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Felicità Quotes

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Felicità Quotes

“Seguendo un meccanismo inconscio, gli adulti hanno fatto di tutto per asportare il futuro dal panorama dei figli. In questo modo essi riescono a raggiungere uno scopo per loro fondamentale: sentirsi essenziali, ritagliarsi un ruolo salvifico. Fintanto che un figlio sarà dipendente dai genitori, gli adulti potranno illudersi di non invecchiare. Un penoso patto faustiano: l'adulto si offre al giovane come tutor, come semplificatore, mediatore, finanziatore, e in cambio ottiene che il giovane rinunci alla libertà, alla felicità. Pur di assecondare questo patto diabolico, si trasforma la felicità in un optional, in una merce da baratto, in un desiderio comprimibile e secondario. Si educa un ragazzo a pensare che sia più importante usufruire di una buona elargizione di denaro piuttosto che della libertà per immaginare e costruire il proprio domani. E' doloroso pensare che un giovane rinunci ai suoi desideri, ai sogni, per patteggiare sulla propria sopravvivenza.”

“«Più persone aggiungi, più la felicità si fa una cosa parziale. Essere felici diventa più complicato se aggiungi persone, perché non basta più che le cose vadano bene a te soltanto, serve assolutamente vadano bene anche a loro» aveva confidato una volta al dottor Fujita. «Certo, allargando la portata dei nostri affetti, la statistica ci dà sempre meno ragione. Completamente felici non lo si potrà essere più» aveva risposto il medico con un sorriso, mentre gli prendeva il battito. «Sempre che anche prima, da soli, fosse possibile essere completamente felici.»”

“«La felicità arriva come riflesso delle tue azioni. Questo riflesso è quello che chiamiamo karma. Quando sei di fronte a uno specchio e fai un movimento, questo viene ripetuto dallo specchio. Ma se tu non fai nulla, lo specchio sta lì, fermo». Questa sua definizione di felicità mi colpì particolarmente. Azione e reazione. Causa e effetto. La lessi come una conferma della bontà dei miei propositi di voler riuscire a fare qualcosa di utile per il prossimo. Sembrava quasi volermi dire: sei nel posto giusto al momento giusto. Daniele, sei nel posto giusto, qui, in Cambogia, per finalmente aiutare gli altri. E vedrai che il karma sarà poi generoso con te.”

“Felicità o infelicità non sono quasi mai uno stato di fatto, premio o condanna dell'esistenza, immutabile condizione di gioia o disperazione. Il loro senso profondo si nasconde invece nel mutamento: in ciò che, proprio in quanto felici o infelici, siamo o non siamo in grado di fare per noi e per gli altri intorno a noi. "Felice", dal latino "felix" deriva dalla stessa radice verbale fe- di "fecundus", fertile, produttivo. Fecondi non sono solo i campi di grano: fecondi siamo noi, che grazie alla felicità possiamo sorprenderci a compiere gesti o azioni che mai avremmo immaginato. Essere felici non significa quindi non avere problemi, contrattempi, e vivere un imperturbabile stato di quiete - quella si chiama tranquillità, calma, magari "relax" come nei dépliant dei resort in qualche spiaggia esotica. La felicità è invece l'opposto: è l'energia di agire, la gioia di fare, la voglia di cambiare - di essere "fertili", di veder sbocciare i fiori che siamo. E l'infelicità è il suo contrario: l'incapacità di muoversi, di scrollarsi di dosso pensieri pesanti, l'impossibilità di fare anche solo un passo oltre. Essere infelici vuol dire non fare niente, non dire niente, non amare nessuno - rifiutare la fecondità della vita, così imprevedibile di occasioni, e preferire la sterilità, l'assenza di eventi. L'una è azione, l'altra inazione. L'una è slancio verso l'alto, l'altra affondo verso il basso.”

