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Michela Murgia Quotes

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Famous Michela Murgia Quotes

“Siamo pien3 di frasi fatte sulle emozioni. La paura che attanaglia. L'odio che acceca. La gelosia che arma la mano. La nostalgia che assale a tradimento. Pensare ai moti d'animo come realtà astratte ci fornisce un ottimo alibi per non sentirci responsabili dei nostri stessi sentimenti. Se essi si trovano da qualche parte là fuori, quando ci investono noi non ne abbiamo colpa, sono simili a eventi atmosferici e le loro conseguenze sfuggono al nostro controllo. Ma è falso. La paura non esiste senza qualcosa da temere e qualcuno che la tema. L'odio non aleggia sopra di noi come una nube nera pronta a pioverci addosso: per vederlo, occorre qualcuno che lo provi. La nostalgia non si dà senza qualcosa che ti manca e senza il tuo ricordo a misurarne l'assenza. L'idea che l'amore sia il frutto del capriccio invisibile di un Cupido cieco è un'immagine fatalista e immatura: esclude che amare sia una scelta, perché descrive l'essere umano come una creatura travolta da una forza misteriosa contro cui non può niente.”

“Pagani e giudei potevano avere idee diverse su Dio, ma sulla donna avevano di sicuro la stessa. Il problema non era il fatto che Dio fosse «solo uno», ma chi dovesse essere il suo corrispettivo sociale, cioè l'uno che nella società aveva il potere di occupare la casella di Dio con la sua faccia. Se qualche categoria doveva essere esclusa, era più logico fosse una sottomessa, impossibilitata a opporsi al suo annichilimento. Sia nel mondo giudaico di partenza sia in quello greco-romano di arrivo c'erano persone - donne e bambini, schiavi, poveri e stranieri - che erano meno persone di altre, o non lo erano affatto, e a stabilirne la dignità erano gli uomini, cittadini, i patriarchi e i ricchi padroni. Per chi era già alI'apice della scala sociale, la svolta storica del cristianesimo di Stato fu una manna dal cielo: disegnare Dio a propria immagine fu il modo in cui le classi privilegiate riuscirono a rendere letteralmente sacrosanto il dislivello dei diritti che c'era da prima.”

“La speranza senza la fede non definisce i credenti, ma gli ottimisti. L'ottimismo, inteso come l'aspettarsi il successo delle proprie imprese, è un sentimento per cui ho sempre provato rispetto, perché migliora la qualità percepita dell'esistenza, almeno finché non interviene la statistica a smentirlo; ma la speranza vissuta nella fede non è la semplice fiducia nel fatto che le cose che facciamo andranno a buon fine. È piuttosto la certezza che fare determinate cose abbia un senso a prescindere dal modo in cui andranno a finire. Dall'altra parte, la fede senza speranza è di certo meno ingenua del puro ottimismo, ma ha la faccia rinsecchita del tradizionalismo, si presenta cioè come una gravosa manutenzione di abitudini durate a lungo.”

“Adesso al check-in, alla domanda "corridoio o finestrino?", rispondo "ovunque, purché non sia vicino a un bambini" e la hostess di terra, vittima anch'ella dietro il suo sorriso, mi guarda con comprensione. Entrambe siamo consapevoli che non c'è alcuna possibilità che una creatura di tre anni non rompa i coglioni a nessuno per la durata di un volo di nove ore e ogni mammina che imbarca un pargolo questo lo sa benissimo. È lei a mettere in conto che, in nome della presunta tenerezza che dovrebbe ispirare il suo bambino, le persone che incontrerà sopporteranno senza lamentarsi una quota di molestie che non hanno scelto. Questo tipo di mammina si incazza quando l'attesa tolleranza non si manifesta e cerca di ribaltare il piano delle cose. Diventa giudicante. Stizzita dice: "Ma è un bambini", come fosse il suo lasciapassare per imporlo al mondo. Lo vedo anch'io che è un bambino, dannata mammina, ma è proprio la ragione per cui non dovrebbe essere qui, tra adulti che non hanno e non vogliono bambini o che li hanno responsabilmente affidati ad altre persone pagate per subirli, invece che pretendere che i presenti di un intero ristorante, di un aereo o di uno scompartimento si imprivvisino gratis puericultrici, nonni e babysitter del tuo pargolo irrequieto.”

