo fresco alito ristoratore. Non avevo mai visto un luogo dove la natura fosse così benevola nei confronti dell'uomo. C'era tutto: il sole, il vento fresco, l'aria chiara, l'argento del mare. Avevo letto talmente tanto su di esso, che mi sembrava di conoscerlo. Nelle sue onde piatte c'era il bel tempo, la pace e l'invito a viaggiare, a conoscere . Veniva voglia di unirsi ai pescatori che salpavano da riva in quel momento.”

“E' divorando la vita che si diventa fotografi, viaggiando fino a trovare il proprio villaggio, la famiglia d'adozione, quella di cui si ha voglia di raccontare la storia. Non esitate a investire sugli altri, unitevi al genere umano. Diventate traghettatori, create ponti da una riva all'altra. Non c'è bisogno di andare lontano. La bellezza di una storia non dipende dai chilometri percorsi, ma dall'intensità dello scambio, del vissuto e da come, con gli occhi lucidi, si comunica dall'intimo più profondo. Se ci si esprime col cuore, si parla al cuore degli altri. Non è inseguendo il mai visto che si trova il proprio posto nella fotografia. E' semplicemente offrendo un altro sguardo fotografico, sensibile, sincero. Profondo.”

“Non siamo nati solo per mangiare, né per guadagnare denaro, né per starcene senza far nulla, né per lasciare eredi, né tantomeno per invecchiare. Non siamo invece venuti al mondo perché dentro di noi brucia la fiamma di una passione? Non siamo qui, adesso, per amare i nostri cari e creare tanti bei ricordi, e portarli con noi fino a quando moriremo, senza rimpianti?”

“Oggi, in questo mondo sovraffollato, non credo ci resti, per viaggiare davvero, altra direzione che l'Aurora. Non so perché ci ostiniamo a chiamarla Est. È un doppio inganno. Quel monosillabo assembla cose diversissime e incompatibili: il Centro Europa, i Balcani, l'impero russo, l'arcipelago dei mondi musulmani dalla Turchia in poi. E poi quella parola secca è un marchio, un timbro extracomunitario che respinge, notifica i nostri vuoti mentali, i nostri pregiudizi. È una sbarra che chiude la strada, non una porta che si apre su altri mondi. Per questo preferisco chiamarla Oriente.”

“Non so che cosa mi aspettassi. Forse di vedere il confine ultimo del mondo, come una specie di gigantesco dirupo sospeso nello spazio? Quello che di sicuro non mi aspettavo era di scoprire di essere una persona che viveva in una casa che da quassù non si distingue neanche, che camminava su una strada tra centinaia, migliaia, di altre strade. Quello che non mi aspettavo era di sentirmi così piccola.”

“Ancora una volta voglio dunque compiere questo viaggio, e anche ora so che non riuscirò ad andarci direttamente, che viaggio per me non può mai significare altro che digressione, l'eterno labirinto che il Viaggiatore si costruisce lasciandosi sedurre ogni volta da una deviazione e dalla deviazione della deviazione, dal mistero del nome sconosciuto sulla guida, dal profilo del castello in lontananza cui non porta quasi nessuna strada, da quello che potrebbe esserci da vedere dietro la prossima collina o montagna.”

“Certo che son belle le stazioni, non trovi? Soprattutto quelle di provincia, soprattutto quando il sole sta calando e i lampioni si sono già accesi anche se c'è luce nell'aria. Mi piacciono i binari che si perdono all'orizzonte, le poche persone che passeggiano sul marciapiede, che ondeggiano sulla linea gialla, che parlano poco, pochissimo per niente, perché hanno altro da fare. Aspettare. Aspettare. Aspettare.”

“Credo che per "entrare" nei luoghi il giornalista debba ascoltare la strada, cioè le voci deboli distanti dai riflettori dei media. Per farlo bene, deve accettare alcune regole di comportamento. Primo: sparire, mescolandosi alla gente se possibile fingendosi di non essere giornalista. Secondo: condividere, cioè dare qualcosa di suo - anche un semplice racconto - per trasformare l'intervista in un rapporto di scambio. Terzo: viaggiare lentamente per attraversare le periferie del mondo minore. Solo così saprà avvertire le mutazioni lunghe e non farsi sorprendere dai deragliamenti improvvisi della modernità. La vecchia bicicletta consente tutto questo. Essa è dunque uno straordinario strumento di reportage. Ti immerge nel contesto, ignorato da questo giornalismo cieco, fatto solo di primi piani. È anche una macchina dei pensieri, che offre al tuo scrivere il ritmo giusto dell'andare. È un mantra che rende il racconto più musicale, dunque ascoltabile.”

