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E Quotes

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“Era imperdonabile che l'amasse così tanto. Un giorno le chiese di smettere d'essere così perfetta, e lei con tutta la sua perfezione rispose di sì, fece una brutta faccia e lui disse "bella". Poi si spogliò, il corpo intero, tutti i difetti. Gli fece notare le smagliature dietro le gambe, una cicatrice al centro della pancia, lo implorò di guardare attentamente. Lui quando capì stava già piangendo, gli occhi e la perversa constatazione che può essere ammirevole perfino quello che l'estetica ritiene riprovevole. L'amore è cieco ma ci apre sempre gli occhi.”

“Era incredibile come il semplice gesto di cercare qualcuno svelasse quanto si conosceva di quella persona. Volevo trovarlo, volevo che capisse che io c'ero. Trovarlo era il mio: 'volevo vederti ballare' , era il mio sapere cosa stesse leggendo, il mio augurio di buon compleanno. E forse lui non sapeva neanche cosa significasse per me interessarmi così a qualcuno, ma per una volta volevo essere io a tenere lui al sicuro, dietro una tenda, e danzare con i suoi fantasmi.”

“Era l' alba quando disse. -Sire, ormai ti ho parlato di tutte le città che conosco. - Ne resta una di cui non parli mai. Marco Polo chinò il capo. - Venezia, - disse il Kan. Marco sorrise. -E di che altro credevi che ti parlassi? L' imperatore non battè ciglio. - Eppure non ti ho mai sentito fare il suo nome. E Polo: - Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia. - Quando ti chiedo d' altre città, voglio sentirti dire di quelle. E di Venezia, quando ti chiedo di Venezia. - Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia. - Dovresti allora incominciare ogni racconto dei tuoi viaggi dalla partenza, descrivendo Venezia così com'è, tutta quanta, senza omettere nulla di ciò che ricordi di lei. L' acqua del lago era appena increspata; il riflesso di rame dell' antica reggia dei Sung si frantumava in riverberi scintillanti come foglie che galleggiano. - Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano, - disse Polo - Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse parlando d' altre città, l'ho già perduta a poco a poco.”

“Era l'ora che turba il cuore; quell'ora in cui, mancando la luce, le cose e le anime si sentono libere, quasi, da una vigilanza fastidiosa; i monti paiono coricarsi a grande agio sul piano, le campagne dilagano sopra i villaggi e casali, le ombre pigliano corpo, i corpi sfumano in ombra, nel cuore umano affondano le impressioni, i pensieri del presente, e vien su un movimento confuso di ricordanze lontane, di fantasmi che inteneriscono e fanno sospirare in silenzio.”

“Era la vertigine. L'ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.”

“Era mais uma carta que acabava no lixo, e não no correio. A tristeza é preguenta, ela havia escrito. Não queria pregá-la na mãe. Mesmo porque sua tristeza passava logo. Sempre passava. Ainda que deixasse seu lastro. Um sedimento no fundo de sua alma, partículas de um peso. Peso que não chegava a contaminar seu jeito leve de ser, mas tornava seu olhar mais grave e a fazia perceber o que não percebia antes, a amplitude dos problemas do mundo. Talvez fosse esse o peso do amadurecimento.”

“Era necessário que todos os homens vivessem em estado de lucidez, se libertassem das pedras, chegassem ao milagre de ver. Era absolutamente necessário que a vida se iluminasse na evidência da morte. Viriam a chamar-me «mórbido», «doentio». Porquê? Mais real do que o nascer era o morrer. Porque quem nasce é ainda nada. Mas quem morre é o universo, a pura necessidade de ser. Um homem só é perfeito, só se realiza até aos seus limites, depois de a morte o não poder surpreender. Não porque a tivesse decorado como um gato-pingado, não porque a tivesse esquecido, mas por tê-la incorporado na plenitude da vida.”

“era noites de em vigílias, assim fomos deambulando pelos musseques da cidade, Marçal, Sambila, Kazenga, Golfe, Katambor e nos musseques, era levar a revolução a todos os cantos que faziam no fundo o mesmo espaço, quer dizer, me explico, para nós os musseques eram um todo, o espaço único, por isso lutar no Sambila ou no Rangel era a mesma coisa, era lutar a mesma causa, os musseques eram afinal o musseque, a nossa terra sofrida, o nosso chão, a nossa vida partilhada, assim, quando um negro era assassinado no Kazenga eu lhe sentia no fundo de mim, eu me sentia morrer, tu sabes, Saiundo, o que é sentir a morte de um quem querido morrer em nós?, se morrer-se?, é difícil explicar o sentimento que se sente nessas ocasiões, o sentimento só existe se sentindo, explicar o sentimento não é o mesmo que senti-lo, só o sentir pode ser explicar tudo, assim, apesar de morar no Rangel, eu queria ser como Che, um combatente internacionalista dentro do espaço do musseque repartido em vários espaços onde que era preciso defender as populações da sanha assassina, lhes levar um pouco de conforto, compreendo a pergunta que queres fazer, como internacionalista, né?, o termo internacionalista talvez não seja o mais adequado porque a minha luta apesar de ser feitas em várias frentes era dentro do território nacional, da cidade de Luanda, mas o que eu queria dizer é que eu gostaria de ser um combatente vagueante como o Che, não vadio, vágil também não, mas vagueante, com rumo e objectivos bem definidos, quer dizer , um homem de as muitas terras, rios e margens, de muitas bandeiras e de uma só bandeira – a bandeira da humanidade –, um caminhante de muitos caminhos, um homem pronto a lutar por uma causa em qualquer chão, percebes?, meu amigo, das populações negras, o que eu recebi por esse esforço?, meu amigo tudo ou nada, quer dizer a recompensa moral, a fama e a glória de ser chamado de o comandante Quinito, eu mesmo, o mais maus de todos, o justiceiro, o defensor dos desprotegidos, quem que ajustava as contas com o ruim, o mais que mau, o qual trouxe respeito e consideração nos musseques”