“Asami soffriva si una patologia che aumentava la probabilità di aborti spontanei. Una volta saputo di essere incinta, aveva deciso di tenere il bambino comunque, anche se da madre single. Presa questa decisione, la scoperta della sua patologia era stata uno shock ulteriore. Non poteva fare a meno di pensare che fosse stata colpa sua. Dava per scontato che anche Kurata avrebbe trovato qualcosa da dirle, tanto per consolarla. Invece, la sua prima reazione dopo aver ascoltato la sua storia fu chiedere da quanti giorni sapesse di aspettare un bambino. Quando lei gli disse che erano passate dieci settimane, lui le chiese: "Secondo te, perchè al bambino che avevi in pancia è stata concessa la vita in questo mondo per quei settanta giorni?". D'un tratto, non riusciva a smettere di aggredirlo. Si era già rimproverata per non aver dato alla luce il suo bambino, ma sentirsi dire una cosa simile da uno che non ne aveva alcun diritto la turbava ancora di più. Con aria pacata, Kurata attese pacificamente che Asami smettesse di piangere, poi disse: "Quel bambino ha usato i suoi settanta giorni di vita per renderti felice. Se continui a devastarti in questo modo, il tuo bambino avrà sprecato quei settanta giorni". Il suo messaggio non voleva essere consolatorio: le indicava una strada per cambiare il modo di interpretare il dolore che stava provando. "Invece, se adesso provi a essere felice, il tuo bambino avrà messo a frutto i suoi settanta giorni. E in quel caso, la sua vita avrà avuto senso. Solo tu puoi dare senso alla vita che ha ricevuto in dono. Perciò devi fare il possibile per essere felice. E la persona che lo vorrebbe di più è proprio il tuo bambino". Sentendolo parlare così, ad Asami mancò quasi il fiato. La profonda disperazione che le gravava sul cuore cominciò a dissiparsi, e ogni cosa le parve più chiara. "Cercando di essere felice, posso dare senso alla vita del mio bambino". Ecco la risposta.”

“Dal giorno in cui Kaname non era più tornata dal passato, Kazu non aveva fatto più amicizie, neppure a scuola. La paura di perdere le persone care era troppo grande. Dietro a quell'atteggiamento c'era sempre la stessa convinzione: Io non posso essere felice. Per tutta la vita. Ecco cosa si diceva. "Mamma... voglio... voglio essere felice!" esclamò. Quando glielo sentì dire, Kaname, gli occhi fissi sul suo romanzo, sorrise con calore. Era lo stesso sorriso che Kaname aveva rivolto a Kazu quando era viva. In quel momento il corpo di Kaname volò verso l'alto. Le stagioni scorrono in un ciclo continuo. Anche la vita attraversa inverni difficili. Ma, dopo ogni inverno, torna sempre la primavera. Qui era appena arrivata. La primavera di Kazu aveva avuto inizio.”

“Quando il nostro amore era cominciato non avrei mai immaginato che sarebbe potuto finire. L'amore finisce sempre. Lo sappiamo tutti, ma ci innamoriamo lo stesso. E' la stessa cosa che accade con la vita. Sappiamo tutti che prima o poi finisce, ma la viviamo lo stesso. Forse è proprio perchè sono destinati a finire che l'amore e la vita sono meravigliosi.”

“Ero felice? Ero infelice? Non sapevo dirlo neanch'io. Una cosa però la sapevo. Le persone possono scegliere di essere felici o essere infelici. Dipende dalla prospettiva con cui osservano le cose. Se i gatti scomparissero dal mondo. Inimmaginabile. Ero un vero cretino, non avevo mai capito niente. Solo ora mi sembrava di intuire: qualsiasi cosa o creatura a questo mondo esisteva per una ragione ben precisa e non vi era ragione altrettanto valida per cui avrebbe dovuto scomparire. Nessuna. Siamo tutti destinati a morire, gli esseri umani hanno un tasso di mortalità del cento per cento. Dunque, se una morte è felice o infelice dipende sostanzialmente dal modo in cui si è vissuta la propria vita. Ma non potevo far scomparire i gatti, non ce l'ho fatta. Penserai che sono un idiota ad aver preferito la vita dei gatti alla mia. Tuttavia, non avrei mai vissuto felice sapendo di aver prolungato la mia vita sottraendo qualcosa a qualcun altro. E quel qualcosa potevano essere i gatti come il sole, il mare o il cielo. Non potevo privare gli altri di qualcosa per un mio capriccio egoista. Ecco perchè ho smesso di far scomparire le cose dal mondo. Io sono io, mi sono detto, e devo accettare quello che il destino ha riservato per me, una vita leggermente più corta di quella delle altre persone. A me che è stato concesso il privilegio di far scomparire qualcosa in cambio di un ulteriore giorno di vita, quei rimorsi appaiono come un tesoro meraviglioso. Sono la testimonianza che ho vissuto. Ho collezionato una quantità innumerevole di rimorsi, fallimenti e sogni infranti; posseggo una lista innumerevole di persone che avrei voluto incontrare, pietanze che avrei voluto assaggiare e luoghi che avrei voluto visitare. Morirò con tutte queste consapevolezze, e... va benissimo così. Sono contento di essere chi sono, di essere qui e non altrove. Dio non mi ha chiamato in causa affinchè considerassi il valore delle cose che facevo scomparire, bensì il mio valore in qualità di essere umano. Dio ha creato il mondo dal lunedì al sabato, e io nello stesso arco di tempo ho fatto scomparire qualcosa. Ma non ce l'ho fatta a far scomparire i gatti, non potevo proprio, è stato più forte di me. -Alla fine, sei arrivato a capire quanto è bella la vita. Hai compreso chi sono le persone più importanti per te e afferrato il valore di tutte le cose che ritieni preziose e insostituibili. Hai esplorato daccapo il tuo mondo e lo hai osservato da una prospettiva diversa, scoprendo come anche la più banale e monotona quotidianità fosse bella a sufficienza. Quindi direi che è valsa la pena di venirti a trovare. -Resta il fatto che morirò a breve. -Sì, ma una cosa è certa: adesso che te ne sei reso conto, sei felice. Ho pensato a tutte le cose che avrei potuto far scomparire. Forse, senza di loro, il mondo non sarebbe cambiato di una virgola, eppure era proprio di tutte quelle piccole cose che era fatto.”

