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Quote by Rossana Soldano

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Come anima mai

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Rossana Soldano

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“Pensai: ci innamoriamo di persone che sembrano vere ma non esistono, sono una nostra invenzione; questa donna così ferma, dalle frasi così scandite, questa donna senza timidezze, sferzante, non la conosco, non è Nadia. Una cosa è la persona amata, altra cosa è la persona reale che finché l'amiamo non vediamo mai davvero. Quanto tempo, mi dissi, sprechiamo nei rapporti amorosi. In questi anni ho felicemente inventato una persona. Sono entrato con grande godimento nel corpo di un mio acquerello dai colori leggeri, e ho nell'altra stanza una figlia vera di un anno che è stata partorita da una mia finzione.”

“Dovunque arrivasse, in questa congiuntura, l’influsso dell’indefinibile sul contegno di Isabel, non si trattava certo del pensiero, anche se non formulato, di una sua unione con Caspar Goodwood; poiché, se aveva potuto opporre resistenza ad esser conquistata dalle grandi mani tranquille del suo corteggiatore inglese, era per lo meno altrettanto lontana dall’esser disposta a permettere al giovane di Boston di prendere esplicito possesso di lei. Dopo aver letto la sua lettera, il sentimento nel quale cercava rifugio era quello di considerare criticamente questo suo esser venuto all’estero; poiché parte dell’ascendente che egli aveva su di lei stava nel fatto che sembrava privarla del suo senso della libertà. C’era un impeto di sgradevole intensità, quasi una crudeltà fisica, in quel suo modo di ergerlesi di fronte. A volte era stata perseguitata dall’idea, dal pericolo, della sua disapprovazione e si era domandata - riguardo che mai per nessun altro aveva avuto in egual misura - se a lui sarebbe piaciuto ciò che lei faceva. La difficoltà stava nel fatto che, più di ogni altro uomo che avesse mai conosciuto, più del povero Lord Warburton (aveva cominciato ormai ad elargire a Sua Grazia il beneficio di questo epiteto) Caspar Goodwood adoperava con lei una energia - ed ella l’aveva già sentita come una forza - che era propria della sua vera natura. Non era per niente questione delle sue qualità; era questione dello spirito che stazionava nella chiara fiamma dei suoi occhi, come una persona che non si stancasse mai di guardar dalla finestra. Le piacesse o no, egli insisteva, sempre, con tutto il suo peso, con tutta la sua forza: anche nei rapporti più comuni con lui, bisognava tener conto di questo. L’idea di una limitazione della libertà era per lei particolarmente sgradevole, ora che aveva appena dato una sorta di risalto alla sua indipendenza guardando senza batter ciglio la grossa esca offertale da Lord Warburton, e riuscendo tuttavia a distoglierne lo sguardo. A volte era sembrato che Caspar Goodwood si schierasse dalla parte del destino di lei, che fosse il fatto più ostinato che ella avesse conosciuto; in tali momenti diceva a se stessa che poteva sfuggirgli per un po’, ma che alla fine doveva venir con lui a patti, e sarebbero stati senza dubbio patti a lui favorevoli. Il suo impulso era stato di valersi delle cose che potessero aiutarla a opporre resistenza a questa costrizione; e quest’impulso aveva avuto gran parte nel suo caloroso assenso all’invito della zia, giuntole in un momento in cui si attendeva di giorno in giorno di vedersi di fronte il signor Goodwood, e in un momento in cui era lieta di avere una risposta pronta per una cosa che lui, ne era certa, le avrebbe detto.”

“Isabel s’illudeva di credere che Ralph avesse parlato per astio. Per lei era tanto più facile credere così in quanto, come ho detto, aveva ora poca emozione libera e disponibile per i minori bisogni, e accettava come un caso, in effetti proprio come un ornamento, della sua sorte, l’idea che preferire Gilbert Osmond così come lei aveva fatto voleva dire di necessità rompere tutti gli altri legami. Di questa preferenza gustava le dolcezze, e attraverso queste giungeva con un terrore quasi sacro ad acquistar coscienza dell’onda malefica e priva di rimorsi dell’essere affascinati e posseduti, grande quanto l’onore tradizionale e il supposto stato di grazia dell’essere innamorati. Era la parte tragica della felicità; il proprio bene è sempre stato fatto del male degli altri.”

