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C Quotes

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“Civilized life, if it is to be stable, must provide a harmless outlets for the impulses which our remote ancestors satisfied in hunting. In Australia, where people are few, and rabbits are many, I watched the whole populace satisfying the primitive impulse in the primitive manner by the skilful slaughter of many thousands of rabbits.”

“Civilized Man says: I am Self, I am Master, all the rest is other--outside, below, underneath, subservient. I own, I use, I explore, I exploit, I control. What I do is what matters. What I want is what matter is for. I am that I am, and the rest is women & wilderness, to be used as I see fit.”

“Civilized people must, I believe, satisfy the following criteria: 1) They respect human beings as individuals and are therefore always tolerant, gentle, courteous and amenable ... They do not create scenes over a hammer or a mislaid eraser; they do not make you feel they are conferring a great benefit on you when they live with you, and they don't make a scandal when they leave. (...) 2) They have compassion for other people besides beggars and cats. Their hearts suffer the pain of what is hidden to the naked eye. (...) 3) They respect other people's property, and therefore pay their debts. 4) They are not devious, and they fear lies as they fear fire. They don't tell lies even in the most trivial matters. To lie to someone is to insult them, and the liar is diminished in the eyes of the person he lies to. Civilized people don't put on airs; they behave in the street as they would at home, they don't show off to impress their juniors. (...) 5) They don't run themselves down in order to provoke the sympathy of others. They don't play on other people's heartstrings to be sighed over and cosseted ... that sort of thing is just cheap striving for effects, it's vulgar, old hat and false. (...) 6) They are not vain. They don't waste time with the fake jewellery of hobnobbing with celebrities, being permitted to shake the hand of a drunken [judicial orator], the exaggerated bonhomie of the first person they meet at the Salon, being the life and soul of the bar ... They regard prases like 'I am a representative of the Press!!' -- the sort of thing one only hears from [very minor journalists] -- as absurd. If they have done a brass farthing's work they don't pass it off as if it were 100 roubles' by swanking about with their portfolios, and they don't boast of being able to gain admission to places other people aren't allowed in (...) True talent always sits in the shade, mingles with the crowd, avoids the limelight ... As Krylov said, the empty barrel makes more noise than the full one. (...) 7) If they do possess talent, they value it ... They take pride in it ... they know they have a responsibility to exert a civilizing influence on [others] rather than aimlessly hanging out with them. And they are fastidious in their habits. (...) 8) They work at developing their aesthetic sensibility ... Civilized people don't simply obey their baser instincts ... they require mens sana in corpore sano. And so on. That's what civilized people are like ... Reading Pickwick and learning a speech from Faust by heart is not enough if your aim is to become a truly civilized person and not to sink below the level of your surroundings. [From a letter to Nikolay Chekhov, March 1886]”

“Civilized society is one huge bourgeoisie: no nobleman dares now shock his greengrocer.”

“Ciò che ci raccontiamo galleggia, ripetiamo spesso gli stessi argomenti, le lezioni private che lui prende in inglese, se vince o perde a calcetto, se va o non va allo stadio col padre, se io ho pensato a lui, e certo – dico – ci ho pensato molto, ripeto molto ogni volta che chiede quanto, perché più di molto non so quantificare, cosa c’è dopo molto, moltissimo? Infinito? L’universo? Ti ho pensato l’universo, gli comunico strappandomi le pellicine dagli angoli delle unghie. Con lui non tocco le corde ruvide della mia vita casalinga, non pongo questioni d’esistenza o domande scomode, mi muovo rapida negli elenchi degli oggetti che lui ha ma io no, e quasi mi sembra di possederli con lui, perché quel sottile legame, ufficioso e boschivo, potrebbe essere segno di partecipazione, seguendo il principio dei vasi comunicanti a un certo punto la sua opulenza trasborderà e sarò io a raccoglierla, il vaso piccolo e in basso che guarda in alto a bocca aperta.”