“I momenti di felicità… Ne abbiamo avuto l’esperienza, ma ci è sfuggito il significato, come diceva Eliot. O per meglio dire, non ce ne siamo resi conto, così la vita è passata e alla fine non mi è rimasto che il dolore per la perdita della persona più cara, mia mamma. Carl William Brown”

“Happiness Does Not Depend on Circumstances but On the Heart,". The quote speaks to a powerful truth about resilience and inner strength. It suggests that while life's circumstances—whether pleasant or painful—are often out of our control, our internal state, rooted in our heart and mindset, determines whether we find peace and joy. In Lasciato Indietro (Left Behind), this message reflects the journey of facing abandonment, loss, and the struggle of navigating parenthood in difficult times. The heart, with its capacity for hope, forgiveness, and self-acceptance, becomes a sanctuary that external hardships can’t easily shake. By nurturing these qualities, one can find happiness even when circumstances are challenging. The ultimate message is clear: happiness is less about what happens to us and more about how we choose to respond, anchored by what we carry in our hearts.”

“Ciò che lo affascinava erano gli esseri umani nella loro infelicità, non lo attraevano le persone in sé, ma la loro infelicità, e l'infelicità la coglieva dovunque ci fossero delle persone, pensai, era avido di persone perché avido di infelicità. L'uomo è l'infelicità, diceva di continuo, pensai, solo gli imbecilli affermano il contrario. Essere partoriti è un'infelicità, diceva, e fintanto che viviamo ci portiamo appresso questa infelicità, che soltanto la morte può spezzare. Ma ciò non significa che noi siamo solo infelici, la nostra infelicità è la premessa per poter essere anche felici, solo passando attraverso l'infelicità possiamo essere felici, così diceva, pensai. I miei genitori non mi hanno mostrato nient'altro se non l'infelicità, diceva, la verità è questa, pensai, eppure molto spesso sono stati felici, e lui dunque non poteva dire che i suoi genitori erano stati esseri umani infelici, e neppure poteva dire che erano stati felici, come pure di se stesso non poteva dire né di essere felice né di essere infelice, perché tutti gli esseri umani sono infelici e felici nello stesso tempo, diceva, e volta a volta è più grande in essi l'infelicità della felicità o viceversa. Ma una cosa è sicura, così diceva, pensai, che negli esseri umani c'è più infelicità che felicità.”

“Perché anche la felicità deve fare così paura? Perché anche quando un sogno si avvicina c’è sempre da fare tornare i conti? Ho passato tanti anni della mia vita ad aspettare. Qualsiasi cosa. Se solo fossimo capaci di vivere mentre aspettiamo. Io non sempre ci sono riuscito. Ho aspettato l’amore di mio padre, ho aspettato che mi venissero riconosciute le mie qualità sul lavoro, ho aspettato troppe telefonate per troppo tempo che non sono neppure mai arrivate, ho aspettato di essere amato come avrei voluto, dimenticandomi che se qualcuno ci ama diversamente da come vorremmo non è detto che non ci ami. Poi ho aspettato per vedere realizzati i miei progetti come se il solo fatto di averli pensati bastasse per vederli concretizzarsi. E mi sono ingannato anche lì. L’attesa tempra, ma può anche sfinire se non supportata da un risultato. Ci sono miliardi di buone occasioni nella vita in cui si è costretti a inventarsi passatempi in attesa che arrivi il tuo tempo. Ma il tempo non è una scienza teorica. Affatto. A un certo punto, quando decide lui, arriva e ti disorienta. Allora tutto quello che hai sognato, se il tempo lo decide, ti si piazza davanti come un mostro gigantesco dalle mille teste e tu non hai più scampo. Hai smesso di sognare, in quel momento, e ti tocca vivere. E, casomai, vivere pure la felicità.”

