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Luigi Pirandello

Luigi Pirandello Books

Dramatist

Henry IV

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L'umorismo

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Three plays

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Related Quotes

“Tutta la vita è schiacciata dal peso delle parole! Il peso dei morti - Eccomi qua: potete credere sul serio che Enrico IV sia ancora vivo! Eppure, ecco, parlo e comando a voi vivi. Vi voglio così! - Vi sembra una burla anche questa, che seguitano a farla i morti la vita? - Sì, qua è una burla: ma uscite di qua, nel mondo vivo. Spunta il giorno. Il tempo è davanti a voi. Un'alba. Questo giorno che ci sta davanti - voi dite - lo faremo noi! - Sì? Voi? E salutatemi tutte le tradizioni! Salutatemi tutti i costumi! Mettetvi a parlare! Ripetete tutte le parole che si sono sempre dette! Credete di vivere? Rimasticate la vita dei morti!”

“Whoever understands the game of life can no longer fool himself, but if you cannot fool yourself, you can no longer derive any pleasure or enjoyment from life. And so it goes, my work is full of compassion, bitter compassion for all those who fool themselves. But this compassion cannot help but be followed by ferocious derision of a destiny that condemns man to deception. And this succinctly is the reason for the bitterness of my art, and also my life.”

“Fate, fortune, chance: all snares of life. You want to be, eh? There’s this catch: in abstract, you cannot just be. The being must be trapped in a form, and for some time it has to stay in it, here or there, this way or that. And everything, as long as it lasts, bears the penalty of its form, the penalty of being this way and no longer being able to be otherwise.”

“The idea that others saw in me one that was not the I whom I knew, one whom they alone could know, as they looked at me from without, with eyes that were not my own, eyes that conferred upon me an aspect destined to remain always foreign to me, although it was one that was in me, one that was my own to them (a "mine," that is to say, that was not for me!)—a life into which, although it was my own, I had no power to penetrate—this idea gave me no rest.”

“Solitude is never where you are; it is always where you are not, and is only possible with a stranger present; whatever the place or whoever the person, it must be one that is wholly ignorant concerning you, and concerning which or whom you are equally ignorant, so that will and sensation remain suspended and confused in an anxious uncertainty, while with the ceasing of all affirmation on your part, your own inner consciousness ceases at the same time. True solitude is to be found in a place that lives a life of its own, but which for you holds no familiar footprint, speaks in no known voice, and where accordingly the stranger is yourself.”

“A quanti uomini, presi nel gorgo d'una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c'è, sopra il soffitto, il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. [...] Contemplandole, s'inabissa la nostra inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazii, e non può non sembrarci misera e vana ogni ragione di tormento. Ma bisognerebbe avere in sé, nel momento della passione, la possibilità di pensare alle stelle.”

“One gives way to the temptation, only to rise from it again, afterwards, with a great eagerness to reestablish one's dignity, as if it were a tombstone to place on the grave of one's shame, and a monument to hide and sign the memory of our weaknesses. Everybody's in the same case. Some folks haven't the courage to say certain things, that's all! THE STEP-DAUGHTER: All appear to have the courage to do them though.”

“In the sense, that is, that the author who created us alive no longer wished, or was no longer able, materially to put us into a work of art. And this was a real crime, sir; because he who has had the luck to be born a character can laugh even at death. He cannot die. The man, the writer, the instrument of the creation will die, but his creation does not die. And to live for ever, it does not need to have extraordinary gifts or to be able to work wonders.”

“Plus de nom. Aujourd'hui, plus aucun souvenir du nom d'hier ; ni demain, de celui d'aujourd'hui, puisque le nom détermine la chose ; puisque un nom est, en nous, le concept de toute chose placée hors de nous. Sans appellation, toute conception devient impossible, et la chose demeure en nous, comme aveugle, imprécise et confuse ; ce nom que j'ai porté parmi les hommes que chacun le grave, épigraphe funéraire, sur l'image qu'il garde de moi, et qu'il la laisse en paix, à jamais. Un nom n'est qu'une épigraphe funéraire, il convient aux morts. À qui a conclu. Je suis vivant, et je ne conclus pas. La vie ne conclut pas. Et elle ignore les noms.”

“Le anime hanno un loro particolar modo d'intendersi, d'entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali. Han bisogni lor proprii e le loro proprie aspirazioni le anime, di cui il corpo non si dà per inteso, quando veda l'impossibilità di soddisfarli e di tradurle in atto. E ogni qualvolta due che comunichino fra loro così, con le anime soltanto, si trovano soli in qualche luogo, provano un turbamento angoscioso e quasi una repulsione violenta d'ogni minimo contatto materiale, una sofferenza che li allontana, e che cessa subito, non appena un terzo intervenga. Allora, passata l'angoscia, le due anime sollevate si ricercano e tornano a sorridersi da lontano.”