“Ciò che lo affascinava erano gli esseri umani nella loro infelicità, non lo attraevano le persone in sé, ma la loro infelicità, e l'infelicità la coglieva dovunque ci fossero delle persone, pensai, era avido di persone perché avido di infelicità. L'uomo è l'infelicità, diceva di continuo, pensai, solo gli imbecilli affermano il contrario. Essere partoriti è un'infelicità, diceva, e fintanto che viviamo ci portiamo appresso questa infelicità, che soltanto la morte può spezzare. Ma ciò non significa che noi siamo solo infelici, la nostra infelicità è la premessa per poter essere anche felici, solo passando attraverso l'infelicità possiamo essere felici, così diceva, pensai. I miei genitori non mi hanno mostrato nient'altro se non l'infelicità, diceva, la verità è questa, pensai, eppure molto spesso sono stati felici, e lui dunque non poteva dire che i suoi genitori erano stati esseri umani infelici, e neppure poteva dire che erano stati felici, come pure di se stesso non poteva dire né di essere felice né di essere infelice, perché tutti gli esseri umani sono infelici e felici nello stesso tempo, diceva, e volta a volta è più grande in essi l'infelicità della felicità o viceversa. Ma una cosa è sicura, così diceva, pensai, che negli esseri umani c'è più infelicità che felicità.”

“Ciò che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quello che erano – e, svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà. Era come se, mentre la loro vita era ricca e piena, essi fossero, in segreto, stufi di se stessi e non vedessero l’ora di liberarsi del loro discernimento, della loro salute e di ogni senso delle proporzioni per passare all’altro io, il vero io: che era uno stronzo detestabile e completamente illuso. Era come se trovarsi in sintonia con la vita fosse qualcosa di accidentale che poteva capitare, certe volte, ai giovani fortunati; mentre, per il resto, era una cosa con la quale gli essere umani non riuscivano a rapportarsi. Che strano.”

“Ciò che manca, ovunque si guardi, è un progetto di comunità, un’idea forte di cosa possa essere la Repubblica italiana del futuro, la capacità di render finalmente concreto l’attualissimo disegno contenuto nella Costituzione: quella vera. E questa idea manca perché oggi sembra impossibile avere un’idea dell’uomo che non sia ridotta alla sola dimensione monetaria. Far evadere il patrimonio culturale dalla prostrazione materiale e morale in cui è stato confinato dal totalitarismo neoliberista significa rimettere in circolo uno dei pochi antidoti a questo dogma. In rare occasioni è possibile sentire, quasi vedere ad occhio nudo, la forza morale, e profondamente politica, di ciò che chiamiamo «cultura». Il 27 gennaio 2014, alle sei di sera, l’Orchestra della Scala ha eseguito la Marcia funebre della Terza Sinfonia di Beethoven in onore di Claudio Abbado, scomparso sette giorni prima. Rispettando una tradizione iniziata nel 1957 –in occasione della traslazione del corpo di Arturo Toscanini, al Monumentale –l’orchestra ha celebrato il suo direttore suonando con la sala vuota, e con le porte del teatro spalancate. Ottomila cittadini milanesi riempivano la piazza, silenziosi e commossi. E il profondo impegno civile di Abbado ha conferito un tono particolare a questa struggente liturgia laica, ripetuta per la quinta volta in sessant’anni. La musica creava una comunità e la rendeva visibile: e non nello spazio separato del teatro, non per un pubblico pagante. In una piazza, invece, nel cuore della polis: dove alcuni cittadini suonavano per altri cittadini. Non per non pensare, per rimuovere le difficoltà della vita e l’esistenza della morte, ma per affrontarle tutti insieme, uniti da una musica scritta duecento anni fa, e per salutare un uomo che ha messo la sua arte straordinaria al servizio di un progetto di uguaglianza e giustizia. È da quello spirito che dobbiamo essere capaci di ripartire. Perché le nostre città, i nostri musei, il nostro paesaggio non contengono solo cose belle: contengono valori e prospettive che possono liberarci, innalzarci, renderci di nuovo umani, restituirci un’idea dell’uomo e un’idea di comunità che ci permettano di costruire un futuro diverso.”