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I Quotes

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“il fumetto è un medium nel quale è la forma a condizionare il contenuto piuttosto che l'opposto. Tali codici presuppongono l'esistenza di uno spazio [dimensione] fisico, spaziale e temporale, all'interno del quale operare. Questo spazio è singolare nel fumetto: la pagina (cartacea o digitale), e duplice nel cinema: la pellicola e lo schermo. Nel fumetto dunque gli spazi fisici di produzione e quello di fruizione coincidono, non altrettanto accade nel cinema. - pag. 89”

“Il gatto in un appartamento vuoto Morire – questo a un gatto non si fa. Perché cosa può fare il gatto in un appartamento vuoto? Arrampicarsi sulle pareti. Strofinarsi tra i mobili. Qui niente sembra cambiato, eppure tutto è mutato. Niente sembra spostato, eppure tutto è fuori posto. E la sera la lampada non brilla più. Si sentono passi sulle scale, ma non sono quelli. Anche la mano che mette il pesce nel piattino non è quella di prima. Qualcosa qui non comincia alla sua solita ora. Qualcosa qui non accade come dovrebbe. Qui c’era qualcuno, c’era, e poi d’un tratto è scomparso, e si ostina a non esserci. In ogni armadio si è guardato. Sui ripiani si è corso. Sotto il tappeto si è controllato. Si è perfino infranto il divieto di sparpagliare le carte. Cos’altro si può fare. Aspettare e dormire. Che provi solo a tornare, che si faccia vedere. Imparerà allora che con un gatto così non si fa. Gli si andrà incontro come se proprio non se ne avesse voglia, pian pianino, su zampe molto offese. E all’inizio niente salti né squittii.”

“Il general manager uscente potrebbe semplicemente trasferire i propri ricordi in cloud e il nuovo direttore avrebbe chiara la situazione senza neanche bisogno di report o meeting. Potremmo anche dire addio ai training ogni volta che si cambia un software: il prossimo PMS potrebbe essere installato con i ricordi degli sviluppatori, creando dei power user istantaneamente.”

“Il (Georges Perros) avait une voix sonore et lumineuse, un peu feutrée, qui remplissait parfaitement le volume des classes, comme elle aurait comblé un amphi, un théâtre, le champ de Mars, sans que jamais un mot soit prononcé au-dessus d'un autre. Il prenait d'instinct les mesures de l'espace et de nos cervelles. Il était la caisse de résonance naturelle de tous les livres, l'incarnation du texte, le livre fait homme.”

“Il giorno dopo la sentenza gli confessai che ero arrivato al punto di voler abbandonare l'avvocatura. Una delle ragioni per le quali quella professione mi aveva sempre affascinato era la libertà intellettuale che mi appariva concessa al difensore. Mentre invece quest'ultima vicenda mi aveva dimostrato che l'avvocato non solo deve spesso abbracciare tesi a cui non crede ma addirittura deve arrivare a sostenerle contro la propria coscienza. E questa, mi resi conto, era una condizione che davvero non era fatta per me.”

“Il giusto viaggiare è quello di non conoscere, nei luoghi in cui si va, nessuna persona o pochissime; di non avere commendatizie da consegnare e appuntamenti cui consegnarsi; di non avere impegni che con se stessi, per vedere senza affanni le cose che abbiamo desiderato vedere e che di solito, almeno per me, non sono — di una regione, di una città — moltissime. Certo l’incontro con persone può anche funzionare come rivelazione di quello che si suol dire il genio del luogo; ma oggi un po’ meno ed è comunque meglio contemplare un tal genio nelle cose.”