“Secondo te mi sento così inutile perché non ho figli da guardar crescere?" mi ha chiesto mentre facevamo i piatti. "Ma come non ne hai, hai sposato un bambinone che non se ne andrà mai di casa, non patirai neanche la sindrome del nido vuoto." Con le mani nella schiuma del lavello abbiamo riso, ma eravamo un dittico strano e pietoso, lei giovane già coi rimpianti e io vecchia con ancora delle pretese.”

“La vecchiaia femminile nella fiabe è un posto dove nessuna vuole andare. In questo tipo di racconto le donne più anziane, che hanno perso la freschezza di un tempo, sono spesso crudeli e invidiose verso le fanciulle, ancora avvenenti in un mondo dove attirare lo sguardo degli uomini è la massima ambizione per ogni creatura di sesso femminile. La vecchiaia delle donne non è saggia né desiderabile, ma rancorosa e sulla difensiva di fronte alla gioventù altrui. La hellezza e la gioventù vanno in parallelo: la protagonista è sempre incantevole, le donne che la odiano sono brutte e la detestano per questo. La leggenda nera delle donne che sarebbero le peggiori nemiche delle donne si fonda su questi due assunti, ma in realtà ci dice pochissimo delle donne e moltissimo degli uomini che cosí le hanno concepite. Gli autori della fiaba erano infatti maschi e, poiché sono loro a volere per sé belle fanciulle, suppongono che anche le donne non desiderino che soddisfare tale desiderio.”

“Quando leggiamo Cenerentola (e tutte le altre) è utile ricordare che non stiamo guardando le donne come sono, ma come gli uomini di cultura patriarcale le hanno immaginate e forse, in fondo, ancora le immaginano. Le donne di queste fiabe consumano le proprie vite senza orizzonte: lo scenario in cui si muovono è spesso rappresentato dalle quattro mura di un'abitazione. Non le vedremo mai vivere avventure, compiere missioni all'esterno, avere grandi aspirazioni o mirare a compiti sociali: il loro scopo è uscire dalla casa del padre per ri-accasarsi in quella del marito. Se sono sfortunate svolgono le faccende domestiche, se invece sono fortunate sposano un uomo che possa far sgobbare qualcun'altra al posto loro.”

“«Come fai a tenere insieme la tua fede cattolica e il tuo femminismo? Non la senti la contraddizione?» Da anni ho smesso di tenere il conto delle occasioni in cui mi è stata rivolta questa domanda. Non ho smesso però di cercare la risposta, perché la questione che le sta dietro è fondata. Come si può essere femministə e persino attivistə quando si ha fede nel Dio in nome del quale si inginocchia unasistema religioso cosí patriarcale e inflessibile al cambiamento culturale? Come conciliare le proprie certezze spirituali con il dubbio di stare collaborando al mantenimento di un'istituzione maschilista plurimillenaria, che pratica la discriminazione nelle sue stesse strutture, prima ancora che nella sua dottrina? Non è una domanda per le donne, ma per ogni persona credente, perché tocca l'idea del Dio che condividiamo, ben prima di quella che abbiamo di noi singolarmente.”

“Il rifiuto di essere definit3 da un dentro e da un fuori - che in questo libro chiamerò anche "pratica della soglia" - oggi ha il nome di queerness e la sola esistenza della parola apre alla possibilità che un'indefinitezza personale possa diventare un fenomeno socializzabile, perché le cose che hanno un nome condiviso sono in potenza già di tutt3.”

