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Quote by Gift Gugu Mona

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Dear Son: An Imaginary Letter from a Loving Dad

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Gift Gugu Mona

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“Un modo per gestire una perdita era anche saper perdere. Molte volte non ce ne accorgiamo. Ci giriamo e rigiriamo nel letto. Perché la verità è che l'uomo non accetta di perdere mai. Non accetta di essere distante dalle cose. Non ama i binari. Come se il treno si reggesse da solo. Non ama lo spazio che divide. La distanza che c'è tra lui e le cose che non conosce, tra lui, le cose che conosce ma che non può possedere. L'uomo odia essere distante dal resto del mondo. Altrimenti non avrebbe accettato di fare un'escursione sulla luna. Per il semplice gusto di dire io ci sono arrivato" o "io ci sono andato vicino" Quel giorno sembrò durare una vita. Perché quando guardi in faccia tutto il dolore del mondo il tempo non basta, non passa.”

“Hai visto che bella libertà?” Lui ha capito. Io poi mi sono messo a pensare a questa faccenda delle righe del campo da tennis, che danno claustrofobia. Il giocatore costretto a mettere la pallina sempre dentro la riga, ma non solo dentro la riga, ma più vicino possibile alla riga, ma più vicino vai alla riga più corri il rischio di mettere la pallina fuori dalla riga, cosa che è veramente angosciante e ossessiva e claustrofobica. E le righe sono sempre quelle e io lo so che i giocatori la notte vanno a dormire, chiudono gli occhi e vedono le righe, lo so che vedono righe ovunque e stanno attentissimi quando camminano a non calpestare le righe tra i blocchi di pietra dei marciapiedi, o del parquet, o delle mattonelle, che è difficilissimo. E non possono mai stare fermi a guardarle quelle righe: vanno su, vanno giù, ma non si fermano in mezzo al campo a guardare intorno perché c’è l’arbitro che gli dice “tempo!”, cosa che è ossessiva, claustrofobica e un pochino malvagia, secondo me. Tutto questo a mio figlio grande non l’avevo detto, gli avevo solo detto quella cosa sulla libertà. Il resto avrebbe dovuto capirlo da solo: che differenza c’è tra noi e i tennisti? Poca roba. Noi abbiamo le righe che ci siamo disegnati da soli e fatichiamo a non tirare fuori troppe palline. Se vuoi uscire dalle maledettissime righe – e dio solo sa se ci ho provato – arriva l’arbitro e fischia il fallo e ti porta dritto in galera. Poi ci sono quelli che dicono che quando ci si accorge che le righe sono troppo strette bisogna mettersi d’accordo tutti per spostarle. Oppure ci sono quelli che dicono che è inutile spostarle: è il concetto stesso di riga a essere sbagliato. E allora via, togliamo le righe. Ma io mi chiedo – e non è che io sia stato tanto a rispettarle quelle righe lì – una volta tolte, come si fa a giocare? Insomma io a mio figlio grande gliele direi queste cose, visto che è chiaro che passa giornate intere a discutere di quelle maledette righe coi suoi compagni dell’università: spostarle, cancellarle o che ne so io.”

“Ma anche il cruccio di non sapermi essenzialmente buono si mitigò. Mi pareva di aver sciolto il problema angoscioso. Non si era né buoni né cattivi come non si era tante altre cose ancora. La bontà era la luce che a sprazzi e ad istanti illuminava l’oscuro animo umano. Occorreva la fiaccola bruciante per dare la luce (nell’animo mio c’era stata e prima o poi sarebbe sicuramente anche ritornata) e l’essere pensante a quella luce poteva scegliere la direzione per moversi poi nell’oscurità. Si poteva perciò manifestarsi buoni, tanto buoni, sempre buoni, e questo era l’importante. Quando la luce sarebbe ritornata non avrebbe sorpreso e non avrebbe abbacinato. Ci avrei soffiato su per spegnerla prima, visto ch’io non ne avevo bisogno. Perché io avrei saputo conservare il proposito, cioè la direzione.”

“Il pianto offusca le proprie colpe e permette di accusare, senz’obbiezioni, il destino. Piangevo perchè perdevo il padre per cui ero sempre vissuto. Non importava che gli avessi tenuto poca compagnia. I miei sforzi per diventare migliore non erano stati fatti per dare una soddisfazione a lui? Il successo cui anelavo doveva bensì essere anche il mio vanto verso di lui, che di me aveva sempre dubitato, ma anche la sua consolazione. Ed ora invece egli non poteva più aspettarmi e se ne andava convinto della mia insanabile debolezza. Le mie lacrime erano amarissime.”