“«ll mio grande amore era di New York.» «Ho viaggiato per più di venti anni.» «Ci siamo persi perché era la cosa giusta da fare. Dicendo tanto la vita è lunga, il mondo è grande, per l'amore c'è sempre una buona occasione. C'è sempre tempo.» «Ho viaggiato perché non sapevo fare altro.» «Non è vero. Non c'è sempre tempo.» «Cosi facile andare via.» «Si è cosi facile, quando ti abitui a farlo.» «Quando ti abitui a salutare.» «La prima volta è stata dura, sai? La prima volta che ho detto "addio, le nostre strade si separano» «La prima volta è dura, ci si fa l'abitudine.»”

“Non cercare di riconoscere in che stazione siamo, in che città stiamo entrando o cosa ti ricorda quest'atmosfera. Spegni il vello e segui me, altrimenti rischi di perderti da queste parti. Rischi di perderti il meglio, il nuovo. So che non è facile. Non lo è per niente. Sfortunatamente, Pare che gli esseri umani siano programmati per analizzare tutto sulla base dell'esperienza. Ogni cosa che vediamo o che incontriamo o che ci ospita la scomponiamo in concetti più piccoli, più facilmente analizzabili, in modo da poter riconoscere qualcosa di già visto. Qualcosa di noto che ci faccia sentire a nostro agio. Pensa poi alle volte che hai detto ehi, in questo posto ci sono già stato e non me ne ricordavo, che sensazione è quella? Te lo dico io, è sollievo, è dire: ok sono salvo, so dove sono. Il problema, il nostro limite, è che affrontiamo ogni istante in questo fottuto modo, con un occhio costantemente rivolto al passato. Quindi è perfettamente normale che tu stia cercando i tuoi punti cardinali nell'immenso atrio di questa stazione o nelle mie parole. Però è perfettamente sbagliato. È come quando un tizio che conosci ti racconta una vicenda che gli è capitata e ti dice ad esempio, ah sai sabato sono andato a una festa, ho bevuto troppo e a ritorno una volante mi ha fermato: multa per guida in stato d'ebbrezza! Tu lo ascolti, io lo ascolto, ma il pensiero va alle feste che ho vissuto, alle volte che ho guidato ubriaco e alle mie multe e quindi risponderò, ma tu pensa che storia interessante, sai mi è successa la stessa cosa proprio un mese fa... NO! No. No. No. Qui è il problema. Non è vero. Non mi è successa la stessa cosa, perché sono due eventi unici, mentre il nostro cervello ci vuol far credere il contrario. Tutta colpa dell'esperienza. O di chi ci ha programmato per essere macchine che non sanno apprezzare le novità, costrette a interpretare il nuovo solo sulla base del passato. E se passasse un drago sopra le nostre teste proprio adesso, per non impazzire diremmo che è solo una lucertola con le ali. Quando penso che la meraviglia non esiste più, mi viene voglia di tornare bambino e toccare tutto per la prima volta. Il pavimento, il divano, i giocattoli, le mani rugose di mia nonna, la carta del primo libro illustrato, il profumo del caffè, quello dei capelli appena lavati di mia sorella, quello del mare...”

“[...] il difetto del turista consiste nella sua voglia eccessiva di sapere e scoprire tutto in pochi giorni. Molto spesso ho consigliato ai viaggiatori di pazientare e non avere fretta. Il bel viaggio non finisce, perché custodisce in sé la promessa di un nuovo inizio per quello seguente. È come i racconti di Shahrazad, che non finiscono mai, iniziano sempre. (p. 151)”

“Perché viaggiamo? Perché sentiamo il bisogno di avventura? Il bisogno di esplorare? Di essere ovunque ma non qui? C’è chi viaggia per scappare, chi cerca qualcosa – pace, libertà, felicità, bellezza, magia –, alcuni di noi viaggiano per perdersi, altri per trovare – o ri-trovare – se stessi. Ma forse, in fondo in fondo, viaggiamo tutti per vivere qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, qualcosa che non riusciamo a trovare nell’ordinarietà delle nostre vite a casa, per quanto straordinarie o meno esse siano.”