“- Qualunque cosa debba essere, - ella concluse chiaramente, -non è avvenuta ancora. Egli scosse la testa, arreso del tutto ormai. - Non è avvenuta ancora. Soltanto, sappiatelo, non è qualche cosa ch'io debba fare, compiere nel mondo, e che mi darà reputazione e onori. Non sono asino sino a questo punto. Sarebbe molto meglio, senza dubbio, se lo fossi. - Sarà qualche cosa che dovrete soltanto subire? - Ebbene, diciamo attendere, una cosa che devo incontrare, affrontare, veder esplodere all'improvviso nella mia vita; distruggendo probabilmente ogni ulteriore coscienza, e probabilmente annientandomi; che d'altra parte, potrà alterare ogni cosa, colpendo alla radice tutto il mio mondo e abbandonandomi alle conseguenze, quali esse siano. Ella lo ascoltò con attenzione, ma la luce nei suoi occhi continuava per lui a non essere quella della beffa. - Quanto descrivete non è forse soltanto l'attesa, o in ogni modo il senso del pericolo, ben noto a tanta gente, di innamorarsi?”

“Così lei aveva visto mentre egli non vedeva, e così lei continuava ancora a ribadire la verità. Verità, vivida e mostruosa; la sua lunga attesa: quella era stata la sua sorte. La compagna della sua vigilia aveva a un certo momento capito, gli aveva offerto la possibilità di eludere la sorte. La propria sorte, però, non si elude mai, e il giorno in cui gli aveva detto che la sua si era compiuta, l'aveva soltanto veduto fissare stupidamente la scappatoia che gli offriva. La scappatoia sarebbe stata amare lei; allora, allora sì egli avrebbe vissuto. Ella aveva vissuto - chi avrebbe ora potuto dire con quale passione? - giacché l'aveva amato per se stesso; mentre egli non aveva mai pensato a lei (ah, con quale evidenza la verità fiammeggiava davanti ai suoi occhi, ora!) se non nel gelo del suo egoismo e al lume di utilità pratica in cui egli la vedeva. Le parole di May tornavano a lui; la catena si allungava all'infinito. La Belva era stata in agguato davvero, e la Belva, al momento giusto, era balzata; era balzata nel crepuscolo di quel freddo aprile quando, pallida, consunta, ma bella, e forse ancora in grado di guarire, si era alzata dalla sua sedia per rizzarsi in piedi davanti a lui e lasciarlo immaginosamente indovinare. Era balzata, la Belva, quando egli non aveva saputo capire; era balzata mentre ella si allontanava disperata da lui, e il marchio, quando oramai egli l'aveva lasciata, era caduto dove doveva cadere. Egli aveva giustificato il suo presentimento e compiuto il suo fato; era fallito, con assoluta esattezza, in tutto quello in cui doveva fallire; e un gemito gli salì ora alle labbra nel ricordare come May aveva supplicato di non voler mai sapere. Quell'orrore del risveglio -quella era la conoscenza, e sotto quel fiato le stesse lacrime sembrarono gelarsi. Attraverso le lacrime, nondimeno, egli cercava di fissarla e trattenerla: la teneva lì davanti a sé così da sentirne tutto il dolore. Almeno questo, in ritardo e con amarezza, aveva un poco il sapore della vita. Ma l'amarezza improvvisamente lo nauseò, e fu come se, orribilmente, avesse veduto, nella verità, nella crudeltà della raffigurazione, ciò che era stato scritto e compiuto. Vide la Giungla della sua vita, e vide la Belva in agguato; poi, mentre guardava, la senti in un fremito dell'aria ergersi, enorme e laida, per il balzo che doveva finirlo.”