Quotessence
Home / Topics / Morte Quotes

Morte Quotes

Browse 209 quotes about Morte.

Morte Quotes

“Gostaria de dizer que a abordagem de Ser e Tempo [...] não é talvez em momento algum mais ideológica do que quando o seu autor procura compreender a morte a partir de um "esboço do ser-todo do ser-aí", uma tentativa pela qual suprime o carácter absolutamente inconciliável da experiência da vida com a morte tal como se nos apresenta com o declínio definitivo das religiões positivas. Heidegger procura, dessa forma, salvar as estruturas da experiência da morte como se fossem estruturas do ser-aí, do próprio ser humano, mas estas estruturas, tal como ele as descreve, só existem no mundo positivo da teologia, em virtude da esperança positiva da ressurreição. Heidegger não compreende que, ao secularizar essa estrutura, que em todo o caso ele assume tacitamente na sua obra, esses conteúdos teológicos não são simplesmente decompostos, mas que, sem eles, essa mesma experiência deixa de ser possível. Aquilo que censuro realmente nessa forma de metafísica é a tentativa de se apropriar sub-repticiamente sem teologia das possibilidades da experiência que foram teologicamente colocadas.”

“São mortos os que nunca acreditaram Que esta vida é somente uma passagem, Um atalho sombrio, uma paisagem Onde os nossos sentidos se poisaram. São mortos os que nunca alevantaram Dentre escombros a Torre de Menagem Dos seus sonhos de orgulho e de coragem, E os que não riram e os que não choraram. Que Deus faça de mim, quando eu morrer, Quando eu partir para o País da Luz, A sombra calma dum entardecer, Tombando, em doces pregas de mortalha, Sobre o teu corpo heróico, posto em cruz, Na solidão dum campo de batalha!”

“Così egli si tormentava, assillandosi con tali domande e trovandovi perfino una specie di voluttà. Del resto, tutte quelle domande non erano nuove, improvvise, ma vecchie e dolenti. Già da un pezzo avevano cominciato a tormentarlo e a dilaniargli il cuore. Da moltissimo tempo era germinata in lui tutta la tristezza che sentiva adesso, era cresciuta accumulandosi, e negli ultimi tempi era maturata, concentrandosi e assumendo l'aspetto di un orrendo, crudele e fantastico problema, che torturava a fondo il suo cuore e il suo cervello ed esigeva una soluzione. Adesso, poi, la lettera di sua madre lo aveva colpito come un fulmine. Era evidente che non era più possibile, ormai, torturarsi e soffrire passivamente, accontentandosi solo di riflettere sull'insolubilità dei problemi, ma occorreva assolutamente fare qualcosa, e subito, al più presto. Occorreva ad ogni costo decidersi a far qualcosa, oppure... «Oppure, rinunciare addirittura alla vita!» esclamò ad un tratto al colmo dell'esaltazione. «Piegarsi docilmente alla sorte così com'è, una volta per tutte, soffocando ogni cosa dentro di sé, rinunciando ad ogni diritto ad agire, a vivere e ad amare!» «Lo capite, lo capite, egregio signore, cosa significa quando non c'è più un posto dove andare?» gli tornò in mente a un tratto la domanda rivoltagli da Marmelàdov il giorno prima. «Già: perché ogni uomo deve pur avere un posto dove poter andare...»”

“Dizia-me: vale a pena viver para morrer? Gozar para quê ? O trabalho é mais vão que a poeira alevantada por um cavalo a galope! Amigo, morrerás! Este morrerás revestia no meu espírito a significação exacta dum prazo. Não era a noção vaga «morrer», mas antes o juízo determinado «não viver». Não viver podia alongar-se no tempo e, todavia, não era amanhã, era já hoje. Nele se me sentenciava à vida a ablação, por inútil, de tudo o que ela representava, no espaço, de gozo, de posse, de sentimento de mim mesmo - via-me a entrar para a antecâmara do meu próprio celário. Mas se este pensamento se encarniçava particularmente na esfera do eu, às vezes batia asas para abranger o universo em suas finalidades. E proclamava: tu; os outros; todos; esta cidade; o reino; a terra. Daqui a cem anos terão passado, em matéria, os que te amam e cercam; mais uns séculos e a memória deles será mais fugaz que a mente dum recém-nascido. Conta mais uns séculos, e onde estará o teu país ? E se teu entendimento pode apreender no relógio do tempo o ponteiro salvar os milénios, este planeta, em que ensaiais edificar o imortal, não será mais que cinza semeada no oceano sidéreo. Vale a pena existir? Da Vénus de Milo, a jucunda e gloriosa, não ficará uma sombra, nem da Bíblia sapiente um eco; da ciência não se salvará uma lei. Tudo o que saiu da boca do infinito acaba na boca do infinito, sem que ele caduque, o monstro! Mors de mor sus.”