“La domanda a questo punto è d'obbligo: perché una parte della comunità LGBTQIA+, esclusa la componente riunita sotto la lettera q, dovrebbe fare resistenza a chi esprime la propria queerness? Il primo motivo è che, se vivi in un mondo che ti nega o ti definisce come anomalia del sistema, gridare «io esisto ed esisto cosí» è un imprescindibile atto di autodeterminazione e di protesta. Da tale bisogno sono nati il Pride e il coming out come pratiche politiche e non è strano che chi ha vissuto la rivelazione di sé come una conquista faccia poi fatica a capire che la non-rivelazione di sé possa esserlo altrettanto. [...] Il secondo motivo l'ha messo a fuoco Chiara Valerio affermando che avere un nome per qualcosa non significa perforza includerla, anzi spesso è il contrario: «Non esistono linguaggi inclusivi. Parlare significa nominare, nominare significa escludere». Anche la parola «queer» esclude dunque qualcosa: è la necessità delle altre definizioni. L'espressione della queerness, considerando superate le categorie del binarismo, sottintende che siano limitanti, e ciò, ovvio, non può piacere a nessunə che se le sia attribuite, specie se per farlo ha dovuto compiere un percorso doloroso.”

“La fede è cultura, non natura, quindi c'è stato di sicuro un tempo in cui credente non lo ero ancora, ma dentro una trappola articolata come quella dell'educazione di un essere umano in comunità, che comincia dalla nascita e non molla la presa in nessuno dei momenti della crescita, capire dove hanno inizio le cose è complicato. Mi è dispiaciuto che i miei genitori non abbiano aspettato raggiungessi l'età della ragione per istruirmi alla fede, perché in fondo penso che il battesimo neonatale, prescindendo dal consenso, sia una specie particolare di violenza su minore.”

“Senza maschi Il cristianesimo cattolico, per quanto nella dottrina sia saldamente in mano ai maschi, nella prassi parrocchiale ha attratto soprattutto donne e bambini, il che dice già tanto del fatto che il suo messaggio presenti forse più contraddizioni con un certo modo di pensare la maschilità che non con il femminismo. Perché un culto riconosciuto come strutturalmente maschilista attira cosí poco i maschi? Perché secondo una certa idea di virilità l'uomo deve vivere la fede con pudore e riserbo, quasi vergognandosene. La maschilità tossica non ammette che manifesti in maniera troppo aperta gesti ispirati alla misericordia, alla dolcezza d'animo, alla cura e alla volontà di perdono, considerate mollezze di cuore delle femmine. Il cristianesimo, col suo Gesú morto inchiodato alla croce o il cuore esposto grondante sangue, non è una religione per maschi alfa.”

“Pagani e giudei potevano avere idee diverse su Dio, ma sulla donna avevano di sicuro la stessa. Il problema non era il fatto che Dio fosse «solo uno», ma chi dovesse essere il suo corrispettivo sociale, cioè l'uno che nella società aveva il potere di occupare la casella di Dio con la sua faccia. Se qualche categoria doveva essere esclusa, era più logico fosse una sottomessa, impossibilitata a opporsi al suo annichilimento. Sia nel mondo giudaico di partenza sia in quello greco-romano di arrivo c'erano persone - donne e bambini, schiavi, poveri e stranieri - che erano meno persone di altre, o non lo erano affatto, e a stabilirne la dignità erano gli uomini, cittadini, i patriarchi e i ricchi padroni. Per chi era già all'apice della scala sociale, la svolta storica del cristianesimo di Stato fu una manna dal cielo: disegnare Dio a propria immagine fu il modo in cui le classi privilegiate riuscirono a rendere letteralmente sacrosanto il dislivello dei diritti che c'era da prima.”

“Sapevano, come dobbiamo sapere noi, che il patriarcato è un sistema muscolare e rispetta solo ciò che teme. Per questo, per raggiungere quelli che oggi chiamiamo traguardi, migliaia di donne hanno pagato col disprezzo della loro famiglia, hanno perso il rispetto borghese delle loro comunità, la possibilità di vivere vite tranquille e, in alcuni casi, perfino la vita. Dobbiamo essere loro grate e il modo migliore per farlo è non dimenticare che quei diritti esistono solo finché restiamo pronte a tirare fuori le unghie per difenderli.”