“Di fobia sociale, invece, non ho mai sofferto, nonostante la timidezza. Oggi mi intrattengo sempre piú spesso con chi non conosco, la vita mi ha obbligato a vincere questa debolezza, mi ha spinto con forza, quasi costretto, in tal senso. Costretto a fare piú che a riflettere, a muovermi di pancia e non con la ragione. L’esperienza quindi dovrebbe insegnarmi che se ti forzi ad affrontare ciò che temi, alla fine la vinci, che è un po’ il concetto del dottor Cavalli: guarda in faccia le tue paure finché non ti faranno piú paura. Dovrei perciò prendere un aereo al giorno, andare a vivere in una casa piena di blatte e ragni, semmai iscrivermi alla Napoli-Capri, cosí da nuotare in mare aperto, e forse nel giro di qualche anno potrei ambire a diventare finalmente un uomo perfetto, una persona senza punti deboli. Possibile? Non credo. Non esistono persone senza punti deboli. Forse riuscirei a vincere la paura di volare, potrei anche arrivare a dormire in una stanza piena di ragnatele (in realtà una volta ho dormito da solo in una stanza di un B&b nella quale c’era un grosso ragno, nascosto però dietro a un armadio), potrei tentare di combattere la mia ipocondria ogni giorno e un domani forse non provare piú questo fottuto terrore, ma quale sarebbe il dazio da pagare? Quanto sforzo, quanto dolore, quanta paura comporterebbe sfidare in campo aperto le mie fobie? E questo sforzo, questa paura, non provocherebbero altra paura? Non posso affrontare tutto, semplicemente perché non ci riesco, sono umano, con tutto ciò che questo vuol dire. A proposito di accettazione. Mi piacerebbe essere piú equilibrato, ma so di trovarmi sotto quella coperta sempre troppo corta: se tiro da un lato, resto scoperto dall’altro. Qualcuno parla di ipersensibilità dell’amigdala, la sede del cervello a forma di mandorla che gestisce le emozioni e in particolare la paura. Se hai la sfiga di avere questa zona ipersensibile, sei costretto a fotterti dalla paura costantemente: l’amigdala in questi casi, al pari del neurone inibitore ubriaco(ricordate?), sta sempre sul chi va là, inviandoti di continuo scariche di adrenalina con lo scopo di farti reagire prontamente a una situazione di pericolo. L’unica cosa che ottiene, però, è mandarti fuori di zucca, perché in verità ti trovi sul divano e stai guardando la tv, e il solo pericolo incombente è che ti possa venire un crampo alla pancia per via della cioccolata di cui ti sei abbuffato nel tentativo di vincere l’angoscia persistente che ti fa sentire l’irrefrenabile voglia di scappare a gambe levate, come se ai tuoi piedi stesse strisciando un boa constrictor. E pensare che un tempo avevamo solo questa parte di cervello, eravamo guidati solo da istinto ed emozioni, il sistema limbico (adibito alle funzioni psichiche, all’emotività) dominava il cervello già nei rettili di un tempo. Solo milioni di anni dopo il cervello pensante si è evoluto da questi centri emozionali. Per quel che mi riguarda, cerco di fregare l’amigdala con «l’evitamento», mi costruisco degli appigli per tirare avanti alla buona e sentire meno la paura, tento di distrarmi, ecco, in attesa che, chissà, un domani qualcuno mi aiuti a imboccare la strada giusta, mi apra gli occhi e mi infonda il coraggio per guardare in faccia ciò che non ho avuto il coraggio di guardare fino a oggi. Aspetto che sia la vita ancora una volta a darmi lo scossone e a spingermi verso nuove strade nelle quali la paura non mi farà piú da compagna quotidiana. Nel frattempo, mi impegnerò in ciò che mi fa stare bene e continuerò ad aspettare un refolo di sole per andare sul lungomare con la mia famiglia. La felicità dalle mie parti: un venticello fresco che sa di primavera, una pizza fumante, il mare là dietro, una birra ghiacciata, mia moglie e mio figlio.”

“Essere felice per me è stato un lungo lavoro. Ci sono persone naturalmente portate alla felicità, che nascono con il grande dono di saper davvero gioire anche delle piccole cose, e poi ci sono gli esseri umani come me, che per il fatto di sentirsi inadeguati tendono a sabotare le proprie possibilità di essere felici. Perché per imparare a cercare la felicità ho avuto bisogno di superare varie fasi: accettare me stessa e le mie debolezze e prendere coscienza che spesso e colatori la felicità è una scelta consapevole. Le cose belle e brutte capitano a tutti, ma la differenza la facciamo noi.”