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Q Quotes

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“Quando ho capito che le differenze che vedevo nascere in me rappresentavano (incomprensibilmente) solo problemi, ho deciso che forse sarebbe stato più saggio non mostrarle al mondo. Con grande dolore, perché erano parte di me. È proprio lì che è nata l'ambivalenza del mio sentimento verso l'idea di diversità: da un lato l'ho sempre considerata come la cosa più naturale del mondo, siamo tuttə diversə, le differenze sono quello che rendono il mondo un posto in cui valga la pena vivere e per questo vanno tutelate e rispettate. D'altra parte ho cominciato a soffrire al pensiero che proprio questa varietà, questa idea così complessa e quasi indefinibile, dovesse essere a sua volta infilata in una categoria e, secondo i metodi utilizzati per definire la normalità, suddivisa in tante altre piccole categorie. Oggi so che questa mia insofferenza verso la tassonomizzazione della diversità nelle sue molteplici espressioni ha a che fare con la convinzione - che fino a poco tempo fa era un'idea senza nome - che la diversità sia intersezionale; non mi è mai piaciuto dover definire la diversità solo in quanto opposta alla normalità, perché utilizzando questo sistema sarà sempre qualcosa di inferiore. Se non siamo in grado di definire la diversità come un concetto autonomo e non necessariamente come contrario di normalità, non riusciremo a liberarla dallo stigma sociale. Altrimenti l'inclusione resterà sempre un processo che parte dalla normalità - percepita come la cosa giusta - e investe una diversità tutto sommato passiva, desiderosa di entrare a far parte del club delle persone sane, normali, di quelle che non vengono additate come difettose o strane. È questa l'idea di diversità che non mi piace, una diversità dipendente dall'idea di una normalità che, paradossalmente, è inesistente in natura.”

“Quando il connubio tra uomini, donne e macchine sarà completo, questo genere di letteratura diventerà obsoleto perché allora ci comprenderemo troppo bene. Abiteremo una comunità di intelligenze a cui avremo accesso immediato. La connessione avrà raggiunto livelli tali che i grumi isolati di soggettività si dissolveranno in un oceano di pensieri, di cui internet, per come la conosciamo, non è che la rudimentale anticipazione. Arrivando a poter dimorare nella mente gli uni degli altri, perderemo la capacità di mentire. I nostri racconti cesseranno di essere interminabili cronache di malintesi. La letteratura perderà la propria malsana fonte di nutrimento. E l'haiku, nella sua lapidaria, immobile e tersa percezione e celebrazione delle cose per quello che sono, rimarrà l'unica forma imprescindibile. Sono sicuro che faremo tesoro della letteratura del passato, per quanto possa inorridirci. Ci guarderemo indietro, meravigliandoci della bravura con cui individui di tempi remoti hanno saputo descrivere i loro difetti, di come hanno ideato geniali favole non senza speranza, a partire dai loro conflitti, dalle loro mostruose inadeguatezze e dalla reciproca incomprensione.”

“Quando il sistema della «normalità» percepisce il tuo coming out, molto spesso ormai lo accetta o addirittura lo celebra. Ma da quel momento comincia a ridisegnare su di te una figura che corrisponda alla «sua» idea di omosessuale. Quale? Quella ancillare, subalterna, di servizio a chi incarna la figura del potere, del comando, del leader. Dal momento in cui dichiari di essere gay scatta un automatico incasellamento in un ruolo prestabilito dal mondo esterno, che decide come sarai: estroso, creativo, spiritoso, sensibile, di buon gusto, e fedelissimo spettegolatore su tutto ciò che accade intorno. Quello che nelle corti si definiva «cicisbeo».”

“Quando incontri dopo tanto tempo una persona con la quale hai condiviso un pezzo di vita, della quale hai addirittura creduto di essere innamorato, è inevitabile che ti sembra diversa. È cambiata, come cambiamo tutti, e questo ti appare normale. Poi, a volte, se osservi con attenzione, se non distogli lo sguardo, ti rendi conto con sgomento che quella persona non è diversa. È la stessa, almeno nei tratti sostanziali. Era nel passato in cui vi eravate incrociati, che ti era sembrata diversa. Proiettavi su di lei i tuoi desideri, le tue aspirazioni e i tuoi bisogni. In un certo senso te l’eri inventata, l’avevi creata, ti eri raccontato una bugia complessa, articolata e difficile, molto difficile da svelare.[...] A pensarci bene, i cambiamenti si producono solo nei momenti in cui incontri davvero un’altra persona. Di solito sono attimi, tempi minimi, ma con una importanza decisiva nelle nostre autobiografie. Quasi mai ne siamo consapevoli. Anche se ricordiamo quei momenti per la loro perfezione, non capiamo quanto siano importanti per il nostro cambiamento. Pensiamo che sia il tempo, lentamente e ostinatamente, a cambiarci. Invece il tempo in sé non cambia nulla, al massimo invecchia. Le persone incapaci di incontrare davvero gli altri, come Lorenza, non cambiano. Mi chiesi quanto questo potesse riguardare anche me. Cosa sono adesso che ero anche a quel tempo? Non una singola cellula del mio corpo esisteva allora; nessuna cellula di allora esiste adesso. Ma l’identità? Era uguale o era mutata? Mentre io pensavo, lei parlava e beveva.”

“Quando infine trovi qualcuno in cui senti di poter riversare la tua anima, ti blocchi di colpo davanti alle tue stesse parole - le hai tenute dentro così a lungo, contratte nel buio, che sono ormai sbiadite, brutte, banali, fiacche. Sì, c'è l'allegria, l'autorealizzazione, lo stare insieme: ma la solitudine dell'anima, nella sua spaventosa consapevolezza, è insopportabile, soverchiante.”