“Volere è potere, dice il proverbio, ma alle donne si lascia credere che il loro potere sia invece quello di essere volute. È un inganno: desiderare ti rende soggetto attivo e ti educa a scegliere, invece che a essere scelta. Chi desidera comanda. Dire sempre «desiderami» e mai «io desidero» è un cammino di de-formazione, perché chi può solo essere desiderabile sacrificherà la propria forma per prendere quella che pensa sarà piú desiderata, condannandosi a esistere solo come conseguenza dello sguardo di altri.”

“L’educazione religiosa cattolica ha inciso grandemente sull’idea che una donna per bene sia per sua natura un essere consenziente all’interno di un contesto coercitivo. Il sì delle donne è indispensabile alla sopravvivenza del sistema patriarcale: tanto nella società quanto nella Chiesa il loro corpo è la materia primaria del contratto. Nel sistema di cui gli uomini dettano le condizioni, il corpo delle donne è classificato a uso civico, condominio, possesso collettivo su cui si esercitano le volontà più diversificate.”

“Non era sempre necessario essere magnifica, eroica. Sarebbe bastato anche meno. A cinquantun anni mi sento come se avessi bruciato troppo. Troppa energia. Come fossi stata una candela con due stoppini. Mi chiedo se quello che sta succedendo non abbia a che fare col fatto che ho bruciato troppo. Se bruci tanto, fai tanta luce. Ma forse ne sarebbe bastata meno. Forse sarebbe bastato che non fossi io ogni volta quella che parlava per prima, quella che gridava più forte, che scriveva ciò che nessun'altra aveva il coraggio di scrivere, quella che si esponeva.”

“L'idea del desiderio maschile come elemento di nascosta minaccia per la donna non è del tutto priva di fondamento: le cronache sono piene di casi in cui questa minaccia si trasforma effettivamente in dramma per molte donne. Ma assolutizzare questa prospettiva fino a normalizzarla o volerla vedere anche dove forse non c'è tradisce una visione distorta del rapporto sessuale tra uomo e donna, che appare solo come una lotta tra un sì e un no radicalizzati, tra un desiderio che si suppone ossessivo e una resistenza altrettanto radicale, disposta a soccombere piuttosto che essere sopraffatta. Questo schema affida all'uomo e alla donna i ruoli di cacciatore e di preda, una similitudine che implicitamente legittima l'uso di un metodo violento tra il soggetto forte e quello debole.”

“Ogni distinzione tra reale e virtuale, quando si tratta dell'interiorità delle persone, è quindi prima di tutto inutile, perché impedisce di capire l'altrə e non genera alcun incontro, ed è in seconda istanza dannosa, perché stabilisce una gerarchia di valore tra le esperienze, distinguendole in vere e false anche a prescindere da cosa ne pensi chi le ha vissute.”

“Trovo sempre sconcertante quando qualcuno mi dice: «Non bisogna credere a tutto ciò che si vede sui social network, perché spesso non corrispondono alla realtà». Il problema dell'autenticità non è capire quanto il mio profilo corrisponda alla realtà, ma quanto la presunta realtà corrisponda davvero a me, a quello che sono. Se una persona con un handicap crea un'identità digitale che l'handicap non lo ha e stabilisce relazioni, sta producendo una realtà falsata o ne sta ipotizzando una piú autentica rispetto a sé? Se una persona che appartiene a un'etnia razzializzata si inventa un'identità digitale grazie alla quale le diventano possibili legami con persone che altrimenti non si relazionerebbero mai a lei, sta mentendo o sta producendo una distorsione creativa nella società razzista in cui vive? Se una donna nata in un corpo maschile aggira la disforia di genere attraverso un'identità digitale che corrisponde al genere in cui si riconosce, possiamo parlare di inganno oppure siamo davanti a una realtà piú sincera? Dalla risposta a queste domande dipende molta della nostra capacità di restare uman3 negli ambiti sempre piú postumani del tempo che le nostre vite stanno già attraversando.”