“Il governo dei popoli cambia natura. Dei vecchi governi, portatori d’indirizzi politici, restano solo le vestigia esteriori. Invece d’essere il centro propulsore d’energia politica, in vista di obiettivi determinati dalle scelte politiche, esso è piuttosto il gestore dello status quo, attraverso la garanzia dei suoi equilibri interni e la difesa dalle perturbazioni esterne. Non a caso – come s’è detto a proposito del nichilismo – è entrata nell’uso la parola molto moderna governance, la «governanza» della quale politologi e costituzionalisti à la page subiscono il fascino. La governance è il coordinamento efficace delle forze in campo, la loro «messa in rete» finalizzata alle diverse «tenute»: tenuta dei conti pubblici, tenuta della coesione sociale, tenuta del «sistema» economico-sociale complessivo, denominato «sistema» o «azienda». Il governo, nella sua visione classica, era chiamato a scelte incidenti sul corpo sociale, secondo visioni politiche. Nella governance, no. La sua funzione è una funzione di garanzia di ciò che esiste nel vasto campo delle forze che operano sul terreno sociale, dunque una funzione conservatrice. Essa mira alla gestione dell’equilibrio tra i fattori, a tenere sotto controllo le situazioni critiche, a ridurre i propri interventi autoritativi, a estendere l’autoregolazione dei diversi attori sociali, a rimettere in moto la macchina che si sia inceppata e a evitare l’implosione determinata dal crescere incontrollato della contraddizione degli interessi. La sostituzione di personale tecnico al personale politico, nelle compagini governative, è la naturale conseguenza. I tecnici sono coloro ai quali ci si rivolge per riparare i meccanismi in panne, per tenere insieme, in regime di compatibilità generali, i pezzi della macchina combinatoria dei soggetti che contano: s’intende, cioè, le forze che rappresentano coloro che avrebbero la forza d’incrinare, se lo volessero, le tanto indispensabili «tenute». Il compito dei tecnici, anche quando mostrano di usare tecniche innovatrici, è intrinsecamente conservatore. Chi sta fuori, non conta o, se la frustrazione e il malessere crescono al punto di creare difficoltà alla tenuta, lo si degna di qualche attenzione caritativa oppure, se non basta, c’è sempre il baculum, il bastone di cui parlava il cardinale Bellarmino, tenuto di riserva. Perciò, si può dire facilmente che la governance è un regime dal doppio regime: conciliatore con chi sta dentro, spietato con chi sta fuori. Così è ogni regime pastorale il cui volto benevolo si associa alla mano correzionale, cioè repressiva”

“Il grosso della schiera turca invece cercò di sfuggire per la via più breve al mortale groviglio delle rupi e si lanciò inciampando e cadendo verso la sella, inseguito dai guerrieri della montagna. Questi erano fuori di sé. Folli suoni gutturali ed urlanti uscivano dalla loro bocca, mentre davano la caccia ai Turchi. Anche Gabriele Bagradiàn aveva perduto da un pezzo la chiarezza del condottiero, scosso da una ebbrezza sconosciuta, da una delirante musica primordiale, che si era destata dal sonno millenario del suo sangue. Anche dal suo petto erompevano i suoni brevi, gutturali di un idioma selvaggio, che, sveglio, lo avrebbe riempito d'orrore. Il mondo diventava ancora cento volte più leggero di prima. Era un nulla, più inconsistente del tremito sottile di una libellula. Era una danza saltellante e rossastra e non faceva male al danzatore.”

“Il gusto e anche il suo diminutivo chiamato buongusto hanno [...] una parte durevole, ed è un divieto morale prima che artistico: evitare cioè il tronfio e il goffo, che sono il belletto sul volto della verità; evitare le parole inutilmente astruse, che sono come i titoli e le onorificenze stampati sui biglietti da visita davanti al nome e cognome; evitare la tortuosa lunghezza dei periodi, per la quale i lettori dovrebbero in onor tuo finire tutti a patire d'asma; evitare le parole scurrili con cui taluni scrittori vogliono sembrare di popolo, cioè schietti, e mostrano solo d'essere facchini; evitare le parole straniere che hanno il loro equivalente in italiano e che sono messe lì per pigrizia, ignoranza o snobismo; evitare le troppe citazioni con cui si vuol provare d'avere o una buona memoria o una biblioteca bene ordinata; evitare le ingiurie agli avversari, con le quali confessi di non avere argomenti; evitare la ripetizione dell'io, io, io, me, me, me, con la quale si vede lo scrittore passeggiare dentro i propri periodi dimenando l'anca; e via dicendo.”

“Il Ka-Be è il Lager a meno del disagio fisico. Perciò, chi ancora ha seme di coscienza, vi riprende coscienza; perciò, nelle lunghissime giornate vuote, vi si parla di altro che di fame e di lavoro, e ci accade di considerare che cosa ci hanno fatti diventare, quanto ci è stato tolto, che cosa è questa vita. In questo Ka-Be, parentesi di relativa pace, abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci «Ricordati che devi morire», meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia. Se dall'interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui. Quando si lavora, si soffre e non si ha tempo di pensare: le nostre case sono meno di un ricordo. Ma qui il tempo è per noi: da cuccetta a cuccetta, nonostante il divieto, ci scambiamo visite, e parliamo e parliamo. La baracca di legno, stipata di umanità dolente, è piena di parole, di ricordi e di un altro dolore. «Heimweh» si chiama in tedesco questo dolore; è una bella parola, vuol dire «dolore della casa». Sappiamo donde veniamo: i ricordi del mondo di fuori popolano i nostri sonni e le nostre veglie, ci accorgiamo con stupore che nulla abbiamo dimenticato, ogni memoria evocata ci sorge davanti dolorosamente nitida. Ma dove andiamo non sappiamo. Potremo forse sopravvivere alle malattie e sfuggire alle scelte, forse anche resistere al lavoro e alla fame che ci consumano: e dopo? Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo. Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell'anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all'uomo di fare dell'uomo.”

