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Quote by Delacourt Gregoire

“Ero fatta, o almeno credo, per le parole, i libri, le note musicali e la danza - le cose impalpabili che nutrono l’esistenza, tracciano prospettive nuove, disegnano altre proporzioni -, ero fatta per tutte le cose che abbattono i muri e amplificano le nostre vite. “Danzando sull’orlo dell’abisso”

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Delacourt Gregoire

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“The 6 feminine elements in a man are: His human mother. This is the actual woman who was his mother, she with all her idiosyncrasies, individual characteristics, and uniqueness. His mother complex. This resided entirely inside the man himself. This is his regressive capacity which would like to return to a dependency on his mother and be a child a gain. This is a man's wish to fail, his defeatist capacity, his subterranean fascination with death or accident, his demand to be take care of. This is pure poison in a man's psychology. His mother archetype. If the mother complex is pure poison, the mother archetype is pure gold. It is the feminine half of God, the cornucopia of the universe, mother nature, the bounty which is freely poured out to us without fail. We could not live for one minute without the bounty of the mother archetype. It is always reliable, nourishing, sustaining. His fair maiden. This is the feminine component in every man's psychic structure and is the fair damsel. It's is Blanche Fleur, one's lady fair, Dulcinea in Don Quixote, Beatrice to Dante in the Comedia Divina. It is she who gives meaning and color to one's life. Dr. Jung named this quality anima, she who animates and brings life. His wife or partner. This is the flesh and blood companion who share his life journey and is a human companion. Sophia. This is the Goddess of Wisdom, the feminine half of God, the Shekinah in Jewish mysticism. It comes as a shock to a man to discover that Wisdom is feminine, but all mythologies have portrayed it so. 49-50”

“L'amore, l'amore è eterno. Mi sembra che solo l'amore e l'autunno siano reali, tutto il resto è un miraggio. Non desidero nulla, né piango per nulla. Attraverserò i confini, le città, i villaggi, le acque e i boschi, e non mi rimarrà più nulla tranne la polvere sui piedi, il silenzio nel cuore e un lieve sorriso sulle labbra, assurdo e caldo. I frantumi della mia anima, i brandelli della mia vita strappata giacciono sparsi ovunque.”

“Perché non per astratto ragionamento, ma per un’esperienza che brucia attraverso tutta la mia vita, per una adesione innata, irrevocabile, del più profondo essere, io credo, Tullio, alla poesia. E vivo della poesia come le vene vivono del sangue. Io so che cosa vuol dire raccogliere negli occhi tutta l’anima e bere con quelli l’anima delle cose e le povere cose, torturate nel loro gigantesco silenzio, sentire mute sorelle al nostro dolore. Perché per me Dio è e non può essere altro che un Infinito, il quale, per essere perennemente vivo e quindi più Infinito, si concreta incessantemente entro forme determinate che ad ogni attimo si spezzano per l’urgere del fluire divino e ad ogni attimo si riplasmano per esprimere e concretare quella Vita che, inespressa, si annienterebbe. Ora Lei vede che un Dio così non si può né chiamare né pregare né porre lungi da noi per adorarLo; Lo si può soltanto vivere nel profondo, poi che è Lui l’occhio che ci fa vedere, la voce che ci fa cantare, l’amore, ed il dolore che ci fa insonni. E questa nostra vita irrimediabile, questo nostro cammino fatale, in cui ad ogni istante noi realizziamo, noi creiamo, per così dire, Dio nel nostro cuore, altro non può essere che l’attesa del gran giorno in cui l’involucro si spezzerà e la scintilla divina balzerà nuovamente in seno alla grande Fiamma. Ora, di questo Dio che non si lascia staccare dalla vita, dove possiamo avere più immediato il senso che nei momenti in cui più la lotta si acuisce tra lo spirito e le forme che inceppano il suo fluire? E non è la poesia uno di questi momenti? L’estasiata gioia del sogno non si sconta forse nel bisogno e nella fatica di gettare quel sogno in parole? e un po’ dell’assolutezza divina non riluce forse nell’atto di quella fatica? Io credo che il nostro compito, mentre attendiamo di tornare a Dio, sia proprio questo: di scoprire quanto più possiamo Dio in questa vita, di crearLo, di farLo balzare lucendo dall’urto delle nostre anime con le cose (poesia e dolore), dal contatto delle nostre anime fra di loro (carità e fraternità). Per questo, Tullio, a me è sacra la poesia; per questo mi sono sacre le rinunce che mi hanno tolto tanta parte della giovinezza, per questo mi sono sacre le anime ch’io sento, di là dalla veste terrena, in comunione con la mia anima.”