“Quando le persone dormono, si riescono a cogliere realmente le somiglianze perché hanno i lineamenti rilassati. Allora ci si accorge di tutti i particolari di un viso, si riescono a individuare tratti morfologici infinitesimali, le somiglianze più profonde e nascoste, che basta niente e si perdono, confondendosi nella mimica. Si riesce addirittura a capire come saranno da vecchi, che faccia avranno. Basta saper osservare. È privilegio di pochi saper osservare, essere consapevoli nel momento; dopo sono capaci tutti, o quasi. Io lo chiamo il senso dell’orientamento, metafora di quello vero ma con una accezione molto più ampia: la vita.”

“Quando leggiamo Cenerentola (e tutte le altre) è utile ricordare che non stiamo guardando le donne come sono, ma come gli uomini di cultura patriarcale le hanno immaginate e forse, in fondo, ancora le immaginano. Le donne di queste fiabe consumano le proprie vite senza orizzonte: lo scenario in cui si muovono è spesso rappresentato dalle quattro mura di un'abitazione. Non le vedremo mai vivere avventure, compiere missioni all'esterno, avere grandi aspirazioni o mirare a compiti sociali: il loro scopo è uscire dalla casa del padre per ri-accasarsi in quella del marito. Se sono sfortunate svolgono le faccende domestiche, se invece sono fortunate sposano un uomo che possa far sgobbare qualcun'altra al posto loro.”

“Quando lemos as histórias obscenas, as devassidões voluptuosas, as execuções cruéis e tortuosas, a vingança implacável, com as quais mais da metade da Bíblia está cheia, seria mais consistente chamá-la de palavra de um Demônio, do que a palavra de Deus. É uma história de maldade que serviu para corromper e brutalizar a humanidade: e, da minha parte, eu sinceramente a detesto, assim como detesto tudo o que é cruel.” Thomas Paine”

“Quando lèggi inganni i tuoi occhi, perché raccolgono le parole dalla pagina ma guardano in altri luoghi; inganni le orecchie, perché non riescono più ad ascoltare i rumori che arrivano dall’esterno; solo le voci e i suoni della storia. Quando lèggi il tuo spirito vola, e la cosa esilarante è che lo fa usando le ali di qualcuno che ha volato per te, e ha affrontato la fatica di tradurre in parole ciò che ha visto. Ogni scrittore impara presto a spegnere i sensi e a far volare la storia. Ad ascoltarne il vento.”

“Quando me acometia à noite, em vez de dormir, eu deitava-me horas seguidas no vão da janela, olhava o lago negro, as silhuetas dos montes recortadas contra o céu pálido e, por cima, as belas estrelas. Depois, não raro, era tomado por um forte sentimento temeroso e doce, como se toda esta beleza nocturna me observasse com um justo olhar reprovador. Como se as estrelas, as montanhas e os lagos ansiassem por alguém que compreendesse e expressasse a sua beleza e a dor da sua existência silenciosa, como se fosse eu esse alguém, como se a minha verdadeira missão fosse a de, pela escrita, dar expressão à natureza silenciosa. De que forma isto seria possível, era coisa sobre que nunca pensava, senão que sentia apenas a bela noite, grave, esperar por mim numa exigência silenciosa.”

“Quando mi voltai, mi trovai dinanzi a una figura avvolta in una cappa nera, lunga fino ai piedi. Urlai, indietreggiando per lo spavento. Mi scontrai involontariamente contro un quadro, facendolo cadere con un tonfo. Sentii il rumore del vetro che si rompeva in mille pezzi. - Il buio vi proteggerà, Poe - disse l'ombra con una voce roca che graffiava i timpani. Non pensavo che sarebbe ritornato. Non stasera.”

“Quando o apaixonado é tomado por uma “sensação de verdade”, ele intui a plena realização de seu desejo. Diante do abismo, ou seja, “lufada de aniquilamento que atinge o sujeito apaixonado por desespero ou por excesso de satisfação”, ele vê todos que o cercam situados diante de sua paixão. A paixão demanda provas de amor, signos estáveis e seguros de que não estamos sozinhos. As palavras do amado repercutem em alto volume na alma do amante. O apaixonado sente-se raptado e errante, querendo possuir o impossível. Nunca acreditamos demasiadamente no amor que o outro nos dispensa. Por isso o apaixonado vive entre a nuvem do mau humor e a noite do desespero. A espera, o mutismo, a incerteza da resposta fazem de todo apaixonado um louco em potencial. O sintoma mais comum é a loquela, ou seja, diálogos imaginários sem fim com e contra aquele que se ama. Frequentemente tem ideações suicidas apenas para imaginar a falta que causaria àquele que ama. Ele recorre a informantes, cria ciúmes como cenas de amor, fica vulnerável a fofocas, sente-se ofendido por pequenas faltas do amado. Como resposta ao tormento da paixão, o sujeito começa a transformar afetos, emoções e sentimentos em uma disposição amorosa para a transformação social. Escreve cartas de amor, nas quais admite que pode existir ausência entre eles, além de esconder seus sentimentos e criar filosofias sobre o caráter inexprimível do que sente. Transforma sua desrealização e despersonalização em romances ficcionais. Negocia sua dependência a ponto de circunscrever o acontecimento amoroso e finalmente se perguntar: o que fazer com essa paixão?”

“Quando o consenso sobre a realidade é destruído e o medo de inimigos imaginários é disseminado por meio de teorias conspiratórias, tudo o que podemos fazer é confiar em um líder e acreditar que seus discursos são verdadeiros. [...] E até faz sentido que seja dessa forma, afinal, o fascismo é sobre lealdade - nunca sobre liberdade.”