“La morte di mio padre prima e quella di mia madre in seguito mi hanno lasciato solo con il mio dolore, i miei sensi di colpa, i miei ricordi, i miei errori e i miei fallimenti.”

“Alcuni sostengono che i bambini debbano conoscere la morte, che è un fatto naturale e perché nasconderglielo. A me invece sembra che non ci sia proprio niente di naturale nel parlare di morte ai bambini, i quali hanno il sacrosanto diritto di credere il piú a lungo possibile che esista solo la vita e basta. Diritto a vivere senza sapere di dover morire, la cosa piú rivoluzionaria che possa esserci. A che pro spezzare l’incantesimo? Tanto prima o poi i bambini acquisiranno il concetto, ovvio, ma nel frattempo avranno creduto un giorno in piú nell’esistenza dell’omaccione barbuto sulla slitta. Babbo Natale non esiste e siamo esseri mortali. Ok. Ma a che serve saperlo prima? A che serve saperlo e basta, in verità. «Io potrei viver confinato in un guscio di noce, e tuttavia ritenermi signore d’uno spazio sconfinato», diceva l’Amleto di Shakespeare. Se solo non sapessi, aggiungerei.”

“Non avevo voglia di aprirmi fino in fondo, gli avrei dovuto spiegare che di rassegnazione nelle mie parole non ce n’era, parlerei piú di accettazione, che significa prendere atto della realtà senza star lí a sprecare energie vitali. La distinzione è sottile, ma importante: la rassegnazione è una resa, l’accettazione è un punto di partenza. La prima ci obbliga a rinunciare a modificare le cose, a trasformare le situazioni, accettare invece ci dà la possibilità di spostare l’attenzione su altro, di restare vivi e ripartire, cercando di modellarci sul presente, di assecondare con i nostri movimenti gli attacchi della vita, come il judoka, che sa che contrastare aggredendo spesso porta solo a un dispendio di forze. Io, caro padre, accetto, non mi rassegno. Accetto di non poter cambiare alcuni aspetti di me e della mia vita, o di poterli cambiare solo grazie a enormi sacrifici. Accetto di non poter contrastare fino in fondo le mie paure, le fobie, le debolezze. Accetto quei muri grigi e la porticina laterale. Accetto di essere ipocondriaco. Non mi rassegno a dover morire, questo no, ma accetto di non poter fare nulla per contrastare questo. In fondo si tratta di accogliere l’idea che dalle cellule alle stelle tutto muore, e che un domani anche la mia fine servirà, grazie alle morti di ciascuno di noi la vita avrà lo spazio per rigenerarsi, ed evolvere. La caduta dell’albero permette alla luce di raggiungere nuovamente il terreno sottostante, cosí da far nascere un nuovo tronco. Gli atomi di cui sono composto, che forse un tempo sono appartenuti a un dinosauro, a un faraone, a Buddha, chissà, questi stessi atomi che provengono da una stella esplosa lontano, in altre galassie, dopo la mia morte rimarranno qui e torneranno in circolo, finiranno in milioni di altri organismi, senza mai fine. Si tratta forse di curvare quella che crediamo essere una linea retta fino ad avere un cerchio: non nascita, vita, morte, ma nascita, vita, morte, nascita, vita, morte, nascita, vita, morte… nascita. «La vita è solo un breve periodo di tempo in cui sei vivo». Lo disse quel genio di Philip Roth. Solo un breve periodo di tempo in cui siamo vivi. È una parentesi, in fondo, la nostra vita, e dico questo non perché voglia fare il pesante, il pessimista e il menagramo, no. Ho scherzato fino a ora e continuerò a farlo, tenterò di tenere a bada l’ansia con l’ironia e quella leggerezza che ad alcuni dà fastidio e altri non riconoscono. Ma non voglio parlare di me, desidero disquisire di vita, e di come la spendiamo. Perciò cito le parole di Roth e parlo di piccola parentesi, perché credo che il primario compito di ognuno sia rendere degna la propria esistenza, combattere con tutte le forze affinché sia tale, per non sentire di avere sprecato l’unica grande occasione che ci è stata data. Abbiamo il dovere di riempire questa parentesi di piú cose possibili, di piú cose meravigliose possibili. Dobbiamo approfittare del tempo, anzi approfittare del fatto che il tempo è poco, per lasciare un segno del nostro passaggio terreno. Lo diceva il giovane Seneca a soli venti anni: «La vita che ci è data è lunga a sufficienza per compiere grandissime imprese, purché sia spesa bene». Lo cantava anche Omero nell’Iliade: «Come stirpi di foglie, cosí le stirpi degli uomini; | le foglie, alcune ne getta il vento a terra, altre la selva | fiorente le nutre al tempo di primavera; | cosí le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra dilegua». E chissà che un giorno non ci ritroveremo a volare liberi nell’aria per poi posarci sulla spalla di un nostro caro, come le farfalle monarca del Messico. «Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla», è una meravigliosa frase taoista. Ecco, questo paragrafo, questo piccolo pensiero, caro padre, è il mio atto di fede, il mio tentativo. Esisto, e un domani sarò esistito, come disse pure Margherita Hack. «Qualcuno si ricorderà di me. E se cosí non fosse, non importa».”