“ولكن ألا ترين أن علةالبلاء فى الكلام ، كل واحد منا لديه عالم كامل فى نفسه ، و كل واحد منا له عالمه الخاص ! فكيف يفهم بعضنا بعضا أيها السادة إذا كنت أضع فى كلماتى التى أقولها معانى و قيم الأشياء كما أفهمها فى عالمى أنا ، بينما يفترض من يستمع إلى إن كلماتى لها المعانى و القيم الخاصة بعالمه هو ، نحن نظن أننا سوف نتقابل ، و الواقع أننا لن نتقابل أبدا !”

“The taste of life, the taste for life. That is never satisfied. That never can be satisfied, because life even as we are in the very act of living it, is so ravenously hungering after itself, that it never lets itself be fully tasted. The taste for life comes to us from the past, from the memories that hold us bound, but bound to what? To this folly of ours? To this mass of vexations? To so many stupid illusions? To so many insipid occupations?”

“Ogni oggetto in noi suol trasformarsi secondo le immagini ch’esso evoca e aggruppa, per così dire, attorno a sé. Certo un oggetto può piacere anche per se stesso, per la diversità delle sensazioni gradevoli che ci suscita in una percezione armoniosa; ma ben più spesso il piacere che un oggetto ci procura non si trova nell’oggetto per sé medesimo. La fantasia lo abbellisce cingendolo e quasi irraggiandolo d’immagini care. Né noi lo percepiamo più qual esso è, ma così, quasi animato dalle immagini che suscita in noi o che le nostre abitudini vi associano. Nell’oggetto, insomma, noi amiamo quel che vi mettiamo di noi, l’accordo, l’armonia che stabiliamo tra esso e noi, l’anima che esso acquista per noi soltanto e che è formata dai nostri ricordi.”

“Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna... C'era la Luna! La Luna! E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore.”

“Mah! C'è chi comprende e chi non comprende caro signore. Sta molto peggio chi comprende, perchè alla fine si trova senza energie e senza volontà. Chi comprende, infatti, dice: . Benissimo! Ma a un certo punto ci si accorge che la vita è tutta una bestialità, e allora dica un pò cosa significa il non averne commesso nessuna: significa per lo meno non aver vissuto, caro signore.”

“Perché la vita, per tutte le sfacciate assurdità, piccole e grandi, di cui beatamente è piena, ha l'inestimabile privilegio di poter fare a meno di quella stupidissima verosimiglianza, a cui l'arte crede suo dovere obbedire. Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono vere. All'opposto di quelle dell'arte che, per parer vere, hanno bisogno d'esseri verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità. Un caso della vita può essere assurdo; un'opera d'arte, se è opera d'arte, no. Ne segue che tacciare d'assurdità e d'inverosimiglianza, in nome della vita, un'opera d'arte è balordaggine. In nome dell'arte, sì; in nome della vita, no.”

“Ma volendo parlare così astrattamente come codesti critici fanno, non è forse vero che mai l'uomo tanto appassionatamente ragiona o (sragiona, che è lo stesso), come quando soffre, perchè appunto delle sue sofferenze vuol veder la radice, e chi gli e le ha date, e se e quanto sia stato giusto il dargliele; mentre quando gode, si piglia il godimento e non ragiona, come se il godere fosse suo diritto? Dovere delle bestie è il soffrire senza ragionare. Chi soffre e ragiona (appunto perchè soffre), per quei signori critici non è umano; perchè pare che, chi soffra, debba esser soltanto bestia, e che soltanto qundo sei bestia, sia per essi umano. Ma di recente ho pur trovato un critico, a cui son molto grato. A proposito della mia disumana e, pare, inguaribile, "cerebralità" e paradossale inverosimiglianza delle mie favole e dei miei personaggi, egli ha domandato a quegli altri critici donde attingevano il criterio per giudicare siffattamente il mondo della mia arte. "Dalla cosidetta vita normale" ha domandato. "Ma cos'è questa se non un sistema di rapporti, che noi scegliamo nel caos degli eventi quotidiani e che arbitrariamente qualifichiamo normale?" Per concludere che "non si può giudicare il mondo di un artista con un criterio di giudizio attinto altrove che da questo mondo medesimo".”