“Era prassi comune per i giovani ricchi portarsi a letto le sguattere. La differenza era che non le rapivano quando erano ancora minorenni. Be’, adesso lei era grande, grande abbastanza da sapere quello che voleva e sveglia abbastanza da intuire quello che voleva lui ancora prima di lui. Che problema aveva? Gli mancava il senso dell’umorismo che avrebbe potuto vivacizzargli l’esistenza? Ogni sua azione doveva essere per forza mortalmente seria? Un peso che schiacciava mente e mani? L’amore era uno svago; tutti i poeti ne avevano decantato la leggerezza, la levità; solo gli ottusi sollevavano barriere di ideali e di coscienza. L’aria era immobile quella sera. Era raro che la temperatura restasse così alta fin dopo il tramonto.”

“Era proprio per questo motivo che ero felice all'idea che non dovevo fare niente di strepitoso. L'unica cosa che mi era concessa era prendermi cura, riempiendolo di fiori, del piccolo vaso che portavo dentro di me. Di certo non potevo credere di cambiare il mondo con le mie idee. Dovevo solo essere me stessa, una persona in grado di godersi la vita. Un essere che può esporsi al sole senza provare vergogna, una che riesce a sentire le parole degli spiriti che vivono sotto le rocce o all'ombra degli alberi. L'unica cosa che dovevo fare era arrivare alla morte opo aver trascorso una vita a contemplare le cose belle del creato, tenendomi alla larga da ciò che mi avrebbe costretta a distogliere lo sguardo. Una cosa che non era impossibile. Dopo tutto, gli esseri umani sono stati concepiti per vivere così, ed è per questo che sono venuti su questo mondo.”

“Era scappata in camera dopo aver immaginato di uccidere tutte le renne di Babbo Natale in almeno quindici modi diversi e di sciogliere Frosty the Snowman con un asciugacapelli sotto gli occhi scandalizzati della cittadinanza, dopo tre ore — TRE ORE!- di Carol natalizi in radio e dal vivo. Sì, perché gli altri ospiti non avevano potuto fare a meno di improvvisare una specie di karaoke a tema, fanatici in preda allo Spirito Natalizio. Dio.”

“Era stanco di non combinare nulla, di tirare il diavolo per la coda, di espedienti e di intrighi. A novembre avrebbe compiuto trentun anni. Non avrebbe mai avuto un lavoro decoroso? Non avrebbe mai avuto una casa sua? Pensò a quanto sarebbe stato bello avere un fuoco acceso presso cui sedersi e una buona cena davanti. Aveva bighellonato troppo tempo con gli amici e con le ragazze. Sapeva quanto valevano questi amici e anche le ragazze.”

“Era successo proprio all’altezza dell’ultimo ciliegio. Lei aveva attraversato il vialetto ed era entrata nel prato oltre i ciliegi. Si era sdraiata, sebbene vestisse di bianco e l’erba non fosse più tiepida. Si era raccolta nelle mani a conca la nuca e le trecce e fissava il sole. Ma come lui accennò ad entrare nel prato gridò di no. «Resta dove sei. Appoggiati al tronco del ciliegio. Così». Poi, guardando il sole, disse: «Sei brutto». Milton assentì con gli occhi e lei riprese: «Hai occhi stupendi, la bocca bella, una bellissima mano, ma complessivamente sei brutto». Girò impercettibilmente la testa verso lui e disse: «Ma non sei poi così brutto. Come fanno a dire che sei brutto?”

“Era só isso?" _ Sim, só isso. Existe sabedoria na descoberta de que tudo é imperfeito e trivial. Quando fazemos as pazes com a imperfeição dos dias, das pessoas, de nós mesmos... deixamos de estar insatisfeitos; enfim relaxamos e aprendemos a contemplar o presente. Quem acreditou que o "só isso" não bastaria, comprou a falsa ideia de felicidade, a felicidade plastificada que só funciona no photoshop, mas que não é definitiva nem palpável. Altos e baixos hão de vir, mas o restante é simples. O restante é modesto. A maioria dos dias é comum, familiar, gratuito _ feito papel pardo atado com barbante...”