“In realtà, riflettendoci, e tornando alle nostre vite terrene, tutti per fortuna siamo sempre presi da un progetto, in ogni momento della nostra vita abbiamo qualcosa da portare a termine, che sia un’opera per un artista, un cantiere per un ingegnere, una casa da ristrutturare per un operaio, una classe da accompagnare alla maturità per un insegnante, una causa importante da vincere per un avvocato, o un nipote da crescere per un nonno. A tutti la fine arriverà a scombussolare i piani, c’è poco da fare. Anzi, c’è molto da fare. Nel frattempo. «L’importante è che la morte mi colga vivo», diceva Marcello Marchesi. Già.”

“Nesse ano, dei o meu primeiro beijo, era a vida a provar-me que não tinha acabado tudo, que a vida é um constante recomeço, que nos pisa e nos massacra apenas para ter adubo para se recriar, num círculo nietzschiano, exibindo uma falta de consideração, tacto e educação, como se não tivesse sentimentos. A vida dá cabo de nós para logo de seguida ir ao café beber uma milnovivinte e brindar ao início de uma nova tragédia, que acabou de nascer.”

“Signore," aveva risposto Saint-Savin, "la prima qualità di un onest'uomo è il disprezzo della religione, che ci vuole timorosi della cosa più naturale del mondo, che è la morte, odiatori dell'unica cosa bella che il destino ci ha dato, che è la vita, e aspiranti a un cielo dove di eterna beatitudine vivono solo i pianeti, che non godono né di premi né di condanne, ma del loro moto eterno, nelle braccia del vuoto. Siate orte come i saggi dell'antica Grecia e guardate alla morte con occhio fermo e senza paura. Gesù ha sudato troppo aspettandola. Che cosa aveva da temere d'altra parte, poiché sarebbe resuscitato?”

“Tony Soprano esiste, e continuerà a esistere, a differenza di James Gandolfini, l’attore che lo interpretava. Tony Soprano, creato per rappresentare un’emblematica figura paterna positiva-negativa al centro di una versione allarmante, distruttiva e disordinata dell’umanità, continua a vivere molto tempo dopo la morte della cornice fisica che lo conteneva: lui è Dio, più o meno.”

“Proprio come assumere alcol o droghe oppure fumare, spendere soldi che non si hanno per un qualcosa che ci darà solo un giorno di evasione non ha un senso logico. Eppure spesso è l'unico mezzo di fuga, per quanto temporanea, dall'aggressione violenta e incessante del mondo. Tali azioni (spendere soldi che non si hanno, bere o fare uso di droghe, fumare) sono forme di pulsione di morte, ovvero di un desiderio inconscio di distruggere tutto per poter ricominciare daccapo. Azioni simili, con i rischi che comportano, fungono solo da fuga momentanea dalla condizione di morti viventi in cui ci si trova a causa della melanconia.”

“Forse era vero quello che dicevano gli shuar riguardo all'olfatto dei felini? «Il tigrillo capta l'odore di morto che molti uomini mandano senza saperlo». Prima alcune gocce, poi degli zampilli pestilenziali, si mescolarono all'acqua che entrava dagli squarci nella canoa. Il vecchio capì che l'animale era impazzito. Gli pisciava addosso. Lo marcava come sua preda, considerandolo morto prima ancora di affrontarlo.”