“Ma se il valore e il senso universalmente umano di certe mie favole e di certi miei personaggi, nel contrasto, com'egli dice, tra realtà e illusione, tra volto individuale e immagine sociale di esso, consistesse innanzi tutto nel senso e nel valore da dare a quel primo contrasto, il quale, per una beffa costante della vita, ci si scopre sempre inconsistente, in quanto che, necessariamente purtroppo, ogni realtà d'oggi è destinata a scoprircisi illusione domani, ma illusione necessaria, se purtroppo fuori di essa non c'è per noi altra realtà? Se consistesse appunto in questo, che un uomo o una donna, messi da altri o da se stessi in una penosa situazione, socialmente anormale, assurda per quanto si voglia, vi durano, la sopportano, la rappresentano davanti agli altri, finchè non la vedono, sia pure per la loro cecità o incredibile buonafede; perchè appena la vedono come a uno specchio che sia posto loro davanti, non la sopportano più, ne provan tutto l'orrore e la infrangono o se non possono infrangerla, se ne senton morire? Se consistesse appunto in questo, che una situazione socialmente anormale, si accetta, anche vedendola a uno specchio, che in questo caso ci para davanti la nostra stessa illusione; e allora la si rappresenta, soffrendone tutto il martirio, finchè la rappresentazione di essa sia possibile dentro la maschera soffocante che da noi stessi ci siamo imposta o che da altri o da una crudele necessità ci sia stata imposta, cioè fintanto che sotto questa maschera un sentimento nostro, troppo vivo, non sia ferito così addentro, che la ribellione alla fine prorompa e quella maschera si stracci e si calpesti? "Allora, di colpo" dice il critico "un fiotto d'umanità invade questi personaggi, le marionette divengono improvvisamente creature di carne e di sangue, e parole che bruciano l'anima e straziano il cuore escono dalle loro labbra." E sfido! Hanno scoperto il loro nudo individuale sotto quella maschera, che li rendeva marionette di se stessi, o in mano agli altri; che li faceva in prima apparir duri, legnosi, angolosi, senza finitezza e senza delicatezza, complicati e strapiombanti, come ogni cosa combinata e messa sù non liberamente ma per necessità, in una situazione anormale, inverosimile, paradossale, tale insomma che essi alla fine non han potuto più sopportarla e l'hanno rotta. L'arruffio, se c'è, dunque è voluto; il macchinismo, se c'è, dunque è voluto; ma non da me: bensì dalla favola stessa, dagli stessi personaggi; e si scopre subito, difatti: spesso è concentrato apposta e messo sotto gli occhi nell'atto stesso di concentrarlo e di combinarlo: è la maschera per una rappresentazione; il giuoco delle parti; quello che vorremmo e dovremmo essere; quello che agli altri pare che siamo; mentre quel che siamo, non lo sappiamo, fino a un certo punto, neanche noi stessi; la goffa, incerta metafora di noi; la costruzione, spesso arzigogolata, che facciamo di noi, o che gli altri fanno di noi: dunque, davvero un macchinismo, si, in cui ciascuno volutamente, ripeto, è la marionetta di se stesso; e poi, alla fine, il calcio che manda all'aria tutta la baracca. Credo che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia se, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto apparir come difetti reali, quelli ch'eran voluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggi stessi ham messo su di sè e della loro vita, o che altri ha messo sù per loro: i difetti insomma della maschera finchè non si scopre nuda.”

“Ho letto testé in un libro che i pensieri e i desiderii nostri s’incorporano in un essenza plastica, nel mondo invisibile che ne circonda, e tosto vi si modellano in forma di essere viventi, la cui apparenza corrisponde all’intima loro natura. E questi esseri, non appena formati, non sono più sotto il dominio di chi li ha generati, ma godono d’una lor propria vita, la cui durata dipende dall’intensità del pensiero o del desiderio generatore. Per fortuna, i pensieri della maggior parte egli uomini son così vaghi e indeterminati, che gli esseri che ne risultano han labilissima vita e momentanea: bolle di sapone. Ma un pensiero che spesso si riproduca o un desiderio vivo e costante formano un essere che può vivere anche parecchi giorni. E poiché naturalmente i nostri pensieri e i nostri desiderii spessissimo son per noi stessi, avviene che attorno a noi dimorino tanti di questi esseri, che tendono a provocar di continuo la ripetizione dell’idea, del desiderio ch’essi rappresentano, per attinger forza e accrescimento di vita. Chi dunque insista e batta costantemente su un desiderio, viene a crearsi come un camerata invisibile, legato a lui dal proprio pensiero, quasi un cagnolino incatenato, senz’obbligo di museruola ed esente da tasca. Questo camerata, però, potrà anche essere un canaccio che morde, un vile mastino; e allora son guai! Ma dipende da noi.”

“Credi che non sorgano impeti di sentimenti anche in me? Ma io non li lascio scatenare; io li afferro, li domo; li inchiodo. Hai visto le belve e il domatore nei serragli? Ma non credere: io, che pure sono il domatore, poi rido di me perché mi vedo come tale in questa parte che mi sono imposta verso i miei sentimenti; e ti giuro che qualche volta mi verrebbe voglia di farmi sbranare da una di queste belve...”

“This sense we have of life is like a lantern, which each of us carries within himself. Now, this lantern, with its faint light, reveals to us that we are lost, astray on the face of the earth. Showing us the good and the evil on every hand. Why not? Out lanterns cast about us a greater or lesser area of light, beyond which all is blank darkness. Now, this fearful gloom would not exist were our lanterns not there to make us conscious of it, though, we must believe it is a real darkness, so long as our lights are aglow within us. Well now, imagine that our lamps are blown out. This fictitious darkness will engulf us entirely, will it not? After our cloudy day of illusion, perpetual night. But is it really perpetual night, or is it really that we have fallen into the arms of essence, which has broken down the insubstantial form of our reason?”

“I hate symbolic art in which the presentation loses all spontaneous movement in order to become a machine, an allegory -- a vain and misconceived effort because the very fact of giving an allegorical sense to a presentation clearly shows that we have to do with a fable which by itself has no truth either fantastic or direct; it was made for the demonstration of some moral truth.”