“Il leader leghista portava lo scompiglio, aizzava lo spread e pareva contento. Come se si stesse divertendo. Le sue dichiarazioni sempre più agguerrite e la sua banda di colonnelli antieuro hanno conti “nuato a causare danni alla reputazione italiana, già traballante, nei giorni successivi alla vittoria delle elezioni. E chi lo aiutava ad alzare la posta in palio, a rilanciare ancora? Naturalmente il suo fedele compare antieuro, Claudio Borghi, l’ex funzionario della Deutsche Bank di Milano che ormai si dava arie da profeta economico. Un membro della prima ora di quel gruppo di militanti antieuro che includeva Paolo Savona, Alberto Bagnai e in seconda battuta Francesca Donato e Antonio Maria Rinaldi.”

“Il lettore che fosse sconcertato dalle mie impacciate descrizioni dovrebbe solo provare a chiudere gli occhi per non più di due minuti e scoprirebbe che, tutt'a un tratto, egli non è più un essere umano solido, bensì una pura coscienza immersa in un mare di sensazioni sonore e tattili; è solo quando abbiamo gli occhi aperti che torna la forma corporea, costruendosi saldamente attorno al nocciolo duro della vista.”

“Il libro si adatta alla mano, si adatta all'individuo. Il modo in cui tieni in mano un libro e giri le pagine, mani e occhi, i movimenti meccanici per rastrellare la ghiaia su una calda strada di campagna, i segni sulla pagina, e come una pagina è uguale alla successiva eppure completamente diversa, le vite nei libri, le colline che diventano verdi, vecchie colline ondulate che ti facevano sentire che stavi diventando un altro.”

“Il m'a fallu du temps pour comprendre que le plaisir vient du fantasme, puis de l'abandon. J'avais peur de l'abandon, c'était l'une des pires choses au camp, se relâcher, abandonner la lutte de chaque jour, flirter avec volupté vers l'idée que tout vous est égal, et devenir une loque qui n'attend plus que la mise à mort.”

“Il (M. Eliade, N.d.a.) se sert pas mal de Guénon, sans jamais le citer. En 1948, je l’ai rencontré et nous avons bavardé chez moi de ses convictions et de ses recherches. Il m’a affirmé qu’il était d’accord avec Guénon en tout point, mais que sa position et ses projets universitaires l’empêchaient de le reconnaître ouvertement. J’ai communiqué cela à Guénon qui, dans les comptes-rendus sur ses premiers livres, tint compte de ce que je lui avais dit. Eliade me disait qu’il pensait se servir de la politique du `cheval de Troie’ : une fois bien installé dans le monde scientifique et après avoir recueilli les preuves `scientifiques’ des doctrines traditionnelles, il aurait finalement exposé à la lumière du jour la vérité traditionnelle. Je crois qu’il se vantait : il est ou craintif ou trop prudent. Il a malheureusement rencontré des catholiques hostiles à Guénon et depuis lors il est beaucoup moins enthousiaste, à supposer qu’il le fût jamais. Il y a deux ans, je l’ai rencontré dans la rue et lui ai dit que ses projets allaient plus lentement, alors il m’annonça qu’il allait publier quelque chose ; en tout cas, il n’a jamais cité le nom de Guénon, ni en bien ni en mal, mais certaines de ces accusations envers les traditionalistes m’ont fait une pénible impression. Lettre de Michel Vâlsan à Vasile Lovinescu, 12 mai 1957.”

“Il mal di grammatica si cura con la grammatica, gli errori di ortografia con l’esercizio dell’ortografia, la paura di leggere con la lettura, quella di non capire con l’immersione nel testo, e l’abitudine a non riflettere con il pacato sostegno di una ragione strettamente limitata all’oggetto che ci riguarda, qui e ora, in questa classe, durante quest’ora di lezione, fintanto che ci siamo.”

“Il massimo bene è la prudenza. Per questo la prudenza è anche più pregevole della filosofia, e da essa hanno origine anche tutte le altre virtù, perché insegna come non è possibile una vita felice che non sia una vita saggia, bella e giusta, e non è possibile una vita saggia, bella e giusta che non sia felice. Le virtù sono infatti connaturate alla vita felice e la vita felice è da esse inseparabile.”

“Il me semble que cette méditation anticipée des malheurs humains produit presque le même effet que la guérison obtenue avec le temps, sinon que, dans le premier cas, c'est le raisonnement qui guérit, et dans le second, la nature ; mais on comprend l'essentiel, à savoir que le mal tenu pour le plus grand de tous n'est jamais si grand qu'il puisse détruire la vie heureuse.”